Nuovo regionalismo, Bocci: “L’Umbria non abbia timore del cambiamento”

A Palazzo Cesaroni il convegno organizzato dall'associazione degli ex consiglieri regionali

Nuovo regionalismo, Bocci: “L’Umbria non abbia timore del cambiamento”

Nuovo regionalismo, Bocci: “L’Umbria non abbia timore del cambiamento”

“La prossima rappresenterà una legislatura costituente per un nuovo regionalismo in Italia. L’Umbria non deve avere timore del cambiamento, semmai ci dobbiamo porre il problema sul come esserne protagonisti, perché disponiamo sia degli strumenti che delle persone giuste per farlo”: lo ha detto oggi pomeriggio il sottosegretario Gianpiero Bocci nel corso di un convegno organizzato dall’associazione degli ex consiglieri regionali che si è tenuto a Palazzo Cesaroni. Tema il “Nuovo regionalismo, riordino funzionale e territoriale”.

Relatori sono stati il professor Fabrizio Figorilli, ordinario di Diritto amministrativo all’Università di Perugia, e l’ex consigliere regionale della Democrazia cristiana Pino Sbrenna. Figorilli – si legge in un comunicato dell’Assemblea legislativa – ha detto che “con la riforma costituzionale c’è una forte riconduzione di molte competenze al potere centrale dello Stato ed è necessario colpire le duplicazioni di competenza che tutt’ora circolano dal 1970″.

Per Sbrenna occorre “risolvere il problema delle Regioni a statuto speciale e del dimensionamento dei Comuni”. “Prima delle macroregioni – ha aggiunto -, che necessitano di confronti adeguati e tempi lunghi, si possono fare azioni che salvaguardino l’identità territoriale senza toccare la Costituzione”.

Introducendo i lavori, il presidente dell’associazione, Pierluigi Castellani, ha informato gli ex consiglieri e i numerosi presenti dell’assenza della presidente Marini, impegnata con la Commissione parlamentare d’inchiesta sui rifiuti.

A portare il saluto dell’istituzione è stato invece il vicepresidente dell”Assemblea Legislativa, Marco Vinicio Guasticchi, che non si è limitato ai convenevoli ma è entrato nel merito di alcune questioni. “Fino ad oggi – ha detto – abbiamo visto solo riforme raffazzonate, come la riduzione del numero dei consiglieri e lo sbaglio enorme consistente nella volontà di eliminare le province prima ancora di capire come riordinare le molteplici funzioni che questi enti svolgono. La riorganizzazione territoriale delle regioni non è qualcosa che si può fare a tavolino, tracciando linee sulle carte geografiche senza immaginare le giuste strategie. Abbiamo il dovere di guidare le riforme e far capire all’esterno cosa significa riorganizzare un Paese non sui mal di pancia ma con adeguate strategie”.

Sbrenna si è quindi addentrato in una analisi sulle questioni che, a suo parere, sono di grande rilevanza nel processo riformatore. “Prima di porre mano a riforme spezzettate – ha affermato – sarebbe logico definire una cornice di riferimento sostanziale che individui le questioni e riconsideri il livello parlamentare, regionale e comunale: non si può andare avanti a casaccio, facendo azioni scollegate fra loro. In un disegno di riconsiderazione costituzionale, oltre alle tematiche che riguardano gli enti territoriali, occorre considerare anche la magistratura. Non si tratta solo di puntare all’obiettivo di avere processi più celeri. I magistrati devono essere portatori di una unicità di funzione, devono fare solo i magistrati. Per quanto riguarda il riordino degli enti, occorre risolvere il problema delle regioni a statuto speciale e del dimensionamento dei Comuni. Non esistono più le ragioni per cui, settanta anni fa, sono state istituite le regioni a statuto speciale, che ancora oggi continuano a legiferare e distribuire le risorse in piena autonomia e in grande dissonanza con le altre regioni italiane, prendendo decisioni che però pesano su tutti i cittadini italiani. Oggi, forse, solo il Sud Tirolo, principalmente per ragioni linguistiche, può vantare il diritto a una differenziazione. Una riorganizzazione deve riguardare tutti, per evitare casi come quello della Regione Valle d’Aosta, che ha un numero di impiegati lievemente inferiore a quello delle regioni più grandi, nonostante l’esiguo numero di abitanti. Allo stesso modo, non possiamo continuare a mantenere la miriade di amministrazioni comunali: ci sono Comuni con poche decine di abitanti, e 4mila comuni italiani hanno meno di 2mila abitanti. Ciò che noi possiamo fare senza smontare la Costituzione è, per fare un esempio, essere originali protagonisti di una idea diversa, guardare con attenzione a realtà contermini rispetto all’Umbria, per mantenere le identità valoriali dei territori, senza bypassarli completamente: guardiamo alla Tuscia, alla provincia di Rieti, al comune di Leonessa che chiede di essere staccato dal Lazio e suggerisce a Rieti di fare la stessa cosa. Ragioniamo su queste cose con la dovuta prudenza e andiamo avanti nella realizzazione di obiettivi immediati. Il tempo non ci mancherà, perché il ridimensionamento delle istituzioni italiane non e” imminente, probabilmente non sara” realizzato nemmeno nella prossima legislatura”.

“L’attualità giornalistica e politica – ha sostenuto Figorilli – porta all’attenzione degli osservatori il tema delle macroregioni, ma buttarlo là come si sta facendo, in prossimità della riforma della Costituzione, che non ha minimamente preso in considerazione questo tema, provoca molteplici problemi applicativi. Tutti siamo orientati in un quadro di semplificazione, ad esempio la legge Del Rio che punta all’assorbimento di molteplici funzioni attribuite alla Province sulle Città metropolitane, senza capire bene in che modo le Città metropolitane si inseriscono nel disegno che si vuole attuare. Avremo Regioni con Città metropolitane, la parte residuale delle Regioni non sottoposte al regime della Città metropolitana, le Regioni a Statuto speciale, le Province autonome di Trento e Bolzano, le Regioni piccole. Da una rassegna rapida si evince che ci troviamo di fronte a 36 realtà istituzionali distinte. E questo non va nella direzione auspicata. Le soluzioni potrebbero essere: a Costituzione invariata, che potrebbe condurre ad un accordo minimale sviluppando al massimo le intese, gli istituti collaborativi che già la Costituzione prevede, ma che finora non sono mai stati utilizzati, questo sul versante amministrativo; se si vuole andare verso le Macroregioni bisogna invece intervenire di nuovo sulla carta Costituzionale, ma soprattutto avere ben chiaro il rapporto fra Stato e Regioni. La domanda è: che tipo di regionalismo si intende realizzare? Dalla riforma costituzionale c’è una forte riconduzione al potere centrale dello Stato di una serie di competenze, interessando chiaramente anche la struttura dell’organizzazione amministrativa. Bisogna colpire le duplicazioni di competenza che tutt’ora circolano dal 1970. E’ la solita vecchia storia tra lo Stato che non vuole cedere più di tanto e la Regione che non è riuscita o non è stata in grado di gestire l’autonomia che sulla carta gli veniva riconosciuta. A livello europeo, la carta per una governance multilivello impone come interlocutori Regioni forti e Città forti. Tutte messe in collegamento tra loro. Quindi diventa necessario lo sforzo, come è stato fatto in Francia, con una tradizione plurisecolare centralista, di ridurre a 13 grosse Regioni, perché è poi l’interlocutore che a livello europeo deve avere una certa dimensione”.

“Viviamo un momento storico, costituente – ha ribadito Bocci – tra qualche mese ci sarà un referendum che cambierà l’Italia. Una riforma strutturale che pone fine al bicameralismo, ma soprattutto è il risultato di un grande e coraggioso lavoro del Governo e del Parlamento. Dopo decenni di fallimenti, finalmente arriva ad una grande riforma che, sono convinto i cittadini, attraverso il referendum, faranno passare. Dentro questo processo, dopo le Province, le Città metropolitane, con la fine del bicameralismo è chiaro che il quadro complessivo del sistema-Regione è destinato a rappresentare un punto prioritario dell’agenda di lavoro. Seppure non in questa legislatura, a causa della ristrettezza dei tempi, ma la prossima rappresenterà una legislatura costituente per un nuovo regionalismo in Italia. L’Umbria non deve avere timore del cambiamento, semmai ci dobbiamo porre il problema sul come essere protagonisti dentro al cambiamento. Il processo di riforma, in Italia, si è avviato. Al posto delle Province oggi abbiamo le Città metropolitane, vale a dire la riforma più grande sul sistema degli enti locali. A novembre avremo il referendum che con ogni probabilità ratificherà la fine del bicameralismo. E’ chiaro che questo processo di riforme continuerà e toccherà, nella prossima legislatura, anche le Regioni. L’Umbria dovrà essere protagonista di questo processo. Del resto la stessa presidente della Giunta regionale lo ha avviato, con l’iniziativa insieme ai presidenti della Regioni Toscana e Marche. Noi più di altri abbiamo l’interesse a starci dentro perché la nostra dimensione ed il nostro potere contrattuale, sicuramente inferiore rispetto alla Toscana, al Lazio, a Regioni più grandi, però se riscopriamo quel sano regionalismo legato alle ambizioni degli anni ’70 e della classe dirigente di allora, che capiva la trasformazione e che bisognava accompagnarla da “dentro”, penso che l’Umbria riuscirà a creare una dimensioni con maggiori vantaggi per la comunità regionale. La piccola Umbria dovrà guidare questo processo – ha concluso il sottosegretario – perché dispone sia degli strumenti che delle persone giuste per farlo”.

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1 Commento su Nuovo regionalismo, Bocci: “L’Umbria non abbia timore del cambiamento”

  1. Ci spieghi guasticchi come ha fatto ad assumere 200 guardie provinciali mentre a Terni ne esistono 15 credo che lui debba dare gli stipendi al numero in eccesso circa 160 e non noi disoccupati,lui parla di innovazione……….ha rovinato il comune la provincia e adesso la regione,calcoli presto fatti sui voti da lui presi 1300 assunti nella provincia per 4 persone a famiglia ecco come sono arrivati i 5000 voti ma se ne vada come la marini e come orlandi

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