Femminicidio Laura Papadia chiesti trenta anni per il marito Nicola Gianluca Romita

Femminicidio Laura Papadia chiesti trenta anni per il marito Nicola Gianluca Romita

Nicola Gianluca Romita a processo nella città di Spoleto

Femminicidio Laura Papadia – La richiesta di condanna formulata dalla Procura di Spoleto segna un passaggio cruciale nel processo per la morte di Laura Papadia. Il pubblico ministero Alessandro Tana, dinanzi alla Corte d’Assise di Terni, ha invocato trenta anni di reclusione per Nicola Gianluca Romita, l’agente di commercio di 48 anni accusato di aver strangolato la moglie il 26 marzo 2025. La requisitoria ha ripercorso i momenti drammatici dell’omicidio volontario consumato nell’abitazione di via Porta Fuga, definendo l’atto come la distruzione di un’esistenza e di un progetto di vita.

La requisitoria del pubblico ministero a Terni

Secondo la ricostruzione dell’accusa, il delitto si è configurato come un dolo d’impeto, escludendo dunque la premeditazione. Il magistrato ha spiegato che l’aggravante del vincolo coniugale deve essere bilanciata dalle attenuanti generiche, giustificate dal comportamento collaborativo mostrato dall’imputato durante le fasi processuali e dal pentimento espresso in aula. Nicola Gianluca Romita ha assistito all’udienza visibilmente scosso, ascoltando la descrizione di un crimine che ha spezzato il desiderio di maternità di una donna descritta da tutti come generosa e solare.

Il sogno spezzato di una nuova vita

Il pubblico ministero ha utilizzato parole cariche di significato per descrivere la gravità del gesto. Laura Papadia, a 36 anni, desiderava costruire una famiglia e avere un bambino con l’uomo che, nonostante le difficoltà, continuava ad amare. L’azione violenta del marito non ha solo posto fine alla vita della donna, ma ha annientato ogni prospettiva futura e ogni legame affettivo che la vittima cercava di preservare con dedizione. La figura di Laura emerge dagli atti come quella di una persona stimata, profondamente aperta verso il prossimo e radicata nel tessuto sociale locale.

Scontro sulle perizie e colpi di scena

Un momento di forte tensione si è registrato riguardo alle condizioni psichiche dell’imputato. La difesa ha tentato di ottenere una valutazione specifica sulla capacità di intendere e di volere di Romita al momento del fatto, ma la Corte d’Assise, presieduta dal giudice Simona Tordelli, ha respinto l’istanza. Parallelamente, si è verificato un corto circuito professionale quando la consulente tecnica della difesa ha disconosciuto la perizia precedentemente depositata dai legali, presentandone una differente. Questo episodio ha spinto i giudici a valutare la trasmissione degli atti in Procura per accertare eventuali ipotesi di falso o frode processuale.

Verso il verdetto finale della Corte

Il dibattimento si è concluso con la richiesta di una pena che, pur non arrivando all’ergastolo, riflette la severità della contestazione per omicidio volontario. La difesa ha cercato di far valere ogni elemento utile a mitigare la posizione del quarantottenne, ma l’impianto accusatorio è rimasto solido nel confermare la responsabilità diretta dell’uomo nello strangolamento della coniuge. La comunità attende ora la decisione dei giudici. La sentenza definitiva è prevista per la prossima udienza, fissata per lunedì 13 aprile, quando la Corte d’Assise di Terni si pronuncerà sul destino giudiziario dell’imputato.

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