Carolina Bonaparte, regina di Napoli madrina e benefattrice di Pompei

 
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Carolina Bonaparte, regina di Napoli madrina e benefattrice di Pompei

di Elio Clero Bertoldi
PERUGIA – Negli occhi e nella mente di tanti restano ancora salde le immagini, splendide, del termopolio della “Regio V” di Pompei, dove, sui banconi, campeggiano dipinti con colori sgargianti, una splendida Nereide su cavallo marino, un superbo gallo, un minaccioso cane nero alla catena, due uccelli pronti da spennare e cucinare. Una recente scoperta archeologica che riserverà ulteriori e gradite sorprese – sono in corso analisi e studi per verificare cosa mangiassero e come vivessero i frequentatori del locale che si trova a pochi metri distanza, sulla stessa piazzetta, di un altra taverna caratterizzata dall’affresco di due gladiatori in combattimento – sotto diversi profili.

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E tuttavia non bisogna ringraziare, per queste succose novità, solamente il direttore del museo e gli archeologi dell’importante sito campano, ma sarebbe giusto e doveroso anche rivolgere un ricordo deferente a Maria Antonietta Carolina Buonaparte, in Murat, regina di Napoli dal 1808 al 1815.

  • Già perché Carolina (1782-1839), sorella di Napoleone, il grande Corso, si rivelò una sorta di “motore primo” della riscoperta di Pompei.

Fu lei, appena arrivata a Napoli, a far disegnare il perimetro dei resti dell’antica città ritrovata e a sollecitare ed a sovvenzionare vere e proprie campagne di scavi. Fu lei ad incaricare l’architetto Francois Mezois di seguire i lavori di sterro (il francese pubblicherà a coronamento dei suoi quattordici anni di esperienza sul posto – dove dormiva, addirittura – il prezioso volume “Le rovine di Pompei disegnate e misurate”, accompagnato ed arricchito da disegni, tavole, incisioni). E fu ancora lei che, per sveltire le attività di movimento terra, ordinò persino ai soldati dell’esercito napoletano di scavare a fianco degli operai civili.

Quando, nel tempio di Iside, furono rinvenuti tre amuleti la regina fu colta da genuino entusiasmo; così come, quando vennero riportate alla luce, nel 1811, in via dei Sepolcri, ben 69 monete d’oro e 115 d’argento, fu colta da tanta euforia da far dono agli zappatori di 150 ducati ed all’appaltatore dell’impresa di 50 ducati. Era così attratta, affascinata, dalle scoperte che mandava in dono a parenti ed amici monili e reperti recuperati nel corso degli scavi.

Tanto che per farla contenta, per adularla, in diversi casi le scoperte riportate alla luce vennero rinterrate per dar modo alla regina – che ogni settimana si regalava la sua brava visita, di persona, al sito – di trovarsi sul posto al momento del… ritrovamento. E, di mese in mese, Carolina disponeva di aumentare il numero degli zappatori che, nel 1813, salirono addirittura a 532 unità. Un mezzo battaglione…

  • Nel palazzo reale, poi, la sovrana aveva fatto installare, ala parete, un mosaico, recuperato ad Ercolano, fissato a mo’ di quadro in una cornice. Una patita, dunque, dell’archeologia.

Poche settimane prima di esser costretta ad abbandonare il trono (1815) ed a fuggire da Napoli (dove il marito, Gioacchino Murat, preso prigioniero, venne fucilato) con entusiasmo ed orgoglio aveva mostrato, portando gli ospiti in visita a Pompei, i resti recuperati dell’antica città, al fratello Girolamo, re di Vestfalia ed ai reali di Spagna, l’altro fratello Giuseppe e la cognata Giulia Clary. Come Cornelia, la madre dei Gracchi, indicava i due figli quali suoi gioielli (“Haec ornamenta mea”, soleva rispondere alle matrone che ostentavano le loro gemme), così Carolina si faceva bella, si gloriava delle scoperte archeologiche.

Insomma, la Bonaparte-Murat  é stata una vera e propria madrina, una benefattrice del recupero di Pompei. Ed un visitatore degli scavi non potrà non rivolgere un pensiero grato alla testa coronata, che diede un impulso decisivo e determinante al recupero della città -scomparsa nel 79 dC sotto le ceneri ed i lapilli della catastrofica eruzione del Vesuvio -, regalando in questa maniera al mondo una ricchezza artistica, archeologica, culturale, storica (e pure turistica) di valore incommensurabile.

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