Lungarotti, cinquantasette anni “di-vini”: un’analisi 

 
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Lungarotti, cinquantasette anni “di-vini”: un’analisi 

Lungarotti, cinquantasette anni “di-vini”: un’analisi 

Tra export e cambiamenti climatici gli scenari futuri del vino in Umbria e in Italia

Di Valerio Sforna

Prima c’era la terra: argillosa, sabbiosa. Poi venne il pilone in cemento, simbolo di sicurezza, forza. Su di esso il filare si sviluppa in orizzontale. Su questa struttura la pianta sale, si inerpica e produce il frutto. L’uva.

Seguendo questo metodo, nel 1962, un agronomo ‘visionario’ di buona famiglia, dopo varie sperimentazioni imprenditoriali, decise che era giunta l’ora di un passaggio epocale: dalla mezzadria alla produzione rivolta al commercio. L’imprenditore si chiamava Giorgio Lungarotti e l’omonima azienda, che nacque dalle sue intuizioni, è diventata una delle realtà enoiche più importanti dell’Umbria e dell’Italia.

Ci troviamo a Torgiano, un comune immerso nelle dolci colline della Media valle del Tevere, in provincia di Perugia. Grazie alle capacità di Giorgio l’azienda ha saputo affermarsi e diventare grande. Nel 1968 la prima gioia con la certificazione Doc per i vini bianchi e rossi. Nel 1990 il marchio Docg per il Rosso riserva, vino di punta dell’azienda. Oggi la cantina vanta 250 ettari di terreni vitati e 100 dipendenti.

Numeri da record per l’Umbria

Se si guarda al bilancio 2018 l’azienda dimostra una certa solidità economica. Sono 2,5 milioni le bottiglie prodotte con un fatturato di 8,7 milioni di euro, registrando un incremento positivo rispetto allo scorso anno del 7,5%. “A fronte di un mercato interno sempre più difficile, il buon risultato del 2018 diventa eccellente se si guarda alle esportazioni che raggiungono il 45% del fatturato. Un dato che ci spinge a proseguire nella crescita, nella speranza che le congiunture e le crisi geopolitiche internazionali ce lo consentano”. Così Chiara Lungarotti, figlia di Giorgio e amministratrice unica del gruppo, aveva commentato l’ultimo bilancio.

Le esportazioni, dunque, come focus preferenziale dell’azienda torgianese. Tra queste va segnalato l’exploit di vendite in Cina, dove si registra una crescita del fatturato del 70% rispetto al 2017.

Ma non tutto è ‘rosè’ e fiori…

Quello del vino è un settore in salute. A dirlo è l’indagine di Mediobanca, che evidenzia una crescita del fatturato del vino italiano, nel 2018, del 7,5%. Un risultato importante se confrontato con quello della manifattura (- 7,5%) e 
dell’industria agroalimentare 
(- 4,6%). Da qui la nostra analisi prende una piega diversa e si sposta 
verso quelle sfide che nei prossimi dieci anni potranno dirsi decisive per il futuro
 dell’intero settore. Le parole di Chiara Lungarotti non lasciano spazio alla fantasia e ci parlano di un export vincolato alle congiunture geopolitiche. Il 
riferimento, neanche troppo velato, guarda con attenzione agli sviluppi della guerra commerciale che gli Usa di Donald Trump stanno “combattendo” con Cina e Ue. Per il momento, i vini italiani hanno scampato i dazi americani ma la guardia resta alta. L’altra grande sfida è poi quella ambientale.

“Qui un tempo c’era la vigna..”

“Guarda qui un tempo c’era la vigna”. A parlare è Cristiana Rotoloni, titolare dell’omonima azienda agricola. Grazie a dei fondi europei per l’imprenditoria femminile e giovanile, una decina di anni fa, aveva provato ad inserirsi nel settore del vino. “Prima vendevamo le uve a grandi produttori della zona, poi, visti gli scarsi risultati, abbiamo provato a imbottigliare – dice – ma vuoi per inesperienza, vuoi perché a noi i rivenditori ci chiedevano provvigioni altissime, abbiamo chiuso i battenti perché l’attività era diventata antieconomica. Abbiamo espiantato i vigneti e rivenduto le quote ad un’azienda del Trentino”. Sono tanti i giovani che negli ultimi anni hanno riscoperto la terra e la campagna. Ma anche grandi aziende affermate in altri settori hanno deciso di diversificare gli investimenti e rilanciare il marchio attraverso il vino. Ma non tutti ce la fanno e anche il territorio cambia, si modifica e le colture tradizionali lasciano spazio a nuove. Lungarotti, nonostante tutto, resiste e migliora i suoi risultati economici anche se produrre vino oggi non è così semplice come negli anni Settanta. E se il mercato interno si fa sempre più duro, la vera giungla è la fuori.

Il ‘rebus’ Cina…

C’è un mercato che più di tutti, negli ultimi anni, attira le attenzioni degli addetti ai lavori: quello cinese. “Per secoli in Cina si è bevuto solo baijiu mentre oggi Pechino è dietro solo alla Spagna per estensione delle vigne”, dice Gregorio Maria Valloni, sommelier dell’Enoteca Bocci di Perugia. Le stime indicano che nei prossimi anni la Cina diventerà il primo mercato di vino importato. “Lo scorso anno l’Italia è salita al quarto posto tra i paesi esportatori di vino nella Repubblica Popolare – dice Francesco Zaganelli, export manager di Lungarotti – e le cose si fanno interessanti. I cinesi da un focus proiettato quasi al 100% sui grandi vini francesi si stanno spostando sull’Italia. I motivi sono due. Il primo è la grandissima varietà del vino italiano in termini di biodiversità. Il secondo, ed è il più importante, è il rapporto qualità- prezzo, molto più vantaggioso rispetto ai prodotti d’oltralpe”.

Ma cosa succederà se i cinesi inizieranno da soli a produrre vini di qualità? Mentre in Cina esplodeva la domanda di vini, diversi Tycoon con passaporto cinese hanno acquistato vigneti in Francia. La paura dei produttori è che i cinesi possano usare le competenze acquisite in Europa per innalzare la qualità dei vini locali. La sfida è dunque questa: battere la concorrenza estera e tardare l’affermazione della Cina come produttore di vino d’élite.

Sotto il segno di Greta

“Un tempo si vendemmiava a fine ottobre, con guanti e sciarpe”, borbotta Ubaldo Casciani – una vita trascorsa tra i filari ad occuparsi delle viti – mentre sale sul suo fido trattore, in maniche corte a inizio settembre con un caldo infernale. Il cambiamento climatico ha degli effetti sul vino. “Se si alzano le temperature aumenta la graduazione alcolica delle uve. La parte acquosa cala a vantaggio delle sostanze zuccherine che poi in cantina si trasformano in alcol”, spiega Alessandro Fico, agronomo della Bavicchi  Spa, azienda che vende prodotti per l’agricoltura. “Un tempo produrre vini ad alto tasso alcolico era un vanto – dice Valloni. Ma oggi il mercato si sta spostando su altri target, vanno vini diversi meno forti e invecchiati. Più eleganti e leggeri”. Insomma, troppo sole fa male “perché la vite è una pianta sensibile e mentre le stagioni si fanno sempre più estreme cambia l’’atlante’ del vino”, spiega Fico. A dirlo anche un recente studio statunitense. Quello del professor Lee Hannah, dell’Università della California, secondo cui entro il 2050 le grandi regioni vinicole, come la Toscana o il Cile, vedranno diminuire le loro aree coltivabili di percentuali importanti che vanno dal 20 al 70%. E mentre il parallelo della vite si avvicina ai poli, entrano in commercio vini prodotti in Russia e Svezia, luoghi in cui, fino a 10 anni fa, era impensabile piantare vigneti.

Che fare? Soluzioni scottanti del nostro movimento

I principali driver del futuro del vino potrebbero essere la produzione ecosostenibile e l’appeal del confezionamento. Nei suoi vigneti Lungarotti adotta, da anni, tecniche colturali improntate al rispetto dell’ambiente. “La nostra azienda è certificata Viva, un progetto che si occupa di sostenibilità della viticoltura. Siamo stati i primi in Europa a recuperare i sarmenti delle potature per produrre energia. Prima i residui venivano bruciati. Oggi alimentano la caldaia delle cantine. Grazie a questa innovazione tecnologica riusciamo a produrre il 70% del nostro fabbisogno   energetico”. Così Attilio Persia, agronomo di Lungarotti da 20 anni.
 “È bastato legare alla bottiglia, con un nastro di cachemire, un piccolo tagliando in cui c’era scritto ‘annata storica 1997’. Ognuno di questi era numerato e firmato a mano da Chiara Lungarotti. Le bottiglie inserite in una cassetta di legno. Per via di questo dettaglio in Cina sono andate a ruba”, racconta Zaganelli quando gli chiediamo dell’importanza del packaging.  Esiste poi, da sempre, un connubio indissolubile tra Lungarotti e l’arte. Maria Grazia Lungarotti, moglie del fondatore e storica dell’arte, ha creato, dopo anni di ricerche, il Museo del Vino, definito dal New York Times come il migliore del settore. Ne sanno poi qualcosa i turisti che da tutta Italia, ogni agosto, si riversano nelle vie di Torgiano per 
dipingere i famosi ‘Vinarelli’. Da questa estate ‘veglia’ sulle cantine l’opera d’arte che la scultrice americana, Beverly Pepper, ha donato alla famiglia
 Lungarotti (la scultrice è venuta a mancare proprio qualche giorno fa). Anche questo dimostra un’evoluzione: la cantina non più come semplice luogo di lavorazione delle uve ma anche spazio di accoglienza, dove degustare direttamente i prodotti. D’altronde Giorgio Lungarotti, in materia di eno-turismo, fu antesignano e già negli anni ’70 aveva dotato il suo gruppo di un agriturismo e di un hotel a 5 stelle.  Il segreto è in effetti anche la differenziazione degli investimenti. Una vecchia tecnica dell’economia aziendale che ha portato i suoi frutti. Ancor prima delle cantine e degli agriturismi, Giorgio Lungarotti, nel 1948, fondò una società di distribuzione di idrocarburi, la Scap. Una scelta azzeccata per la remunerabilità e la liquidità che l’investimento ha saputo garantire.  Insomma, sostenibilità ambientale e tecnologia, con un occhio attento al mercato estero, ma sempre con le ‘radici’ ben piantate nel solco della tradizione. Questa è la ‘ricetta’ di Lungarotti – e di tutti coloro che vogliono salvare un settore così strategico per l’economia umbra -, e se è vero l’aforisma di Oscar Wilde secondo cui “La tradizione altro non è che una innovazione ben riuscita”, allora l’azienda potrà festeggiare, molto probabilmente, altri 50 anni “di-vini”.

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