Excursus storico-politico sul “populismo”, ci sono anche le Sardine

 
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Excursus storico-politico sul "populismo", ci sono anche le Sardine

Excursus storico-politico sul “populismo”, ci sono anche le Sardine

di Alfonso Gentili
Ex seg. Provincia di Perugia
Le  tendenze o degenerazioni populiste manifestate da alcune forze politiche italiane nell’ultimo decennio spingono a ricostruire, almeno per grandi linee, la teoria e la storia del populismo nell’età contemporanea.

Il populismo è comunemente inteso come la dottrina politica e l’orientamento culturale basati su una visione idealizzata e indifferenziata del “popolo”, considerato come il depositario dei valori autentici di una nazione e come il principale attore del rinnovamento sociale, in contrapposizione all’aristocrazia (comando dei “migliori”, un tempo dei nobili) e in genere a tutti i ceti privilegiati. Si differenzia dal marxismo che, all’idea del popolo come  un tutto unico, contrapponeva la visione di una società divisa in classi e con ruoli diversi nel processo della produzione.

Il populismo, come movimento politico organizzato, è sorto e si è sviluppato nella seconda metà del XIX secolo in Russia, dopo l’abolizione della servitù della gleba nel 1861 ad opera dallo zar Alessandro II. I due pensatori politici russi A.I. Herzen e N.G. Černyševskij, facendo riferimento a ideali di socialismo agrario, teorizzavano che gli intellettuali urbani dovevano “andare verso il popolo” (soprattutto allora verso le masse contadine) al quale si attribuiva un innato “istinto rivoluzionario” e da quella parola d’ordine è derivato il nome di populisti (narodniki, da narod, “popolo”) con cui furono denominati gli intellettuali che allora facevano opera di educazione culturale  e di proselitismo politico tra le masse, senza peraltro troppa fortuna. Alla fine del secolo il populismo  fu soppiantato  dalle teorie marxiste, anche se una parte della sua eredità culturale sopravvisse nel movimento rivoluzionario russo. Nell’ultimo decennio di quel secolo un partito populista (Populist party) è sorto ed è stato attivo (1891-1912) anche negli Stati Uniti d’America come espressione della protesta dei piccoli e medi agricoltori contro il mondo industriale e finanziario a causa delle politiche protezionistiche e dell’accesso difficoltoso al credito.

Nella prima metà del XX secolo  il termine “populismo”  è stato utilizzato anche con riferimento a ideologie e movimenti di stampo autoritario e nazionalista. Il nazionalismo, che si era diffuso in Europa nella seconda metà del XIX sec., aveva rotto con le idealità liberal-democratiche del primo ‘800, in cui l’amore per la propria nazione non escludeva il riconoscimento delle altre, e aveva invece  attribuito all’idea di nazione un significato ben diverso, facendosi assertore di un militarismo aggressivo per l’affermazione dello Stato e la supremazia di una nazione sulle altre, in un contesto internazionale conflittuale. Il concetto di nazione  e di identità nazionale subiva anche una svolta in senso naturalistico, andando ad indicare  più un fatto biologico che un’entità culturale e a sposarsi con le ideologie razziste fino ad arrivare alla sua teorizzazione più drammatica nell’ideologia nazionalsocialista ispirata ai miti della razza ariana (A. Rosemberg) e alla tragica e orrenda messa in atto da parte del nazismo hitleriano, complice anche il fascismo mussoliniano.

In particolare sono stati definiti populisti movimenti e regimi che sono nati e si sono sviluppati in America Latina con l’inizio degli anni ’30 e ’40, quali il “peronismo” in Argentina e il “getulismo” in Brasile. La situazione politica dell’America meridionale e centrale vedeva allora l’alternarsi di governi liberali e regimi autoritari. Nel 1930 in Argentina un colpo di Stato militare rovesciò le istituzioni democratiche e instaurò, per oltre un decennio, dei governi conservatori sotto la tutela dei generali e dei grandi proprietari terrieri. Nello stesso anno in Brasile una rivolta popolare contro le oligarchie e con l’appoggio delle forze armate portò al potere Getúlio Vargas (1930-1945), politico di formazione liberal-progressista che però diede luogo  ad un regime autoritario fondato sul rapporto diretto tra il capo e le masse, su un forte nazionalismo, su un rilevante sostegno statale alla produzione ed anche su una legislazione sociale a favore dei lavoratori urbani, come modello anche per altre esperienze politiche latino-americane che sono state definite populiste.

Una forma di populismo avanzata sul piano sociale si  è avuta in Messico sotto la presidenza di L. Cárdenas (1934-1940) con la riforma agraria e la nazionalizzazione della produzione petrolifera, che comunque non riuscì a superare gli squilibri sociali della società messicana. In versione invece più radicale e demagogica il populismo si affermò, dopo il secondo conflitto mondiale, in Argentina con la conquista del potere da parte del colonnello J. D. Perón (1946-1955) e con lo sviluppo del movimento denominato “peronismo”. Il suo riformismo sociale, condito da una forte demagogia, si univa ad una politica autoritaria simile a quella dei regimi fascisti con il dialogo nelle piazze fra il leader e i suoi seguaci (i “descamisados”), il culto carismatico della figura del Presidente ed anche di quella della moglie Evita, presto diventata un’icona popolare. Rovesciato nel ’55 da un colpo di Stato militare, lasciò l’Argentina, poi vi rientrò su richiesta degli stessi militari e venne eletto di nuovo Presidente nel 1973  ma, anziano e malato, non riuscì a riportare l’ordine nel paese e poco dopo morì.

Per molti versi simili furono le esperienze del  Brasile dove nel 1930 era sorto il primo governo populista dell’America Latina con G. Vargas, che venne rovesciato dai militari nel ’45 e poi  tornò al potere nel 1950 ma incontrò le stesse difficoltà di Perón e, deposto di nuovo dai militari, nel ’54 finì con il suicidarsi. I movimenti populisti del “peronismo” in Argentina e del “getulismo” in Brasile avevano la caratteristica di mettere insieme il nazionalismo col riformismo sociale, la lotta contro le oligarchie terriere con una gestione autoritaria e personalistica del potere ed avevano trovato seguito e sostegno nel proletariato delle fabbriche e nella piccola borghesia delle città.

Nell’attuale primo ventennio del XXI secolo l’Europa si è trovata a subire le conseguenze recessive della crisi scoppiata negli Stati Uniti negli anni 2007-08 e in questo contesto di crisi hanno trovato spazio movimenti che dalla protesta contro le classi dirigenti al potere, facendo leva sui disagi causati dalla crisi  e dalle grandi trasformazioni di fine ‘900 (globalizzazione, migrazioni di massa, nuovi lavori), hanno rilanciato i valori della tradizione contro la modernità, il primato della sovranità nazionale contro il cosmopolitismo delle organizzazioni sovrannazionali e in particolare dell’Unione Europea (UE), il protagonismo del leader contro la mediazione della democrazia rappresentativa. Per definire tali forze politiche si è fatto ancora ricorso al termine “populismo” che appunto richiama la contrapposizione tra una politica oligarchica e anche corrotta e un popolo prefigurato come corpo sano e detentore di tutte le virtù.

In Europa le tendenze nazionaliste e populiste hanno trovato spazio e sono diventate forza di governo nei paesi dell’Est, usciti dall’esperienza dei regimi comunisti e che, dopo aver fortemente voluto entrare nell’UE (2004), si sono dimostrati e sono invece riluttanti ad accettarne le regole. I movimenti populisti europei non hanno messo in discussione le regole della democrazia ma ne hanno praticato una versione poco liberale ispirandosi ai regimi autoritari che, dalla Russia di Putin alla Turchia di Erdogán, andavano affermandosi in molti paesi (c.d. democrature, crasi di democrazia e dittatura).

In Ungheria dal 2010 si è affermato il partito di destra Fidesz, guidato dall’ex liberale V. Orbán diventato anche  capo del Governo, in base ad un programma nazionalista, di riforma costituzionale e di limitazione della libertà di stampa. Analoghe vicende sono accadute in Polonia dove, nelle elezioni del 2015, il partito conservatore “Diritto e Giustizia” (in polacco PiS) di J.Kaczyńschi è prevalso sulle forze liberali che in precedenza avevano governato il paese con D. Tusk. I Conservatori polacchi, tornati appunto al Governo, sono entrati immediatamente in contrasto con l’UE anche a seguito dell’emanazione di una legge illiberale che attribuiva  all’ Esecutivo ampi poteri di controllo sulla Magistratura.

Governi di stampo populista e critici verso l’UE si sono insediati anche in Slovacchia (o Repubblica Slovacca, cap. Bratislava) dal 2012 con Presidenti R. Fico e poi P. Pellegrini e anche nella Repubblica Ceca (cap. Praga) dal 2017 con Presidente A. Babiš . Questi quattro paesi sono uniti dal 1991 nell’alleanza del c.d. “gruppo di Visegrád” (città dell’Ungheria) che è caratterizzato da posizioni euroscettiche, sovraniste e rigide in materia di immigrazione nonché, in politica estera, dall’avvicinamento alla Russia di V. Putin.

Tale clima ha favorito la crescita anche in Europa occidentale di movimenti e partiti politici di destra nazionalista e populista che contestavano le scelte e i principi fondativi dell’UE, si pronunciavano per l’uscita dalla moneta unica e chiedevano maggiore tutela degli interessi e dell’identità nazionale diventando fautori di una politica più dura contro l’immigrazione clandestina.  Si tratta del Front National di M. Le Pen in Francia e dell’Alternative für Deutschland (AFD) di A. Weidel in Germania, nonché di altre formazioni affini in Austria, Belgio, Paesi Bassi e Polonia che hanno raccolto consensi importanti senza però riuscire ad avvicinarsi a prospettive concrete di governo europeo.  Nel Parlamento Europeo queste forze politiche aderivano al gruppo politico di destra Europa delle Nazioni e della Libertà (ENF) costituito nel giugno 2015, al quale nel 2019 è succeduto il nuovo gruppo Identità e Democrazia (ID), di cui in Italia continua a far parte anche la Lega di Salvini, che anzi lo presiede con M. Zanni.

Altri movimenti politici, pure critici del progetto europeo ed anche dei meccanismi della democrazia rappresentativa, si sono posti in posizione “trasversale” rispetto agli schieramenti tradizionali della destra e della sinistra e c.d. post-ideologica, come il Movimento 5 Stelle (M5S) fondato nel 2009 da B. Grillo e  G. Casaleggio in Italia o a sinistra come “Podemos” (“Possiamo”) in Spagna o Syriza (sigla di “Coalizione della sinistra radicale”) in Grecia. In Italia le ultime elezioni politiche del 4 marzo 2018 hanno evidenziato i notevoli mutamenti avvenuti nel quadro politico decretando il successo delle due forze politiche di tendenza populista. In particolare il M5S, guidato dal nuovo capo politico L. Di Maio, con il 32,7% dei voti, ha ottenuto oltre 330 parlamentari. Nel Parlamento europeo il M5S dal 2014 aveva aderito al gruppo euroscettico di destra Europa della Libertà e della Democrazia Diretta- EFDD con a capo N. Farage del Partito per l’Indipendenza del Regno Unito (UKIP) dal quale nel 2019 è derivato il Brexit Party. Dopo lo scioglimento dell’EFDD da luglio 2019 il M5S fa parte del gruppo Non iscritti-NI, una sorta di gruppo misto.

L’altra forza politica populista premiata dagli elettori è stata la Lega che, rilanciata dal nuovo leader M. Salvini a partire dal dicembre 2013  ed eliminata la parola Nord dal 2017, ha riportato il 17,4% dei voti e ha ottenuto oltre 180 parlamentari, essendosi presentata come un partito nazionale e quindi non più come Lega Nord per l’indipendenza dalla Padania o Lega Nord (chiamata popolarmente anche “Il Carroccio”), che invece si era caratterizzata come un partito secessionista prima e devoluzionista poi, fondato e guidato per oltre venti anni dal segretario federale U. Bossi fino all’aprile 2012 e poi da R. Maroni fino al dicembre 2013. La nuova Lega di Salvini, che al contrario ha puntato a diffondersi su tutto il territorio nazionale, è diventata anche fautrice di un’ideologia nazionalista e sovranista che risulta simile sia a quella del partito di destra dei Fratelli d’Italia (FdI) -fondato nel dicembre 2012, guidato da G. Meloni e in costante crescita di consensi, aderente nel Parlamento europeo al gruppo euroscettico di destra dei Conservatori e Riformisti Europei (ECR) – che a quella di altre formazioni politiche minori di estrema destra. Nelle elezioni politiche del 2018 la Lega è riuscita a sorpassare Forza Italia (FI -aderente invece al gruppo parlamentare europeista del Partito Popolare Europeo (Democratici Cristiani) -PPE-), fino ad allora suo alleato maggiore e nelle successive elezioni europee del 26 maggio 2019 addirittura a raddoppiare (34,3%) i voti delle politiche.

Un possibile antidoto al populismo da tempo molto in voga in Italia e in particolare a quello della Lega di Salvini intriso di nazionalismo e sovranismo, appare oggi essere costituito dal nuovo movimento delle “Sardine”, nato dal basso e partito da Bologna il 19 novembre scorso, in autonomia e senza bandiere di partito. La sue iniziative politiche stanno dimostrando che, se la destra leghista e il suo attuale capo politico sostengono di parlare “in nome del popolo” e per gli “interessi degli italiani”, c’è invece una consistente parte di popolo italiano che, non solo non li segue né li autorizza a parlare in nome suo, ma anzi si mobilita per contrastarli anche a causa del pericoloso clima di odio e di paura che i “nazionalpopulisti” nostrani stanno alimentando nel Paese, agitando i temi dell’immigrazione, della sicurezza e dell’euroscetticismo capaci di generare facile consenso politico. Le “Sardine” (il nome indica lo stare stretti come le sardine in una scatola) lo fanno riempiendo pacificamente le piazze e cioè proprio il luogo che il c.d. “Capitano” predilige per arringare le sue folle, salvo  eventuali sviluppi futuri di questo moderno movimento spontaneo, che intanto sta suscitando molto interesse e grande partecipazione.

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