Lena Dodaj si incatena alla fontana Maggiore di Perugia per la morte del figlio 📸🔴 FOTO E VIDEO



Lena Dodaj si incatena alla fontana Maggiore di Perugia per la morte del figlio

Ha incatenato il suo “girovita” alla Fontana Maggiore in Piazza IV Novembre. Lo aveva anticipato sabato scorso e lunedì 15 novembre lo ha fatto. Lena Dodaj è la mamma di Maringleno, il giovane di origine albanese morto dopo esser caduto dal tetto di un capannone a Narni nel 2011. E’ arrivata a Perugia con il suo cartello, dove si vedono le foto del figlio nudo per terra, con le mani legate e la bocca chiusa, nello sgabuzzino del Pronto soccorso. Accanto a lei il marito, il papà di Maringleno, che la supporta in questa protesta. Lui però non parla, sta zitto, ma i suoi occhi raccontano tutto. Lena ha tante carte in mano, tanti documenti medici e con questi chiede giustizia.

Li legge ad alta voce per farsi sentire, mentre le catene la stringono forte alla fontana. Le forze dell’Ordine si avvicinano e chiedono informazioni. Sono arrivati la Polizia di Stato, la Polizia Locale e la Digos, con i quali è cominciata una trattativa per convincerla a scendere.


di Marcello Migliosi e
Morena Zingales


Lena ha iniziato lo sciopero della fame, è passato già un mese quando si è messa a protestare, prima davanti al tribunale di Terni e poi a Perugia, davanti agli uffici giudiziari di piazza Matteotti.

Il figlio, Maringleno, aveva solo 25 anni e, secondo la donna, in ospedale qualche cosa di molto serio non ha funzionato e lei vuole chiarezza e giustizia. Vuole che si riapra il caso di suo figlio e che le diano quelle risposte che finora non ha ricevuto. Gli aspetti medici, infatti, non sono mai stati presi in considerazione.

Il Procuratore generale, Sergio Sottani. ha dato l’ok per ascoltarla, ma ancora i due non si sono incontrati. “Solo il maresciallo mi ha ascoltato – dice la signora -. Mi hanno fatto le domande e io ho risposto. Nessuno, però, si è fatto vedere e io mi sono ridotta così. Oggi mi incateno per la morte di mio figlio. Questa è una cosa gravissima”.

Lena Dodaj si è anche rivolta al Ministero di Grazia e Giustizia. Legge un documento dove è scritto: “Chiedo che il Ministero intervenga sulla vicenda raccapricciante di mio figlio. E’ stato ucciso ed umiliano da vivo e da morto. La magistratura ha sempre ignorato l’omicidio di mio figlio e i nostri appelli. Mio figlio è stato ucciso disteso sul pavimento nudo, umiliato vivo e da morto. Una scena dell’orrore”.

E poi aggiunge: “Nessuno ha mai accettato di parlare con noi, la morte di mio figlio è stata causata dai sanitari del pronto soccorso dell’ospedale di Terni. Tutti sapevano, mi hanno negato il diritto di vederlo prima che morisse. Mio figlio è stato aperto da vivo, sulla tavola della tac. Nessuna spiegazione e questa è una discriminazione razziale”.

“Discriminazione razziale perché – dice – nella cartella clinica c’è scritto è morto un extracomunitario. Mio figlio è stato seppellito – continua – e io non ho avuto nessun diritto. Non conosco nessuno, ho visto solo la bara”.

Quando ha saputo dell’incidente è corsa in ospedale e non l’hanno fatta entrare. E poi ripete quanto le hanno riferito quel giorno: “Non hai il diritto di entrare e di vedere tuo figlio”. Arrivata in ospedale sono spariti tutti e le foto e le ha ricevute dalla magistratura. “La risposta della magistratura è questa (le foto del figlio nudo nello sgabuzzino del pronto soccorso ndr). Io adesso non mi arrendo, ecco perché mi sono incatenata”.

Lena minaccia di lasciarsi morire. Ha pagato 110 mila euro di avvocati senza aver mai ricevuto risposte.

Piangono entrambi, moglie e marito. Lui la copre e la protegge quando il sanitario si avvicina con la tronchese per spezzare le catene. “Lei urla non ci provate, non ci provate”.

Un ragazzo le porta una bottiglietta d’acqua, ma lei la rifiuta. Ma alla fine la Polizia è riuscita a farla sedere. Si è messa seduta sul bordo in marmo del monumento, ma lasciando le catene attaccate alla fontana. Dopo una serie di trattative, con garbo e grazia, gli agenti sono riusciti a calmarla abbracciandola. Si sono fatti in quatto pur di convincerla. Dopo 4 ore di trattativa ha spezzato le catene e gli agenti l’hanno portata in questura.




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