L’infezione da Coronavirus infiamma il cuore, arrivano primi dati 

 
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L'infezione da Coronavirus infiamma il cuore, arrivano primi dati 

L’infezione da Coronavirus infiamma il cuore, arrivano primi dati

Proprio nel momento in cui, negli ospedali, molte unità coronariche vengono convertite in terapie intensive Covid scopriamo quali sono i danni del virus sul cuore. “I diversi studi compiuti sui pazienti guariti hanno permesso di identificare, con precisione, gli effetti dell’infezione. Ovviamente, il lavoro è ancora lungo da fare ma i risultati preliminari già riescono a disegnare un quadro preoccupante. Calcolando, appunto, che alle persone cardiopatiche pre-Covid oggi dobbiamo pensare anche a coloro che sono stati contagiati e hanno avuto danni sicuramente da seguire nel tempo”. Lo spiega Antonio Rebuzzi, docente di Cardiologia dell’Università Cattolica-Fondazione Policlinico Gemelli Irccs di Roma, in una articolo su ‘Il Messaggero’.

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“Il virus, è stato rilevato, può arrivare a scatenare diverse patologie cardiache – rimarca il cardiologo – Si può, infatti, avere un’invasione diretta dell’agente virale a livello miocardico con successiva risposta immunitaria e conseguente miocardite o pericardite (infiammazioni); una insufficiente risposta alla domanda di ossigeno dei tessuti e ridotta possibilità di fornirlo a causa del danno polmonare; un danno ischemico provocato da formazione di trombi sia a carico dei più piccoli vasi coronarici sia acarico delle coronarie maggiori”.

Valentine Puntman del Centre for Cardiovascular Imaging dell’University Hospital di Francoforte, in un articolo pubblicato sulla rivista ‘Journal of American Medical Association‘, ha valutato, attraverso la risonanza magnetica cardiaca, il danno del miocardio in 100 pazienti affetti da Covid-19 e ha dimostrato che nel 60% dei casi è presente un’infiammazione del cuore – prosegue Rebuzzi – Durante il ricovero, agli stessi pazienti venivano effettuati dosaggi seriali della troponina (un enzima che si riversa nel sangue a seguito del danno delle cellule cardiache). Nella gran maggioranza dei casi (oltre il 70%) la troponina era oltre i livelli normali con chiara corrispondenza tra valori della troponina e danno cardiaco rilevabile alla risonanza”.

Sull’ultimo numero della rivista ‘Journal of American College of Cardiology’ è stato pubblicato uno studio sulla caratterizzazione del danno miocardico in 305 pazienti con insufficienza respiratoria a seguito del Covid, condotto in collaborazione tra il Mount Sinai Hospital di New York, la clinica Humanitas di Milano ed altri cinque ospedali americani e lombardi. In tutti i pazienti sono stati condotti i normali controlli cardiologici. Sono stati inoltre effettuati i prelievi per dosare i markers dell’infiammazione e quelli di danno miocardico quale la troponina.

Scopo dello studio era quello di valutare, tra i pazienti colpiti dal Covid, quali erano quelli più a rischio e che, ovviamente, necessitavano di cure più importanti e di maggiore attenzione. Il danno miocardico era valutato attraverso le modificazioni dell’elettrocardiogramma, il dosaggio della troponina e le alterazioni della contrattilità del cuore valutate con l’ecocardiogramma – avverte Rebuzzi – In 190 su 305 (il 62,3% dei pazienti ricoverati) si è avuto un rialzo significativo della troponina, a significare un danno al cuore. Rispetto ai pazienti senza danni cardiaci, i 190 avevano alterazione dell’elettrocardiogramma, rialzo degli indici infiammatori ed alcuni di loro anche alterazioni della contrattilità del cuore all’esame”.

“La mortalità intra ospedaliera era molto differente tra i vari gruppi. Mentre quella dei pazienti che, pur avendo problemi respiratori, non presentavano rialzo enzimatico era del 5,2%, se la troponina era aumentata quale prova di un coinvolgimento cardiaco, la mortalità era più che triplicata (18,6% ). Se poi erano presenti anche deficit di contrattilità evidenziabili all’ecocardiogramma si arrivava ad una mortalità del 31,7%. Importante notare che i pazienti più gravi erano mediamente quelli più grassi in cui ovviamente sono più spesso presenti altre patologie quali il diabete, l’ipertensione o le malattie metaboliche” conclude Rebuzzi.

(Frm/Adnkronos Salute)

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