Tribunale di Perugia condanna l’uomo per gli abusi commessi
Il tribunale di Perugia ha emesso un verdetto di condanna a carico di un pasticcere cinquantasettenne di Castel del Piano, accusato di aver compiuto numerosi atti di violenza sessuale nel corso di un biennio. La decisione dei giudici giunge a conclusione di un iter processuale iniziato oltre un decennio fa, stabilendo una pena di dieci anni e otto mesi di reclusione per l’imputato. L’uomo era finito al centro di un’indagine complessa riguardante una lunga serie di palpeggiamenti e aggressioni fisiche subite da decine di donne residenti nel capoluogo umbro tra il 2012 e il 2014.
La dinamica delle aggressioni seriali
Secondo quanto ricostruito durante le udienze, la furia del pasticcere si era abbattuta su circa quaranta episodi distinti, coinvolgendo un numero elevatissimo di vittime. Le testimonianze raccolte in aula hanno descritto un modus operandi ripetitivo e improvviso, che aveva generato un clima di forte insicurezza nelle strade coinvolte dai raid dell’uomo. Nonostante la richiesta iniziale della Procura, che aveva sollecitato una condanna a 15 anni di carcere considerando la recidiva e la gravità delle lesioni provocate, il collegio giudicante ha optato per una sanzione leggermente inferiore, pur confermando l’impianto accusatorio relativo alla violenza sessuale aggravata.
Il risarcimento per le parti civili
Un aspetto cruciale della sentenza riguarda l’aspetto civile legato ai danni patiti dalle donne coinvolte. Sebbene le persone offese fossero circa trenta, soltanto dieci di esse hanno scelto di costituirsi formalmente come parte civile all’interno del processo. Il tribunale ha stabilito un indennizzo di 10mila euro per quasi tutte le vittime che hanno denunciato gli abusi. Tuttavia, per una delle donne aggredite, i magistrati hanno previsto una somma maggiore pari a 15mila euro, motivata dalla particolare intensità e gravità dell’episodio di violenza subito durante gli anni in cui l’uomo agiva indisturbato.
Le attenuanti e le tempistiche legali
Nonostante la severità della pena complessiva, i giudici hanno riconosciuto all’imputato l’attenuante della tenuità del fatto per alcuni degli episodi contestati, un elemento che ha influito sul calcolo finale degli anni di detenzione. L’uomo era stato già oggetto di provvedimenti restrittivi circa dieci anni fa, momento in cui l’inchiesta aveva subito una forte accelerazione grazie ai racconti delle testimoni. Per conoscere nel dettaglio il percorso logico seguito dalla corte per giungere a tale determinazione, occorrerà attendere la pubblicazione delle motivazioni, prevista per i prossimi novanta giorni.
Palpeggiatore seriale Perugia, l’ex consigliera comunale Emanuela Mori: “Ho denunciato e la giustizia mi ha dato ragione. Il silenzio non protegge, isola”
La testimonianza dopo la sentenza di condanna del suo aggressore per molestie sessuali
“Oggi, finalmente, con questa sentenza di condanna, voglio dirlo ad alta voce a tutte le persone che si trovano dove mi trovavo io: denunciate! Non è semplice, non è indolore, ma protegge anche chi verrà dopo”. È il commento dell’ex consigliera comunale di Perugia, Emanuela Mori, una delle vittime del ‘palpeggiatore seriale’, all’indomani della sentenza pronunciata giovedì 16 aprile dal Collegio penale del tribunale di Perugia che ha condannato il 56enne a 10 anni e 8 mesi. “Ci sono notti in cui ti svegli con il cuore in gola – ha affermato Mori – e non riesci a capire se quello che ricordi è un sogno o qualcosa che è davvero accaduto. Io quelle notti le conosco bene. Le ho vissute per anni, in silenzio. Certe cose non si dimenticano, si portano dentro, nel modo in cui si evitano certi posti, certi orari, certi sguardi. Nel silenzio che si costruisce intorno a un episodio che però continua a parlare, sottovoce, ogni giorno. Quando ho subìto l’aggressione ho avuto il coraggio di parlarne e di denunciare. Il percorso, certo, è stato lungo, a volte doloroso. Ci sono stati momenti in cui ho avuto la sensazione di essere io sotto processo. Ci sono stati interrogatori difficili in cui mi sono sentita giudicata più di lui, udienze angoscianti, periodi di attesa estenuanti. Ho avuto paura che lui mi trovasse, che si vendicasse, che nessuno mi credesse fino in fondo, paure che però non mi hanno fermata. E, alla fine, una magistratura ha fatto il suo lavoro”.
“Finalmente dopo tanti anni di attesa è arrivata la sentenza – ha proseguito Mori – . Non ero preparata all’emozione che ho provato: la sensazione che ciò che mi era stato fatto fosse stato riconosciuto e che non fosse stato solo nella mia testa, che il mondo, attraverso quelle parole, avesse detto: sì, è successo, e non sarebbe dovuto succedere. Una sentenza che non mi restituirà ciò che ho perso (il sonno, la leggerezza, la fiducia negli spazi che avrebbero dovuto essere sicuri), ma mi ha restituito qualcosa di diverso, forse più prezioso: la certezza che la mia parola ha valore. Che la verità, anche quando fa fatica, alla fine emerge”.
“Spero adesso che chi mi ha fatto del male risponderà delle sue azioni davanti alla legge – ha concluso Mori –. Non finisce tutto, non si cancellano le cicatrici, non si restituiscono gli anni di paura, ma è realtà. Il silenzio isola, non protegge. E l’isolamento è esattamente ciò su cui conta chi ci ha fatto del male”.

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