Shalabayeva, bene per Servitori dello Stato ma 10 anni di inferno non si cancellano

Servitori dello Stato che hanno subito danni irreparabili

Shalabayeva, bene per Servitori dello Stato ma 10 anni di inferno non si cancellano

Shalabayeva, bene per Servitori dello Stato ma 10 anni di inferno non si cancellano

Caso Shalabayeva: “Soddisfazione per questi valorosi Servitori dello Stato che hanno subito danni irreparabili. Dieci anni di inferno e probabilmente non è ancora finita, cambiare il sistema”

di Valter Mazzetti, Segretario Generale Fsp Polizia di Stato
“Siamo estremamente lieti dell’esito del giudizio d’appello nei confronti dei poliziotti coinvolti nel caso Shalabayeva, leali e valorosi Servitori dello Stato, una vita dedicata a un lavoro in cui i rischi sono tanti e subdoli, e i pericoli più grandi stanno proprio nelle ‘voragini giudiziarie’ in cui si può precipitare a causa del servizio. La soddisfazione fa il paio con l’amarezza di sapere che loro, come tanti altri colleghi accusati ingiustamente, subiscono danni irreparabili, ancora una volta dovuti alla mancanza di un’adeguata tutela legale, normativa, procedurale.

Shalabayeva, bene per Servitori dello Stato ma 10 anni di inferno non si cancellano

E’ fuori di dubbio che il sistema non tiene conto della specificità del nostro lavoro, in cui l’uomo o la donna che indossano la divisa rischiano la vita e la salute, la serenità delle proprie famiglie, ma, su tutto, sono esposti a qualcosa che rischia davvero di distruggerli nel profondo, e cioè l’attacco alla loro ‘funzione’, alla dignità di Servitori dello Stato, l’ombra gettata sulla loro fedeltà, sulla loro capacità, sulla loro onestà, sulla loro competenza.

Oggi, a 10 anni di distanza dai fatti, e purtroppo temiamo che la cosa non finisca qui, siamo ancora a discutere dell’operato di poliziotti che quotidianamente hanno dimostrato il loro valore, messo bellamente in discussione salvo poi concludere che quel fatto atroce contestatogli non sussiste affatto. Auspichiamo davvero che si possa pensare di tornare a procedimenti giudiziari affidati a chi abbia una preparazione e una esperienza specifica per portare avanti un giudizio nei confronti degli operatori in divisa, persone alla quali, nella maggior parte dei casi finiti in tribunale, bisogna solo dire grazie”.

Così Valter Mazzetti, Segretario Generale Fsp Polizia di Stato, dopo la sentenza della Corte d’appello di Perugia che, annullando le condanne del primo grado, ha assolto con la formula più ampia, “perché il fatto non sussiste”, tutti gli imputati coinvolti nel “caso Shalabayeva” fra i quali Renato Cortese, Maurizio Improta, e un gruppo di loro collaboratori con i quali, nel maggio del 2013, guidavano la squadra mobile e l’ufficio immigrazione della questura di Roma.

[su_panel border=”4px solid #f73d14″ padding=”10″ shadow=”3px 3px 7px #5a4f4f” radius=”7″ text_align=”center”]Nella notte tra il 28 e 29 maggio 2013 Alma Shalabayeva e la figlia vengono prelevate dalla polizia nella loro abitazione di Casalpalocco: le forze dell’ordine cercavano il marito,  il dissidente kazako Muktar Ablyazov, ma alla donna viene contestata l’accusa di possesso di un passaporto falso. Due giorni dopo, firmata l’espulsione, vengono rimpatriate. Le due donne tornano poi in Italia e viene loro riconosciuto l’asilo politico. [/su_panel]

LA VICENDA GIUDIZIARIA – Il 14 ottobre del 2020 c’è stata la sentenza di primo  grado che ha visto la condanna per Cortese, Improta e per i due  poliziotti Stampacchia e Armeni a cinque anni di reclusione. Il  giudice di pace, Stefania Lavarone, è stata condannata a due anni e sei mesi. Gli alti due poliziotti invece hanno avuto una pena di tre anni e sei mesi di reclusione, Leoni,  mentre Tramma  ha avuto quattro anni. Pene raddoppiate  rispetto alle richieste sollecitate dal pubblico ministero. Un  ”rapimento di Stato” secondo quanto riportato dal terzo collegio  presieduto da Giuseppe Narducci nelle motivazioni della sentenza.

Una  ricostruzione contestata dalle difese degli imputati e con la riapertura dell’istruttoria dibattimentale, chiesta e ottenuta nonostante il parere contrario  della procura generale, con l’avvio del processo di secondo grado sono stati ascoltati in aula i magistrati romani che nel 2013 si occuparono a piazzale Clodio del caso. L’ex procuratore capo di Roma Giuseppe  Pignatone nella sua testimonianza ha spiegato di non aver mai avuto nessuna pressione da  Renato Cortese e che il passaporto mostrato da Alma Shalabayeva,  moglie del kazako Muktar Ablyazov.

Dopo l’esame della documentazione, ha ricordato  Pignatone il 4 aprile scorso nel corso della sua deposizione, ”ci  siamo convinti più che mai che il documento era falso, e dopo nove anni mi chiedo ancora come sia possibile affermare il contrario con un passaporto che riporta un nome diverso, e che fosse nostro dovere  concedere il nulla osta. A quel punto il pm Eugenio Albamonte ha  dettato alla mia segretaria il nulla osta e io l’ho vistato e per noi  la storia finisce lì. Resto convinto della falsità del documento e  non ho mai capito – ha sottolineato l’ex procuratore capo della  capitale – perché quel giorno gli avvocati non abbiano chiesto l’asilo politico”.

Per la procura generale, rappresentata dal procuratore generale Sergio Sottani e dal sostituto procuratore generale Claudio Cicchella,  invece, vi erano ”molti elementi che potevano portare a capire che questa donna non era Alma Ayan ma era Alma Shalabayeva. Possibile che  funzionari di esperienza, che hanno portato avanti operazioni  importanti contro la criminalità, non si siano posti dei dubbi? Perché questi soggetti hanno tenuto questa condotta? – ha sostenuto la procura generale nella requisitoria del 14 aprile – Perché hanno finto di non vedere? Il perché non lo sappiamo ma abbiamo un dato che ci fa  pensare. Questi funzionari hanno voluto compiacere quello che veniva  chiesto dall’ambasciata kazaka e il ministero dell’Interno ha seguito  questa vicenda fino all’espulsione, è sempre stato sul pezzo. Il  perché lo abbiano fatto non lo sappiamo”.

Per Cortese, Improta, Stampacchia e Armeni la procura generale ha chiesto, per l’accusa di  sequestro di persona, la condanna a quattro anni, per Tramma a due  anni e otto mesi mentre ha sollecitato l’assoluzione per Leoni e per  Lavore ”perché’ il fatto non costituisce reato”. Per le accuse di  falso ha sollecitato, invece, il non luogo a procedere per intervenuta prescrizione.        Di abusi di potere, palesi inganni, hanno parlato Rosa Conti e Diana  Iraci Borgia, le due legali di parte civile di Alma Shalabayeva.  ”Come si fa a dire che questa procedura di espulsione era addirittura doverosa? Riteniamo che non ci sia stato nulla di legittimo. Queste generalità false sono state usate dagli imputati per dare una parvenza di legittimità all’espulsione”.

”Non c’è stata alcuna pressione per espellere Alma  Shalabayeva” ha ribadito la difesa di Improta con l’avvocato Bruno  Andò anche in sede di repliche. ”Una donna che aveva un documento  falso, non una povera migrante venuta dall’Africa senza documenti in  cerca di asilo: aveva un documento e quel documento era falso. Improta non è stato né il burattinaio della Procura né l’alfiere del dottor  Cortese, ma il supervisore di una procedura che non poteva avere esito diverso”, ha detto Andò. “E’ stata Alma Shalabayeva a depistare la  polizia giudiziaria, la Squadra Mobile, la Digos, l’ufficio  immigrazione – ha sostenuto l’avvocato Stefano Tentori Montalto,  difensore di Armeni – è lei l’unica responsabile della propria  sciagura e di quella della figlia. Lei ha avuto più occasioni per  poter svelare la sua identità e non l’ha fatto”./RaiNews24

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