Made in Italy “taroccato”, la grande truffa del…tricolore al 100%

Mentre la Comunità Europea ci ruba la genuinità, la tipicità, l’origine certa del prodotto della nostra enogastronomia, il Governo sta a guardare.
Il paradosso: tutto falso, ma tutto legale. Nessuna contraffazione clandestina.

di Sauro Presenzini
Succede tutto alla luce del sole, nei supermercati italiani: prosciutti provenienti dalla Danimarca, salati in provincia di Milano che poi per incanto diventeranno italiani al 100%; cosce di pollo sudamericano diventeranno crocchette di carne italiana; cagliata Ucraina che magicamente diventa mozzarella di bufala campana; riso del sud est asiatico che viene spacciato per piemontese; peperoni brasiliani trascritti come coltivati nel Veronese; olive tunisine che spremute in Italia, diventano poi d’improvviso olio extra vergine d’oliva italiano.

Tutto questo è legale ed è consentito, grazie ad una norma della Comunità Europea del 2016, ovvero la regola dell’ultima trasformazione sostanziale.
La regola dell’ultima trasformazione sostanziale è il principio cardine (art. 60, par. 2 del Codice Doganale dell’Unione) per stabilire l’origine non preferenziale di un prodotto, quando più Paesi sono coinvolti nel suo processo produttivo. I Criteri di Sostanzialità stabiliscono quando una trasformazione è “sostanziale”.
L’Unione Europea fissa tre parametri doganali specifici, ad esempio non è sostanziale il semplice assemblaggio di parti (es. avvitare ruote e manubri di una bici), le operazioni di imballaggio, cernita, spolveratura o pulizia, l’applicazione di etichette o la divisione in lotti.
Se la merce subisce solo operazioni di questo tipo, manterrà l’origine del Paese in cui è avvenuta l’ultima lavorazione realmente sostanziale.
Ecco spiegato quindi il trucco semantico, l’artificio lessicale attraverso il quale tutto quanto sopra narrato diventa non solo possibile, ma è ormai regola corrente, che danneggia grandemente il Made in Italy, fino a farlo scomparire.
La Coldiretti dichiara che si tratta di un furto nei confronti del lavoro alle nostre imprese, un furto pesantissimo di verità, si mangia senza sapere cosa si sta mangiando, ed è una minaccia all’onestà, alla salute e alla reputazione della tradizione alimentare italiana, che è traino della nostra economia.
Una norma di trasparenza, d’onestà verso una maggiore consapevolezza di scelta di qualsiasi prodotto, da parte del consumatore, sarebbe quella di indicare chiaramente in etichetta l’origine del prodotto e non la mera sua trasformazione, in maniera tale da poter capire che i prosciutti “100% italiani” provengono in realtà dalla Danimarca, la mozzarella di bufala Campana ha origine in Ucraina e l’olio extra vergine d’oliva Umbro o Toscano proviene  in realtà dalla Tunisia, così come il riso piemontese proviene dal sud est Asiatico.
Perché non si cambia la legge?
Perché la trasparenza costerebbe carissima ai giganti dell’industria alimentare.
Il blocco politico e delle multinazionali che temono la trasparenza e i sistemi di classificazione (come ad esempio, i bollini rossi per i cibi ultra-processati).
Tutto questo consentirebbe di far recuperare alla nostra bilancia commerciale agricola e zootecnica, oltre 20 miliardi di Euro, ma il grande e mai risolto dibattito sull’etichettatura dei prodotti che acquistiamo, è frutto di illegittime pressioni da parte delle potenti lobby politiche e dell’industria.
Indicare un prodotto con etichetta rossa, ad esempio, servirebbe a rendere consapevole il consumatore finale che sta acquistando un “cibo spazzatura”, ovvero senza valore nutrizionale, con grassi idrogenati, coloranti, additivi, conservanti, e troppi composti chimici. Tutto ciò condannerebbero alcune industrie a scomparire. Mestare nel torbido e continuare a rimanere border-line, è molto più redditizio, con buona pace di chi protesta e denuncia tale intollerabile stato delle cose.
E mentre la politica rallenta e va in direzione contraria, i prodotti low-cost d’importazione, continuano a vestire il tricolore: 100% italiano “taroccato”.

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