Profughi Squadra FDI no a 96 domande su 100 costo 1000 euro mese

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Profughi Squadra FDI no a 96 domande su 100 costo 1000 euro mese

di Marco Squarta
Dopo anni di negazionismo in cui il problema degli immigrati veniva considerato un’invenzione elettorale della Destra scopriamo che in Umbria solamente il 3,9 per cento dei migranti ottiene lo status di rifugiato. Il 96,1 per cento di quella valanga di domande di finti profughi che invocano il diritto d’asilo viene respinta dalle Prefetture.

96 su 100 su cento immigrati

Novantasei migranti su cento non riescono a dimostrare di possedere i requisiti minimi neppure per ottenere la «protezione sussidiaria» vale a dire la formula secondaria che scatta in favore di chi correrebbe il rischio di subire almeno un «grave danno» se costretto a tornare nel suo Paese, nonostante ad aspettarlo non ci siano guerre civili, sanguinari dittatori, persecuzioni religiose, razziali o politiche.

Tantissime domande di protezione internazionale non vengono accolte perché, tecnicamente, non si tratta di «profughi». Nell’attesa i sedicenti profughi vengono trattati con tutti i benefici: permesso di soggiorno, assistenza sanitaria, diritto all’istruzione e all’accoglienza in strutture convenzionate, in alternativa sussidi in denaro di poco inferiori ai 35 euro al giorno.

I «motivi per i quali ha lasciato il Paese d’origine e/o i motivi per i quali non intende o non può farvi ritorno», richiesti dal modulo compilato in questura dagli extracomunitari per chiedere il riconoscimento dello status di rifugiato secondo la Convenzione di Ginevra del 1951, sono la chiave di ingresso per rimanere in Italia a carico dello Stato che per ogni richiedente asilo sborsa mille euro – 1.000 euro – al mese. Soldi pubblici, soldi nostri, che dovrebbero essere investiti in maniera diversa e più costruttiva nel tentativo di rilanciare l’economia e migliorare i servizi anziché generare milioni nelle casse delle cooperative che gestiscono il business.

Stando ai dati della Corte dei Conti relativi al periodo 2013-2016, riportati dalla stampa locale, la permanenza media nei centri temporanei umbri è di 251 giorni.

Il dato si commenta da solo soprattutto se confrontato con le altre regioni: solo in Puglia la durata è più lunga. Le cronache sono ricche di aneddoti su come vanno realmente le cose: documenti improbabili vengono mostrati da uomini con la barba che si spacciano per minorenni.

Pochi allo sportello parlano lingue internazionali ma quasi tutti sanno pronunciare bene due paroline magiche: asilo politico. Dagli accertamenti, poi, capita perfino di apprendere che il Paese di certi richiedenti non sia neppure in guerra. Guai a generalizzare, sarebbe imperdonabile, ma troppi migranti non sono affatto morti di fame in fuga dalla guerra.

E quando le espulsioni, in gran parte solo virtuali, si trasformano in lasciapassare per la clandestinità, si moltiplicano nelle nostre cittadine gli episodi criminali e di delinquenza. I numeri italiani sono penosi se il metro di paragone sono gli altri Stati: nel 2016 la Germania ha rimpatriato 74 mila irregolari, 36 mila il Regno Unito, la Grecia quasi 20 mila, 18 mila la Polonia.

L’Italia, invece, che si affaccia sul Mediterraneo e viene presa d’assalto, ne ha portati via soltanto 5.715. Verrebbe da chiedersi dove sia l’Europa che regola i decibel dei tosaerba per limitare l’inquinamento acustico e fissa la definizione della camicia da notte per evitare ‘adulterazioni’ dei tessuti.

Come ci aiuta, concretamente, l’Europa nella gestione di questo problema che ricade sulle spalle dei cittadini, della polizia e della magistratura? I ricorsi per le richieste di protezione internazionale stanno facendo esplodere gli uffici giudiziari che ogni giorno devono gestire una mole enorme di fascicoli. Ognuno con una storia da valutare. Di reali persecuzioni ma anche di bluff.

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