Cinghiali esplodono in Italia: pressione umana e caccia li moltiplica

Cinghiali esplodono in Italia: pressione umana e caccia li moltiplica

Emergenza fauna selvatica: nuove prove scientifiche da Chieti-Pescara

| di Sauro Presenzini

La pubblicazione delle motivazioni scientifiche firmate dal Professore Associato Andrea Mazzatenta dell’Università di Chieti-Pescara, diffuse il 6 gennaio sul Journal Conservation, segna un punto di svolta nella comprensione dell’esplosione demografica dei cinghiali in Italia. Il lavoro, frutto di un’analisi estesa su oltre un secolo di dati, attribuisce con chiarezza la crescita incontrollata della specie a due fattori determinanti: pressione antropica e pratiche venatorie errate. Un quadro che ribalta molte convinzioni diffuse e che impone una revisione urgente delle strategie di gestione.

Un fenomeno alimentato dall’uomo

Secondo lo studio, la presenza sempre più massiccia dei cinghiali non è un fenomeno spontaneo né naturale. Le popolazioni autoctone, un tempo limitate e caratterizzate da dimensioni ridotte e bassa prolificità, sono state progressivamente sostituite da esemplari introdotti dall’Est Europa a partire dagli anni ’50. Animali più grandi, più fertili e geneticamente diversi, immessi senza un controllo adeguato per alimentare il circuito venatorio.

A questo si è aggiunta una pressione crescente esercitata dall’uomo attraverso piani di abbattimento e caccia selettiva, che hanno innescato un meccanismo controintuitivo: invece di ridurre la popolazione, l’hanno accelerata. In soli due anni, la specie ha registrato un incremento stimato attorno al 60%, un dato che coincide con l’intensificazione delle attività di controllo.

La risposta della natura: riprodursi di più e più in fretta

Il cuore della ricerca di Mazzatenta mette in luce un processo biologico tanto semplice quanto implacabile: l’adattamento fisiologico. Quando la caccia elimina gli individui dominanti – la matriarca o il maschio adulto – si spezza l’equilibrio interno del branco. Le femmine giovani, normalmente inibite da segnali chimico-ormonali emessi dalla matriarca, entrano immediatamente in estro. I maschi giovani, più fertili e con una produzione spermatica superiore, si accoppiano con maggiore frequenza e successo.

Il risultato è un’impennata dei parti e un aumento dei nuovi nati. La pressione venatoria, dunque, non solo non riduce la popolazione, ma stimola la specie a moltiplicarsi più rapidamente, come risposta evolutiva alla minaccia percepita.

Un’emergenza visibile nelle città e nelle campagne

La presenza dei cinghiali è ormai parte della quotidianità urbana e rurale. Animali che rovistano tra i rifiuti, attraversano strade trafficate, provocano incidenti e alimentano un clima di allarme. Termini come “invasione” o “assedio” dominano il dibattito pubblico, spingendo molti a invocare ulteriori abbattimenti come unica soluzione possibile.

Ma lo studio dimostra che questa strategia, se non accompagnata da una conoscenza approfondita delle dinamiche ecologiche, rischia di aggravare ulteriormente la situazione. La natura risponde, e lo fa con una logica che non coincide con quella umana.

Una gestione frammentaria che ha favorito il caos

Per decenni, enti regionali e nazionali hanno prodotto dati discontinui, privi di una visione unitaria. Questa mancanza di coordinamento ha alimentato l’idea che la caccia fosse l’unico strumento efficace, mentre la realtà mostrava un fenomeno molto più complesso. La ricerca di Mazzatenta, basata su documenti dal 1900 al 2023, ricompone finalmente il quadro, offrendo una lettura organica e scientificamente fondata.

La “sentenza” del Tribunale scientifico

Il lavoro del professore, definito da molti come una vera e propria “sentenza” del Tribunale scientifico, chiude un dibattito che per anni è rimasto sospeso tra percezioni, allarmi mediatici e dati insufficienti. Ora le prove ci sono: la crescita dei cinghiali è un fenomeno causato dall’uomo, e la caccia, se mal gestita, ne è uno dei principali acceleratori.

La conclusione è netta: per fermare l’escalation occorre interrompere il meccanismo che la genera, ripensando radicalmente le strategie di gestione e adottando soluzioni basate su evidenze biologiche ed ecologiche, non su reazioni impulsive o pressioni sociali.

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