I racconti, l’ex tabacchificio di Perugia, le tabacchine, la filovia e la storia di Marina (S.Carnevali)

Sola, con due figlie che aveva dovuto mettere in uno di quei collegi per indigenti

I racconti , ex tabacchificio di Perugia,le tabacchine, la filovia e la storia di Marina

I racconti , ex tabacchificio di Perugia,le tabacchine, la filovia e la storia di Marina (S.Carnevali)

da Stella Carnevali
Alla fine degli anni Cinquanta siamo nel pieno della ripresa post-bellica. La fabbrica perugina dei tabacchi di Pian di Massiano dava lavoro a 500 persone. Dal 2016, sta prendendo forma, il progetto di social housing  nell’area dell’ex tabacchificio di via Cortonese, a Perugia che conta un’ area di 27mila metri quadrati. Al posto dell’ex Tabacchificio di cui, si dice, verranno salvati a ricordo, la ciminiera e l’ingresso.

Chi porterà i sui passi o i suoi sguardi in quest’area, dovrebbe almeno sapere non solo cosa c’era prima, ma chi c’era dentro, prima che la fabbrica venisse demolita.

Perché non potranno mai esserci scavi futuri da cui dedurre il passato di circa 500 persone che hanno passato qui la loro vita lavorativa.

L’atto finale

Marina lavorava come tabacchina stagionale nella fabbrica del monopolio di Stato dei tabacchi. Per arrivarci, prendeva due filovie che non erano dei tram: invece di avere dei binari di scorrimento sul terreno, questi binari erano in alto sopra le strade, fissati alle case con dei tiranti. Le bretelle della filovia vi scorrevano dentro per ricevere l’elettricità. Agli incroci, le bretelle facevano dei lampi azzurri e delle scintille e, qualche volta una ne cadeva sul tetto della filovia, l’autista vi saliva sopra  per riattaccarla.

Marina e le altre, una storia che trafigge
Se la mia memoria degli studi dedicati al cinema, all’università, non mi inganna, siamo in pieno neorealismo. La storia, che narri Stella, è emozionante e straziante insieme. Le “immagini” che racconti, scorrono, una dietro l’altra, in una sequenza in “bianco e nero”. né più né meno come i film di Visconti, Rossellini e De Sica. Specialisti, com’erano, nel raccontare il dolore di un’Italia che, devastata, uscita dalla guerra. Per un popolo che camminava verso un futuro incerto, con le lacrime agli occhi. La storia di Marina (e le altre) racconta tutta la sofferenza, l’orgoglio, la speranza e la sconfitta di quegli anni. Quando i diritti del lavoro – negati – continuavano ad uccidere, dopo la guerra, soprattutto donne, madri e, tante volte, vedove di soldati che non erano mai più tornati dal fronte. Grazie Stella, continua
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ex tabacchificio

Marina prendeva la prima filovia, la numero 3 che partiva alle sei del mattino e la portava in centro. Da lì, ne prendeva un’altra per la stazione, la numero 1. Il biglietto costava dieci lire prima delle otto perché erano le corse per gli operai, mentre dopo le otto, quindici lire. Dalla stazione, doveva percorrere ancora due chilometri a piedi e quel tratto lo faceva con la sua amica Iolanda che l’aspettava alla seconda fermata.

Nel frattempo le era nata una seconda figlia con la quale partiva all’alba per la fabbrica, perché fino ai 3 anni poteva frequentare il nido interno al Tabacchifico.

Il lavoro di Marina era pesante: tutto il giorno a selezionare le foglie di tabacco, quello biondo, quello nero, quello di prima, di seconda e di terza scelta e il trinciato. Poi nelle botti a disporlo per bene, un gran caldo umido e un odore acre, pungente. Ma pagavano bene e c’era la speranza di un’assunzione. Quelle fisse venivano chiamate le “permanenti” e questo nome assumeva il significato di sicurezza, di futuro garantito. Invece loro, le altre, erano le stagionali e lavoravano solo sei mesi all’anno, dopo i raccolti.

Gli altri sei mesi dell’anno Marina andava a fare i mestieri di casa presso le signore. Si era fatta un’amica, Iolanda tabacchina anche lei, con la quale si sentiva meno sola.

Alla fine degli anni Cinquanta, potevano considerarsi  famiglie fortunate rispetto a tutte quelle che invece erano state costrette ad emigrare in Francia, in Germania o in Belgio.

Ma il benessere percepito avrebbe avuto vita breve. Stavano per iniziare i primi anni Sessanta, poco prima di Pasqua,  quando il Governo italiano decide di chiudere la fabbrica dei tabacchi.

Per le stagionali, come Marina, non c’era niente da fare, le permanenti, invece,  non avrebbero perso il posto, però si sarebbero dovute trasferire in chissà quale altra città dell’Italia.

Ma tutte insieme, permanenti e precarie, avevano occupato la fabbrica dei tabacchi. Quattrocento operaie, erano tutte donne meno i capisquadra che erano uomini, non erano stagionali e non parteciparono alla rivolta.

Al suonare della sirena di uscita delle sei del pomeriggio, erano rimaste ferme, tutte truccate per l’occasione, ai loro banchi di lavoro dove selezionavano le foglie di tabacco.

Al mattino, anche chi in genere li lasciava a casa, aveva portato i propri figli al nido o alla materna che era al piano superiore della fabbrica, le scorte di viveri sarebbero bastate per un paio di giorni.

All’assemblea sindacale, quando avevano minacciato lo sciopero, il capo dell’agenzia cioè il direttore aveva detto: “Vedrai quando suona la sirena come si precipitano giù per le scale, come tutti i giorni.”

Invece non ne uscì neanche una, anzi sul terrazzo sopra la fabbrica avevano messo un cartello: La fabbrica non si chiude, dobbiamo mangiare.

Il progetto di Social Housing
Social Housing

La piccola città non se ne era interessata, all’inizio. Il questore, subito mobilitato era arrivato con un paio di pattuglie, anche il comandante dei carabinieri era stato puntuale.

Hanno figli, sono donne, è tutta una buffonata, una notte dentro e poi escono” commentavano i tutori dell’ordine.

Il direttore aveva garantito che non ci sarebbe stato bisogno del loro intervento, lui aveva un sistema sicuro per farle uscire.

Il questore aveva tentato anche la via dell’intimidazione: faceva salire dei poliziotti in borghese, per dire alle occupanti che sarebbero state messe tutte in galera.

La mossa non aveva funzionato perché ai poliziotti in abito civile era stato consentito l’accesso al salone principale solo quella prima volta perché, quando si erano ripresentati con nuove minacce, avevano trovato l’ingresso in cima alle scale sbarrato da sei donne tutte incinta che, mani sui fianchi e pancione puntato, urlavano agli esterrefatti poliziotti, non addestrati per situazioni tali, di andarsene. “Volevano forse fare a botte? Che si accomodassero pure.”

Erano passati due giorni e due notti, ma le donne non sloggiavano. Intanto avevano chiamato rinforzi dalle città vicine, la fila delle camionette era lunga alcuni chilometri oltrepassava Ferro di Cavallo, venivano persino da Arezzo

La città adesso si era agitata, i giornali  sparavano in prima pagina l’evento eccezionale con le notizie fornite dalla polizia. Dentro la fabbrica non facevano più passare i familiari, né i viveri.

Vedrai, come se la smettono

La filovia o funivia di Piazza Matteotti
credits Pinterest Vasco Fioriti e Vincenzo Padiglioni

Vedrai, come se la smettono. Ma al terzo giorno, stupiti gli stessi poliziotti, avevano visto volare sopra le loro teste un elicottero civile che lanciava pacchi sull’enorme terrazzo della fabbrica. C’era stato tutto un correre, convocare il direttore, sapere cosa fosse successo e, soprattutto, quell’elicottero di chi era?

Condanna unanime nei confronti del direttore della fabbrica

Alle sei del mattino, i concittadini avevano appreso dalle prime pagine dei giornali la condanna unanime nei confronti del direttore della fabbrica che aveva garantito metodi sicuri per far uscire tutte le occupanti: infatti, aveva chiuso la mensa dell’asilo nido e della materna da due giorni, ma le donne non si erano perdute d’animo, anzi era stata l’occasione per riuscire a comunicare con l’esterno.

Si era finalmente venuto a sapere che erano senza viveri

Erano salite sul terrazzo che faceva da tetto, da lì avevano richiamato l’attenzione di qualcuno dei familiari che stazionava sempre nei dintorni e a quella con la mano più ferma era stato affidato il compito di lanciare il thermos con dentro la cronaca dei veri fatti che si svolgevano all’interno. Si era finalmente venuto a sapere che erano senza viveri tanto che la famiglia Spagnoli si era mobilitata con un elicottero che poteva atterrare sul tetto a terrazza della fabbrica. Rifornendo così di cibo e di acqua donne e bambini.

Dopo quegli articoli che gridavano allo scandalo “Affamare dei bambini e delle donne!” Un senatore socialista aveva mandato subito cinquecento uova fresche che erano state sequestrate dal questore.

E se avessero cominciato a tirarle?” ragionevole dubbio delle forze dell’ordine. Ormai la capacità di lotta psicologica, e non solo, non veniva più sottovalutata.

Quando, sempre preceduto dall’avviso a mezzo altoparlante, venne di nuovo annunciato l’arrivo del direttore, le donne avevano escogitato un piano. Si sarebbe nascoste sotto i banchi di lavoro così da far sembrare deserto l’enorme salonein modo che anche il silenzio sembrasse surreale.

Stavolta, gli avrebbero tolto la voglia di fare lo spiritoso al baldanzoso direttore.  Al tre, lanciato sottovoce con il passa parola, intonarono una pernacchiona corale che era iniziata in sordina, per poi finire con l’esplodere fragorosa sotto le sue orecchie.

Il direttore aveva rinunciato agli annunci aveva girato sui tacchi con la bile alle stelle.

Insomma, per tornare alle cinquecento uova, non potevano neanche mandarle a male. Avevano così informato che chi avesse voluto bere l’uovo fresco avrebbe dovuto scendere di sotto e farlo davanti ai poliziotti, non più di due donne alla volta, però.

Il direttore, nel frattempo, era stato sospeso dall’incarico per aver tentato di affamare i bambini del nido e della materna.

Una collega di lavoro delle occupanti, intanto era tornata dal viaggio di nozze e subito aveva saputo la notizia, aveva deciso: “Ah, entro anch’io, ma non mi potevano aspettare?” Si era presentata il quarto giorno dell’occupazione con la scusa che doveva consegnare le bomboniere alle compagne. L’avevano fatta entrare e lei aveva cominciato a distribuire i sacchetti di tulle con i confetti a partire dal questore, poi al vice e anche al nuovo direttore. Nessuno aveva rifiutato.

I racconti

Le colleghe la bomboniera se l’erano attaccata al petto a mo’ di coccarda. Quindi la neo sposa, senza scomporsi aveva comunicato che sarebbe rimasta, infilandosi dietro le altre. Era arrivato il giorno di Pasqua e il vescovo aveva voluto dire la messa nel grande salone tra la commozione di tutti perché si era insinuata la speranza di una conclusione positiva per la fabbrica occupata.

Ma i giorni passavano, la delegazione sindacale era stata mandata a Roma per trattare e le donne  sentivano di essere alla fine delle proprie energie, temendo un insuccesso, avevano deciso di bluffare sui loro tempi di resistenza.

Avevano delegato la Gesuina, alta e in abbondante sovrappeso, che dalla cima alle scale, accanto al  telefono, aveva urlato ai poliziotti di sotto, se poteva  chiamare casa per ricordare ai familiari gli orari delle medicine per l’anziano padre.

E a voce alta aveva dettato al marito: “Quella gialla gliela dai un giorno sì ed uno no, quella rossa, tutte le mattine, quell’altra con la capsula verde ogni tre giorni, hai capito, te lo devo ripetere?

I racconti

Insomma, in base alla lista delle medicine il poliziotto di turno era andato a riferire al questore che quelle chissà ancora per quanti giorni sarebbero rimaste dentro.

Intanto la delegazione sindacale era tornata da Roma con questo messaggio: forse c’era una via d’uscita, ma prima dovevano sgomberare la fabbrica, altrimenti non potevano concedere niente.

Se il Governo avesse ceduto di fronte a un’occupazione, in seguito tutti avrebbero fatto la stessa cosa. Non ci avevano creduto, troppi i non detti e niente da firmare,  ma ormai dopo sette giorni e sei notti a dormire per terra con quel putiferio, e i bambini che non ne potevano più, il morale era a terra.

Erano uscite in silenzio quel pomeriggio di quasi primavera, col senso della sconfitta. Il Governo non aveva trattato un bel niente, tutte le stagionali erano state licenziate e le permanenti spedite in giro per l’Italia.

 Alcune avevano fatto causa e l’avevano anche vinta, ma solo molti anni dopo, quando erano cioè prossime alla pensione.

Per tutte le altre, si aprì il destino della disoccupazione, e in particolare per Marina. Sola, con due figlie che aveva dovuto mettere in uno di quei collegi per indigenti, gestiti dalle suore, le vedeva al parlatorio due volte al mese, di domenica pomeriggio dalle tre alle cinque.

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