Guerra in Ucraina a quattro anni dal conflitto, l’Umbria non resta in silenzio

Guerra in Ucraina a quattro anni dal conflitto, l'Umbria non resta in silenzio

Solidarietà e resistenza nella piazza di Perugia durante il presidio organizzato dal movimento ORA!

Sono trascorsi quarantotto mesi da quando i bombardamenti hanno spezzato la pace dell’Europa orientale, trasformando le città ucraine in macerie e costringendo milioni di persone ad abbandonare le proprie abitazioni. La data del 24 febbraio segna il passaggio ad un nuovo capitolo di una tragedia che continua a sottrarsi dalla narrazione superficiale dei media mainstream. L’Umbria, però, ha deciso di non girare lo sguardo altrove. Nella serata del 24 febbraio 2026, quando il sole calava su Perugia, Piazza Italia si è trasformata in uno spazio di raccolta collettiva e di dichiarazione consapevole.

Il movimento ORA! ha promosso un appuntamento che travalica la semplice manifestazione pubblica, assumendo i contorni di un messaggio politico esplicito. L’orario fissato alle diciotto del pomeriggio non è casuale: rappresenta quel momento del giorno in cui i cittadini escono dai propri impegni quotidiani, quando cioè la responsabilità civica ha il massimo spazio per manifestarsi. Il presidio ha raccolto attorno a sé chiunque ritenesse importante ricordare che l’Ucraina rimane una nazione con diritti inalienabili, con la pretesa di autodeterminarsi e di resistere a un’occupazione militare straniera.

Le voci dalla diaspora raccontano la realtà

Dentro quella piazza, testimonianze concrete hanno dato corpo e anima alla solidarietà astratta. Marina Krivenko, originaria di Kiev, ha portato con sé la concretezza di chi conosce intimamente il prezzo della guerra. La sua storia non è isolata, ma rappresentativa di una comunità ucraina in Italia che continua a mantenere viva la memoria del proprio paese mentre ne sostiene la causa in terra straniera.

Nel racconto di Marina emerge una tensione profonda tra la sicurezza relativa dell’esilio italiano e l’angoscia quotidiana vissuta dai parenti rimasti in Ucraina. Mentre in Italia si dispone di luce, riscaldamento e servizi essenziali, a Kiev e nelle altre città occupate il quotidiano rimane una battaglia continua contro le privazioni e la paura. Questo contrasto non genera gratitudine passiva, bensì una responsabilità ancora più urgente: quella di trasformare la propria salvezza in azione concreta a favore di chi continua a soffrire.

La questione degli aiuti internazionali al centro del dibattito

Un elemento cruciale della resistenza ucraina risiede nell’acquisizione di armi e tecnologie militari fornite dai paesi occidentali. Marina sottolinea come l’Ucraina, nella transizione storica che ha seguito il 1991, abbia dismesso gran parte del proprio potenziale difensivo. Tale scelta, effettuata in un contesto di distensione internazionale che si rivelò ben presto illusorio, ha lasciato il paese esposto dinanzi ad un aggressore regionale dotato di risorse militari incomparabilmente superiori.

L’aiuto internazionale non rappresenta dunque una preferenza strategica, ma una necessità strutturale. Senza il supporto dei paesi europei e occidentali, la resistenza militare ucraina non potrebbe protrarsi oltre. Questo elemento solleva interrogativi complessi sulla riconfigurazione della politica di sicurezza europea, su come cioè il continente intenda garantire la propria stabilità futura. La questione trascende i confini ucraini, investendo la capacità europea di fronteggiare potenze ostili e di mantenere un ordine internazionale basato sul diritto.

Tra il possibile e l’impensabile: le strategie della sopravvivenza

Il tema dei territori occupati rappresenta un nodo quasi impossibile da sciogliere con le categorie tradizionali della diplomazia. Marina affronta la questione con un realismo privo di illusioni, riconoscendo come una soluzione militare rimane al di là delle attuali capacità ucraine. Simultaneamente, rifiuta categoricamente l’idea che l’Ucraina debba accettare in via definitiva la perdita di quelle zone, trasformando l’occupazione in annessione di fatto.

La posizione che emerge dai suoi ragionamenti suggella una visione pragmatica della resistenza: se per oggi non è possibile riconquistare ciò che è stato perso, altrettanto non è accettabile rinunciare al diritto di contenderlo. Questa formula rappresenta un equilibrio instabile tra l’ambizione e la realtà, tra il principio e la capacità effettiva. È la formula della resistenza quando la vittoria rimane un’aspirazione lontana, ma non ancora un’illusione completamente dissolta.

La vita in esilio e i legami che non si spezzano

La decisione di Marina di recarsi in Ucraina nel 2023, insieme alle proprie figlie, rappresenta un atto di sfida simbolica e emotiva nei confronti della guerra. Nonostante i rischi oggettivi, ha sentito il dovere di permettere alle proprie bambine di toccare il suolo della patria, di incontrare i nonni e gli zii rimasti laggiù. Tuttavia, le stesse ragioni che motivano simili pellegrinaggi impediscono anche una permanenza continuativa: durante l’anno scolastico, il pericolo è troppo elevato; durante l’estate, i bombardamenti aerei trasformano i cieli di Kiev in teatro di guerra aperto.

L’esilio italiano è dunque accettato con il risentimento di chi sa che non sarà uno stato permanente, ma al contempo con la consapevolezza della sua necessità. Mentre cresce le proprie figlie a Perugia, Marina continua a lavorare presso la comunità ucraina locale, costruendo ponti tra coloro che sono arrivati decenni fa e gli sfollati recenti. Questa attività di coesione comunitaria assume una valenza politica: significa mantenere viva la fiamma della memoria, impedire l’assimilazione passiva e conservare una capacità di azione per l’Ucraina anche stando lontani dal teatro bellico.

La memoria a Kiev: la famiglia dispersa tra continenti

Dietro ogni testimonianza di esilio si cela una geografia frammentata della famiglia. A Kiev rimangono la suocera, la sorella con i suoi figli e il padre di Marina. Si tratta di legami che resistono alle distanze fisiche ma che il conflitto ha costretto a trasformarsi in una forma diversa di convivenza. Le telefonate sostituiscono gli abbracci; le rassicurazioni digitali prendono il posto della presenza quotidiana. Ogni volta che una sirena antiarea suona nelle strade di Kiev, l’angoscia attraversa i fili telefonici e raggiunge anche l’Umbria, ricordando che la guerra non conosce confini geografici ma soltanto quelli della perdita emotiva.

L’Umbria si schiera: oltre il gesto simbolico

La manifestazione promossa da ORA! a Perugia acquista senso pieno quando inserita in questo contesto di frattura familiare, di esilio forzato e di resistenza continuativa. Non si tratta di un gesto meramente commemorativo, bensì di un posizionamento politico che lega la realtà umbra alle sorti dell’Europa orientale. L’arco parlamentare, la società civile, i movimenti organizzati: tutti coloro che riconoscono il diritto dell’Ucraina a esistere come nazione indipendente e sovrana si trovano riuniti attorno a questo principio.

Quarantotto mesi di guerra hanno dimostrato che l’Europa non potrà restare neutrale dinanzi all’aggressione. La scelta dell’Umbria è quella di non permettere che la fatica del conflitto, la sua lunga durata, la sua complessità, producano un’assuefazione al dolore altrui. Ogni anniversario rappresenta perciò un’occasione per rinnovare l’impegno, per offrire spazi pubblici al ricordo e per trasformare la solidarietà emotiva in sostegno materiale e politico continuo.

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