La carenza di operai e laureati colpisce tutti i settori chiave
di Giancarlo Lunghi
L’industria Italiana, seconda come importanza a livello europeo dopo la Germania, pur avendo subito negli ultimi due anni un regresso nella produzione industriale, oggi deve fronteggiare anche la politica dei dazi imposti dal Presidente degli Stati Uniti ma regge tuttora l’urto ed ora deve tener conto del problema della mancanza di personale sia di laureati che in gran parte vanno all’estero dove sono meglio retribuiti ed hanno prospettive di carriere, che di diplomati e di operai specializzati
Le immatricolazioni universitarie anche nell’anno accademico 2024/25 confermano le iscrizioni nei corsi con minori sbocchi occupazionali mentre restano insufficienti quelle in settori chiave come ingegneria, informatica ed economia ed attualmente mancano oltre 22 mila laureati in ingegneria, 14 mila in ambito economico e 7 mila in quello medico-sanitario. Secondo Union Camere le imprese hanno bisogno annualmente di oltre 135 mila diplomati da percorsi professionali ma il sistema ne fornirà al massimo 70 mila, con una carenza strutturale di circa 65 mila unità che diventeranno complessivamente oltre 300 mila nel quinquennio 2025/2029 soprattutto nei settori dell’edilizia, della meccanica, dell’elettrico, dell’agroalimentare e dell’ amministrazione.
Non c’è ancora un allineamento diretto tra formazione ed occupazione e va costruito un ponte solido tra scuola e lavoro affinché ogni giovane possa andare a percorsi di studio in linea con le esigenze del mercato del lavoro. In molte aree del paese l’offerta formativa resta carente soprattutto nei settori tecnico scientifici e non tutte le famiglie hanno la possibilità di sostenere costi importanti legati agli studi universitari fuori sede. Inoltre è importante investire in un sistema formativo di prossimità e coerente con i fabbisogni occupazionali in grado di valorizzare i talenti ed accompagnarli verso opportunità concrete.
Nel 2024 su 5,5 milioni di ingressi nel mondo del lavoro circa 840 mila pari al 15% hanno riguardato operai specializzati ma proprio queste figure sono risultate tra le più difficili da reperire e le imprese interessate hanno incontrato forti difficoltà nel reperirli e sono stati impiegati tempi abbastanza lunghi per individuare figure come gruisti, fresatori, carpentieri, operatori di macchine soprattutto nelle aziende di piccole dimensioni.
Le cause sono dovute a fattori diversi quali la denatalità, l’invecchiamento della popolazione, che ha ridotto la disponibilità di forza lavoro ma anche la mancanza di competenze tecniche e professionali. I settori dove si trovano meno operai specializzati sono l’edilizia, il manifatturiero, la metalmeccanica, il comparto del legno, il tessile e l’abbigliamento. Inoltre oggi i giovani sono alla ricerca di occupazioni flessibili, con un certo grado di autonomia e maggiore tempo libero, poco propensi ad accettare lavori con orari prolungati soprattutto nei fine settimana o condizioni lavorative fisicamente gravose, tendenze destinate a consolidarsi nel prosieguo del tempo. Va comunque detto che ormai i nostri giovani non vogliono far più questi tipi di lavori ed occorre puntare su manodopera straniera adeguatamente formata ed inoltre i lavori di natura artigianale si sono drasticamente ridotti ed alcuni sono in via di estinzione.
Manca questo personale specializzato, infatti sei assunzioni su dieci falliscono per mancanza di candidati e la ricerca di operai specializzati si conferma una delle maggiori criticità del mercato del lavoro nel nostro paese ed in Umbria sono più introvabili rispetto che in Italia in quanto se la difficoltà media nazionale è del 47,8%, nella nostra Regione raggiunge il 55%, una delle più alte tra le diverse regioni. Ad aggravare la situazione è la previsione che tra 4 anni, 3 milioni di lavoratori, il 12,55 del totale nazionale, lascerà definitivamente il proprio posto di lavoro in gran parte per pensionamento e sarà complicato rimpiazzarli in un Paese con una scarsa capacità di intrecciare la domanda e l’offerta di lavoro., un esodo che avrà ripercussioni sociali, economiche ed occupazionali che riguarderà in Lombardia 568 mila lavoratori e nella nostra Umbria 45.000 persone.

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