✍ I Racconti – La caduta degli Dei, il Gotha umbro prima della rete

La caduta degli Dei, il Gotha umbro prima della rete

La caduta degli Deim, il Gotha umbro prima della rete

da Stella Carnevali
L’appuntamento fisso al bar Turreno dietro l’ingresso principale della cattedrale di san Lorenzo a Perugia. L’acropoli della città capoluogo della regione, della sede della Provincia di Perugia, della sede della Regione dell’Umbria e della sede di tutti i partiti allora esistenti e dei principali sindacati. E delle maggiori testate giornalistiche: Paese Sera, l’Unità. Il Messaggero, La Nazione.

C’era un cinema e un bar, il solo che c’è ancora. Questa l’agorà di tutti i turrenari o scalettari che, dopo aver sbrigato il quotidiano, qui si ritrovavano anche senza un motivo.

Un periodo unico e irripetibile che va dagli Settanta fino ad una fetta dei Novanta. Tutti tra i 15 e i 30 anni, con qualche eccezione dopo i 30.  I vip anche dopo i gli anta.

Della terza liceo, dell’università, della disoccupazione, gruppettari della sinistra, colti e non, ricchi e poveri, borghesi e operai, perugini, calabresi, pugliesi, greci iraniani. Ma anche folignati, eugubini e tifernati che venivano a studiare a Perugia.

E le donne: con le stesse caratteristiche sociale ma che facevano gruppo a sé. Si mischiavano all’altro genere solo per i dibattiti ufficiali, per le manifestazioni e, individualmente, per la nascita di storie d’amore e di molti bambini.

Extraparlamentari di Lotta Continua, di Avanguardia operaia, del Manifesto, gli Anarchici, gli irriducibili senza arte né parte, tutti ugualmente definiti Gruppettari.

Da Gustavo il falegname di via Garibaldi che era un ottimo restauratore e un fine pensatore, al Fucilino cosiddetto per la statura, che faceva l’ambulante e aveva avuto due gemelli da una biondissima svedese.

Quello l’unico luogo del Comunque, dove  tutto veniva deciso. Così credevano, ma così era.

Si discutevano tutti i temi che a scuola, nella famiglia e all’oratorio era impossibile dibattere.  Ogni protesta aveva cittadinanza. Si diventava citoyen solo per il fatto di esserci.

Si organizzavano gruppi di studio, la formazione tra i giovani era ritenuta indispensabile. Il martedì e il giovedì a casa dei Claudioni che abitavano dietro il Turreno, sul Capitale di Marx; per qualche passo sulla dialettica di Hegel si andava da due professori, futuri professionisti.

Dominava la politica estera: la guerra del Vietnam, il nuovo colonialismo Usa e talvolta, solo pochi eletti potevano fare gruppo con il marchese che abitava da quelle parti e studiava storia a Firenze.

L’intellettuale del Manifesto lavorava alla nascita di un nuovo giornale per raccontare delle mille storie taciute nella Perugia che tutto cova e da cui nulla trapela.

C’erano i giornalisti del quotidiano di sinistra, Paese Sera, sempre sull’orlo della chiusura che poi si compì proprio in quegli anni.

La rivoluzione psichiatrica con l’apertura del manicomio e con l’ingresso, guai a non farlo, degli ex ricoverati che preferivano mischiarsi alle sinistre.

E le femministe con i loro gruppini di autocoscienza, una volta alla settimana, da cui uscivano piene di tormenti e nessuna certezza. Mentre le moderate del Pci aderivano all’Udi che aveva sede vicino a Cesarino dietro palazzo dei Priori. Ma insieme avevano fatto nascere i primi consultori di prevenzione e si univano durante le proteste condivise.

Leggere era categorico: per un turrenaro tutti saggi della case editrici Feltrinelli, NewCompton, Einaudi, Editori Riuniti. Che scrivessero di Marx e del marxismo.

La narrativa: sì a quella latino-americana, in testa Cent’anni di solitudine di Marquez, Teresa Batista stanca di guerra di Jorge Amado, Il Paradiso di Josè Lezama Lima, Sopra eroi e tombe di Sabàto e così via.

Ma anche i nord americani: Tenera è la notte di Fitzgerald, il vecchio e il mare di Hemingwuay, Santuario di Faulkner e ancora : Kerouac, Miller, London.

La letteratura europea, russi compresi, era data per scontata. I diritti civili su divorzio, aborto e parità di genere  scatenavano iniziative, manifestazioni, proteste e occupazioni.

Gli studenti delle scuole superiori e dell’università all’inizio di ogni anno esponevano le lenzuolate con su scritto  Occupazione.

Nell’agorà conviveva anche il massimo vertice del Pci umbro anche se faceva gruppo a sé, anzi a dirla tutta, anche al suo interno si frequentavano per gruppi e non tutti frequentavano il Turreno.

Presidenti che via via si avvicendavano alla Regione, alti industriali, presidenti di provincia, i sindaci di Perugia per un lungo periodo furono solo socialisti dunque assenti, alti industriali, dirigenti dell’Iri, primari ospedalieri, calciatori del Perugia nell’intervallo in cui la squadra è stata in serie A.

Il semestre estivo la piazza era gremita fino a tarda sera. Si diceva, o era convinzione, che qui si decidessero i destini di molti amministratori ed anche dei parlamentari da eleggere in Umbria, la linea da tenere al partito o nelle istituzioni, a seconda del tema.

Per questo il Turreno era considerato come il raduno delle lobby di potere.

Non mancavano i figli d’arte della sinistra storica che, in genere stavano con i gruppettari e consideravano borghesi di destra quelli del Pci, genitori compresi.

A poco più di 150 metri, in corso Vanucci, oltrepassata la Fontana Maggiore, il bar dei fasci era il Ferrari. Ma più che da fascisti era frequentato dai perugini che andavano in cerca di straniere, quelli cioè che si sentivano belli, ricchi e fighi e già masticavano l’inglese.

Ad aprile erano già abbronzati con la lampada al quarzo e vestivano griffati.

Si esercitano in dizione per cancellare la peruginità adottando un tono un po’ nasale che faceva snob.

I figli di papà erano pochi, più spesso erano ragazzi decisi a far soldi e a frequentare ragazze con i soldi. Così le perugine dovevano essere di buonissima famiglia e molto impegnate tra Cortina d’Ampezzo e l’isola d’Elba.

Ma le straniere del nord Europa  erano le più ricercate,  al top le svedesi, ritenute sessualmente più libere.  In realtà molti sono stati i matrimoni tradizionali o riparatori e molti gli innamoramenti dei perugini emancipati delle biondissime strangers.

Tornando ai Turrenari tutti impegnati a rivoluzionare la società. Anche gli abiti erano segni di riconoscimento dell’appartenenza all’agorà. I jeans erano il capo base per tutti, ma nel periodo femminista le donne vestivano gonne a fiori, lunghe alla caviglia con zoccoli o expadrillas in tutte le tinte.

Eschimo d’inverno al maschile e lunghi cappotti di lana lavorati a mano al femminile. Molto gettonato era il mercato dell’usato che offriva a poco prezzo consumata biancheria notturna. Ricamata a mano. Che veniva riciclata in gonne o camicioni da giorno.

Il prevalente raggio d’azione restavano le scalette del duomo che offrivano comode sedute per fare quattro chiacchere, prendere il sole o sferruzzare maglioni e sciarpe che per le femministe dure e crude, rappresentava la vera provocazione.

Lunghe le domeniche passate a esplorare la Valnerina, tanto cinema d’art e d’essai al Modernissimo con tutto su Visconti e non solo. Mai a ballare.

D’inverno a casa di qualcuno a cucinare antiche polente, torte al testo e tagliatelle fatte a mano. Anche questo era un sapere rivendicato proprio dalle femministe.

Dopo questo periodo, via via e gradualmente si scioglievano i gruppi extraparlamentari, cresceva il Pci e si svuotava l’agorà.

Se si esclude una minoranza  che si era buttata a destra cercando rifugio operoso a Milano o a Roma. La maggior parte degli uomini e delle donne del Turreno, superata l’età della protesta, si ritrovarono con destini quasi segnati.  Chi faceva o ambiva a fare il giornalista alla neonata sede regionale della Rai, qualcuno anche a quella nazionale, così come nelle altre redazioni romane dei quotidiani di sinistra. Altri all’inizio come borsisti nelle facoltà di Lettere e Scienze Politiche, Sociologia la cattedra più ambita.

Chi a fare i medici ospedalieri o nei nascenti distretti socio-sanitari. Gli impiegati, moltissimi, in Regione Provincia e nei Comuni. Ma anche all’Università per stranieri, alla Sip e all’Enel.

I più snob aprivano studi legali consociati garantendosi il contenzioso degli enti locali, tutti di sinistra.

Forse solo il Fucilino è rimasto ambulante e Gustavo  a fare il restauratore, o forse è la memoria a far difetto.

Ma pare che sia andata proprio così, tutti o troppi a salire sull’ascensore politico.

 

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