La guerra dei vent’anni é finita, i Talebani costringono al  ritiro Usa

identico destino che avevano riservato ad un'altra grande potenza militare, la Russia

La guerra dei vent'anni é finita, i Talebani costringono al ritiro Usa

La guerra dei vent’anni é finita, i Talebani costringono al ritiro Usa

di Elio Clero Bertoldi
PERUGIA – La guerra dei vent’anni – qualcuno l’ha etichettata così – é finita. I talebani hanno costretto al ritiro gli Usa, identico destino che avevano riservato ad un’altra grande potenza militare, la Russia. Uno smacco di portata e di rilevanza mondiale che, al momento, nessuno é in grado di chiarire quali conseguenze e quali effetti potrà causare nello scacchiere asiatico e, più in generale, in quello che Mc Luhan ha chiamato “il villaggio globale”.

Tre foto sintetizzano meglio di mille parole, la guerra dei vent’anni, iniziata ad ottobre 2001 e finita la notte del 30 agosto scorso, con il frettoloso abbandono del territorio ostile degli ultimi soldati statunitensi, rimasti a guardia dell’aeroporto di Kabul, in modo da assicurare, per quanto possibile, le partenze sicure dei militari e degli afghani, intenzionati a non rimanere in patria, sotto il tallone dell’estremismo islamico particolarmente duro non solo con gli “infedeli” occidentali, ma pure con i connazionali non proni alla legge islamica della “sharia”.

L’ultimo soldato Usa a lasciare Kabul é stato il generale a due stelle Christopher Todd Donahue, 52 anni, di August, nel Maine, comandante dell’82sima divisione aviotrasportata, di stanza a Fort Bragg in Carolina del Nord. Il “major general”, questo il suo grado nell’esercito Usa, é stato immortalato in una immagine scattata con un visore notturno, mentre si appresta a salire sul possente Us Air force “C17”. Donahue, da buon comandante é stato l’ultimo ad abbandonare, stringendo in pugno il mitra, il territorio nemico. Proprio come, da tempo immemore, sono adusi a fare i “veri” comandanti delle navi che affondano.

Donahue gode, nel suo paese, di grande considerazione, avendo svolto missioni estremamente delicate e pericolose (“operazioni speciali” in linguaggio tecnico) non solo in Afghanistan, ma anche in Siria, in Iraq, in Nord Africa, nei Balcani. Prima di lui in Afghanistan, in questi venti anni, si sono alternati qualcosa come 775.000 soldati a stelle e strisce. Un gran numero dei quali sono stati uccisi (okt 2.300) ed altri, più o meno atrocemente, sono rimasti feriti o menomati (poco meno di ventimila).

Una delle più recenti vittime – insieme ad altri dodici commilitoni – é stata il sergente donna Nicole Gee, 23 anni, di Rosenville, California. Nicole, tecnico di manutenzione della 24sima unità dei marines, aveva ottenuto la promozione al grado di sergente appena lo scorso 2 agosto. Veniva considerata, dai suoi superiori, un soldato modello per impegno continuo e qualificato. Pochi giorni prima di saltare in aria in seguito all’attentato di un kamikaze ai cancelli dell’aeroporto Karzai di Kabul, aveva pubblicato – era il 20 agosto – su Istagram una toccante foto con in braccio un neonato afghano.

“Amo il mio lavoro”, aveva scritto sul post che la ritraeva in duvusa, ma in atteggiamento materno. Un soldato, dunque, col cuore d’oro. Di madre, sia pure in potenza, amorevole. Uno dei suoi superiori aveva commentato: “Lavorava ispirata da Dio”. La guerra non distingue buoni e cativi e Nicole é saltata in aria, in un boato assordante e bruciante, insieme ai suoi sfortunati colleghi, tra i quali un’altra donna Johany Rosario Picardo, anche lei sergente, di Lawrence, Massachusetts.

Sumay, infine, aveva appena due anni ed era afghana. Lei é rimasta vittima di quello che il freddo gergo militare, di ogni nazione, definisce “danno collaterale”. Gli Usa, in seguito all’attentato dell’Isis-K (la lettera finale sta per Khorosan, una regione del paese), hanno “polverizzato” con un drone presunti terroristi, pronti a compiere un nuovo raid all’aeroporto. Ma il fuoristrada sul quale gli attentatori viaggiavano stava transitando davanti all’abitazione del padre di Sumaya, Ahmad Naseer (30 anni) e nella agghiacciante esplosione oltre al papà ed alla sua bambina sono bruciate altre otto vite: Zamary (40) e Zameer (20) e pure i piccoli Faisar (10 anni), Farzad (9) Armin (4), Benyamin (3), Malika (2) e Ayat (2).
Tutti vittime innocenti delle atrocità dei conflitti armati.

 
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