✍ I racconti – Guido Mazzetti, i volantini dei partigiani e la tortura della finta esecuzione

 
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Guido Mazzetti, i volantini dei partigiani e la tortura della finta esecuzione

di Elio Clero Bertoldi
Perugia, primavera del 1944. Un giovane, in pieno Corso Vannucci, distribuisce manifestini del Comitato Liberazione Nazionale. Improvvisamente una pattuglia tedesca, sbucata da uno dei vicoli laterali, lo blocca e gli sequestra i fogli ancora stretti in mano. L’azione risulta così rapida che il fermato, sebbene sia un atleta (un calciatore), non riesce neanche a provare uno scatto, men che meno a fuggire. Il testo dello stampato invita i “fascisti moderati”, che cioè non si fossero macchiati di azioni criminose, a non lasciare l’Umbria per raggiungere Salò, al seguito di Mussolini, ma di restare in città per concorrere alla rinascita del paese: non avrebbero corso alcun rischio di ritorsioni.

L’arrestato – subito trascinato al Comando tedesco, insediato all’Hotel Brufani – é Guido Mazzetti (nato a Bologna il 24 giugno 1916), sposato con una perugina, Marcella Zorzi e residente in via Maestà delle Volte, al numero 9.

Il calciatore (i campionati erano stati bloccati), ultima società di militanza l’Udinese, aveva preso domicilio dopo l’8 settembre 1943 a Perugia – ospite della famiglia della moglie – città in cui, in precedenza, aveva indossato la maglia del Grifo, quale centrocampista.

Proprio la suocera, la signora Cesira, seppe per prima dell’arresto del genero e corse, ansante, al Brufani per cercare di parlare col comando tedesco. Nessuno la volle ricevere. Riuscì però a scorgere Guido che, da una finestra dell’albergo, le lanciò un foglietto su cui aveva frettolosamente vergato poche parole: “Corri a casa e brucia tutte le mie carte…”

Al numero 9 di via Maestà delle Volte, nel cuore dell’acropoli, da qualche mese si tenevano, molto spesso, le riunioni degli antifascisti. L’abitazione di un calciatore di professione, già abbastanza conosciuto (aveva iniziato nelle giovanili del Bologna per poi passare al Parma, al Savoia, allo Stabia, al Perugia, all’Udinese), non aveva suscitato sospetti nell’Ovra, la polizia politica del regime. Per cui una parte degli archivi e una serie di carte e di manifesti (tra cui un gran numero di volantini, che in parte gli erano stati sequestrati in corso Vannucci) erano stati lasciati in custodia a Mazzetti, affiliato al Partito d’Azione.

La signora Cesira rientrò a passo lesto a casa e gettò sul fuoco tutti i documenti che rinvenne. Poi, sempre camminando velocemente, si ripresentò al comando. Attese a lungo, ma alla fine un ufficiale la ricevette. Perorò, l’anziana signora, la causa del genero. “É un giovane di soli 27 anni, é sposato, ha un bambino di due anni (Luciano, che diventerà docente universitario) ed uno in arrivo (Guglielmo, detto Mimmi, da grande conduttore tv e giornalista). Non ha mai fatto del male a nessuno”, spiegò in fretta e con voce tremante, sperando di far breccia nel cuore del tedesco.

La fredda replica dell’ufficiale nazista, stretto nella sua divisa nera di SS, risultò cinica e tagliente: “Se suo genero, ora sotto interrogatorio, fornirà i nomi dei suoi complici e di chi ha scritto e stampato i volantini, non lo fucileremo. In caso contrario la sua sorte é segnata…”

Poche ore più tardi la signora Cesira, rimasta fuori dell’albergo, vide allontanarsi una macchina scura con all’interno, ammanettato, il genero. L’auto, per raggiungere il luogo della fucilazione, transitò proprio lungo via Maestà delle Volte, sotto le finestre dell’abitazione degli Zorzi e dei Mazzetti. Nella vettura col condannato a morte senza processo, non viaggiavano le SS, ma alcuni uomini del capo della provincia-prefetto-federale Armando Rocchi (nominato il 25 ottobre 1943 ed in carica sino al 16 giugno 1944). Già perché il gerarca, subito informato dell’arresto del calciatore, era intervenuto e si era fatto consegnare dai tedeschi il fermato.

I congiunti precipitarono nella più cupa disperazione: Marcella, la moglie di Guido, col primogenito in braccio e in attesa del secondo figlio, si disperava e minacciava, tra le lacrime, di suicidarsi, mentre uno dei cognati (aspetto singolare: dei due fratelli Zorzi uno figurava tra i comunisti, l’altro simpatizzava per il Fascio) aveva impugnano una pistola, pronto a compiere una pazzia…

La vettura nel frattempo raggiunse il Cimitero Monumentale. Il calciatore, spintonato dai repubblichini, fu costretto ad inginocchiarsi accanto alla tomba di un partigiano giustiziato pochi giorni prima, Marcello Di Lisa. Il ras del gruppo gli rivolse un’ultima, laconica, domanda: “Chi sono gli autori del volantino?” Mazzetti non aprì bocca. Pochi istanti e poi il silenzio fu rotto da due colpi secchi di pistola.

Il prigioniero si piegò in avanti, crollando al suolo: non era morto, soltanto svenuto. Vittima di una esecuzione mimata, ma al tempo stesso di una brutale forma di tortura. Secondo alcune fonti l’arma sarebbe stata caricata con proiettili a salve, altri riferirono che l’esecutore – seguendo gli ordini impartiti da Rocchi, intenzionato a salvare la vita dell’apprezzato centrocampista, ma al contempo a riservargli una tremenda lezione – aveva indirizzato i colpi a terra, sfiorando semplicemente l’orecchio destro del giustiziando.

Sta di fatto che, avendo il prigioniero perso conoscenza, i fascisti – dei quali pare fosse a capo Adolfo M., braccio destro del capo della provincia – condussero il giovane, tra lazzi, frizzi e slogan fascisti, al Pronto Soccorso dell’ospedale di Monteluce, a poche centinaia di metri dal cimitero, dove lo spintonarono fuori dall’abitacolo, ripartendo con stridore di gomme e lasciandolo libero. Tanto che il giorno dopo Mazzetti, dimesso, potè rientrare a casa sua senza ulteriori problemi.

I colpi di scena, tuttavia, non erano ancora finiti. Qualche tempo dopo, mentre il “sor Guido” – come poi lo chiameranno i perugini – si trovava in casa coi suoi familiari, all’uscio bussò una “camicia nera”, soggetto noto per essere tra gli uomini più vicini al temuto capo del fascismo perugino.
Fu fatto entrare e il nuovo arrivato, pomposamente, annunciò: “Sua eccellenza il prefetto Armando Rocchi, in partenza per Salò, desidera che tu Mazzetti lo vada a salutare. É qui sopra, in piazza Piccinino…”

La moglie e la suocera lo pregarono, a mani giunte, di non andare, i cognati gli suggerirono di ignorare l’invito tanto i repubblichini stavano per abbandonare la città, pressati dall’avanzata degli anglo-americani. Tuttavia Mazzetti, sia pure con la morte nel cuore, si alzò dalla sedia e raggiunse, coraggiosamente ma con la mente turbata e il cuore che batteva forte, il luogo dell’appuntamento.

Rocchi lo aspettava, in piedi ed in uniforme da gerarca con giacca in orbace, fez e pistola al cinturone, accanto ad una vettura col motore acceso.
“Mazzetti, – queste in sintesi le parole di Rocchi, combattente della prima guerra mondiale, inviato in Spagna quale comandante di Battaglione in aiuto di Franco e reduce dal fronte della Dalmazia e del Montenegro – sto partendo per il Nord, dove la patria mi chiama. Voglio però stringerti la mano perché ti sei dimostrato un uomo di coraggio. Intendo darti, tuttavia, un consiglio. Tu sei uno sportivo e come calciatore ci sai fare, lascia stare la politica, con cui ci si può fare male, molto male…”

Guido Mazzetti restò anche stavolta in silenzio, ma rimase fedele ed attivo al suo credo di Azionista ed antifascista. Ed il 20 giugno 1944, quando le truppe alleate liberarono definitivamente il capoluogo umbro, del comitato ufficiale di accoglienza a Palazzo dei Priori, faceva parte pure lui. Il famoso generale inglese Harold Alexander firmò il suo “Certificato di Patriota”.

Non solo: per alcuni mesi, gli venne affidato persino l’assessorato alla Pesca del Trasimeno. A testimonianza della generosità di quest’uomo – apparentemente brusco, ben poco diplomatico, ma leale, schietto e sincero – nei mesi successivi al passaggio del fronte diede ospitalità, a casa sua, all’ex calciatore perugino Peppino Vitalesta, legato al regime fascista e ricercato dai partigiani comunisti, che intendevano fargli pagare il suo passato di “camicia nera”.

Subito dopo Mazzetti – che fino all’ultimo continuò ad esprimersi con uno spiccato accento bolognese – riprese l’attività sportiva ripartendo dal Napoli, per tornare dopo aver militato nel Savoia e nel Siracusa, a Perugia, prima di chiudere la carriera con l’Acireale. Proprio, in Sicilia, iniziò la sua carriera di allenatore, ancora più luminosa di quella di calciatore: quaranta anni nei quali si guadagnò il titolo di “mago dei poveri” (non retrocesse mai e salvò diversi club sull’orlo della retrocessione) e detiene ancora oggi il record di panchine in serie B (626).

Guido Mazzetti si é spento a Perugia, all’età di 81 anni, il 24 febbraio 1997.

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