Il racconto di un positivo, com’è il Covid? Parla di Paola Angelo Bianco

 
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Il racconto di un positivo, com’è il Covid? Parla di Paola Angelo Bianco

Sono entrato in ospedale lo stesso giorno alla stessa ora della notte di T.R.. Il mio compagno di camera è morto dopo circa 35 giorni di atroci dolori in ospedale. Chi non ha mai visto un uomo con il “casco” per respirare non può immaginare, neppure lontanamente. Entrare nell’area covid, dopo 10 giorni di malattia e sofferenze mai provate prima, primo ricovero ospedaliero della vita, è come entrare in un carcere di massima sicurezza, quello dei film nei quali si chiude una porta dopo l’altra dietro di te.

Vieni privato della borsa che conteneva le tue piccole sicurezze, vieni accompagnato ed accolto da persone sconosciute di cui vedi a malapena gli occhi, mentre senti voci ignote, innaturali, incupite da bendaggi chiamati mascherine, ma non è carnevale.

Sei solo, spaventato a morte quando ti dicono “hai una polmonite bilaterale acuta”; non lo sospettavi prima di lasciare casa e i tuoi affetti. Fino a quel momento smart working, cercando di far finta di niente, a parte uno svenimento, un giorno con oltre 39 di febbre, le nottate di sofferenze e stati confusionali, diversi chili in meno per aver perso il piacere di mangiare.

Eppure a casa sono stato seguito e sostenuto per 10 giorni dalle cure amorevoli di tante persone, oltre ai familiari, tutte competentissime: il Professore e primario ospedaliero, amico di tante vacanze spensierate da trent’anni, che mi chiamava tutti i giorni, incoraggiandomi, dandomi un buon motivo, la carica positiva per combattere; la straordinaria ed autorevolissima Dottoressa di famiglia alla quale devo moltissimo per aver quotidianamente individuato cure che hanno anticipato quelle ospedaliere; il Distretto Sanitario con i suoi medici ed infermieri per il monitoraggio quotidiano e la tempestività delle risposte, in un momento di crisi totale e di impreparazione generale.

Sono stato fortunato. Ma sicuramente ringrazio tantissimi, non solo familiari, che da lontano mi hanno voluto bene con le loro preghiere. Sono uscito dall’area covid, come da un carcere di massima sicurezza, dopo appena 7 giorni.

Un miracolo, avrei detto, se fossi stato degno della pietà e del perdono di Dio. Ho pianto e pregato quasi tutti i giorni. Ma quando sono tornato a casa sono scoppiato in lacrime, non riuscivo a pronunciare una parola per la felicità di essere tornato, distante ma vicino ai miei familiari. Ancora oggi non ci credo: clinicamente guarito in circa 17 giorni, positivo per circa 25.

Chi è Paola, da me chiamata “Angelo Bianco”, non lo so. Non aveva un volto che potrei riconoscere. Solo un camice bianco con su scritto il nome Paola, occhi sorridenti e voce rassicurante, quella di un qualsiasi operatore sanitario nell’Area Covid dell’Ospedale di Città di Castello.

La chiamavo Angelo Bianco perché era buona e premurosa come un angelo custode, come chiunque in quel reparto. Missionari. Era un miracolo di certo, pensavo, come facevano questi missionari a non essere contagiati, usando dispositivi di protezione così eterogenei, apparentemente fatiscenti, quasi improvvisati?

Oggi, 16 maggio, Sant’Ubaldo ci protegga ancora. Io sono stato Fortunato.

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