Rebibbia: DAP blocca i padrini di Cresima, fede negata

Rebibbia: DAP blocca i padrini di Cresima, fede negata

Alemano, direttiva blocca Sacramento: detenuti esclusi all’ultimo

Giania Alemanno, ex minstro, interviene scrvendo un lungo post sul suo profilo Facebook. Un divieto improvviso ha colpito nel cuore della fede e del percorso di reinserimento una decina di reclusi del penitenziario romano di Rebibbia che, dopo mesi di preparazione, si apprestavano a ricoprire il ruolo di padrino durante la cerimonia di Confermazione prevista per sabato 21 dicembre 2025. L’impedimento, comunicato il giorno precedente al rito, si fonda su una circolare del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria datata 21 ottobre 2025, che ha centralizzato le autorizzazioni per le attività trattamentali.

La testimonianza diretta arriva dal 354° giorno di detenzione a Rebibbia, dove Gianni Alemanno insieme ad altri compagni aveva intrapreso un cammino spirituale per accompagnare i propri compagni di cella verso il Sacramento della Cresima. Tra questi, Fabio avrebbe dovuto presentare Antonio, Manolo sostenere Alessio, mentre altri otto detenuti avrebbero svolto analoga funzione per i rispettivi confermandi distribuiti nelle diverse sezioni del complesso penitenziario.

La preparazione era durata mesi. Oltre agli incontri con i cappellani per le confessioni sacramentali, i futuri padrini avevano selezionato abiti appropriati per la solennità, organizzato doni per i cresimandi con l’aiuto dei familiari durante i colloqui, e persino sostenuto confronti teologici con chi, all’interno dell’istituto, aveva aderito alle predicazioni evangeliche particolarmente diffuse tra la popolazione carceraria. L’intento dichiarato andava oltre la formalità liturgica: costruire un legame di fratellanza capace di sostenere i più giovani nella traversata dell’esperienza detentiva, orientandoli verso scelte positive.

Il programma prevedeva una celebrazione nella chiesa principale del complesso, la stessa dove Papa Francesco aveva inaugurato la Porta Santa durante il Giubileo. Il Cardinale Vicario di Roma avrebbe officiato la Messa e conferito il Sacramento, mentre ciascun padrino avrebbe presentato il proprio confermando secondo il rito tradizionale, appoggiando la mano sulla spalla e pronunciandone il nome. Al termine, il porporato avrebbe chiuso la Porta Santa, suggellando un momento di profondo significato spirituale.

L’annuncio del diniego è giunto come un fulmine inatteso. Nel pomeriggio di venerdì, un agente della Polizia Penitenziaria ha convocato all’atrio i designati padrini comunicando l’impossibilità di procedere. Le motivazioni addotte rimandavano a prescrizioni ministeriali, senza ulteriori specificazioni. Successivamente, uno dei cappellani del carcere ha confermato il provvedimento, riferendosi anch’egli a una direttiva non meglio identificata proveniente dal livello centrale dell’amministrazione.

L’episodio ha spinto i detenuti a un’indagine normativa. Don Paolo, sacerdote anch’egli ristretto nella medesima struttura, ha consultato il Codice di Diritto Canonico scoprendo che la disciplina ecclesiastica consente di assumere il ruolo di padrino a ogni cattolico cresimato che “non sia stato colpito da alcuna pena canonica legittimamente comminata“. Nessuno dei candidati padrini risultava sottoposto a sanzioni di questo tipo, essendo esclusi dalla loro fattispecie criminale reati come l’attentato al Pontefice o altri sacrilegi contemplati dal diritto canonico.

L’impedimento trova invece origine in precedenti circolari del Ministero della Giustizia che vietano tale prassi per il timore che possa consolidare vincoli tra affiliati a organizzazioni criminali, richiamando gli antichi rituali di iniziazione mafiosa basati sul comparaggio. Questi atti amministrativi, sebbene datati, sarebbero stati rafforzati dalla recente circolare del 21 ottobre 2025 con cui il DAP ha accentrato presso i propri uffici l’approvazione delle iniziative trattamentali. La direzione locale dell’istituto, secondo quanto emerso, non ha potuto opporsi, limitandosi ad applicare disposizioni centrali ritenute confuse e contraddittorie.

Dopo ore di smarrimento e frustrazione, i detenuti hanno trovato una soluzione alternativa. Ogni padrino ha abbracciato il proprio cresimando, promettendo un sostegno spirituale nonostante l’impossibilità di formalizzarlo ritualmente. Durante la cerimonia, cappellani e religiose si sono resi disponibili per sostituire in extremis i padrini originari, garantendo comunque lo svolgimento del Sacramento.

Permangono tuttavia interrogativi profondi sull’episodio. La domanda sollevata dagli interessati riguarda la libertà religiosa all’interno degli istituti di pena: quale logica porta l’amministrazione statale a nutrire sospetti verso un Sacramento quando questo crea vincoli tra persone detenute per reati estranei alla criminalità organizzata? Il dubbio espresso è se la prevenzione delle dinamiche mafiose possa giustificare l’interferenza con scelte di fede che, al contrario, orientano verso percorsi di redenzione.

La tesi sostenuta dai protagonisti della vicenda è che legami ispirati dalla fede, quando si creano tra compagni di detenzione, dovrebbero essere incoraggiati anziché guardati con diffidenza. Il Sacramento della Cresima, secondo la dottrina cattolica, genera un vincolo spirituale rilevante, non riducibile a mera formalità. Costringere i detenuti ad accettare all’ultimo momento la designazione casuale di un padrino sostitutivo rappresenterebbe, in questa prospettiva, una mancanza di rispetto verso la dimensione religiosa della persona.

Gli autori della denuncia sottolineano come sfugga agli amministratori dell’istituzione penitenziaria la natura del bivio che ogni detenuto affronta quotidianamente: da una parte l’incremento del risentimento e dell’attitudine criminale, dall’altra il reinserimento sociale fondato sulla ricostruzione della coscienza individuale. Ogni atto che offende o umilia questa coscienza viene interpretato come una spinta verso la direzione sbagliata, con il rischio di alimentare sfiducia nelle istituzioni. Quale offesa maggiore, si chiedono, del dubitare persino delle scelte religiose di una persona?

Il contesto si complica ulteriormente alla luce delle notizie sulla crescita della popolazione carceraria. Le cronache riportano di una retata che, anche in seguito all’introduzione di nuove fattispecie penali relative al commercio di cannabis, ha portato a 384 arresti, determinando un incremento dello 0,6% del numero dei reclusi. Le stime indicano che il tasso di sovraffollamento potrebbe superare il 140% entro la fine dell’anno, aggravando una situazione già definita catastrofica. Anche questa dinamica, secondo i detenuti, mina la credibilità delle istituzioni agli occhi dei reclusi, specialmente i più giovani.

Nonostante le difficoltà e le contraddizioni del sistema, gli autori del racconto affermano la volontà di resistere alla tentazione di cedere allo sconforto. Continueranno a ripetere ai compagni di detenzione l’importanza di scegliere la strada della legalità e del recupero personale, pur riconoscendo quanto sia arduo farlo quando le istituzioni si comportano in modo contraddittorio rispetto ai principi di reinserimento che dovrebbero promuovere.

La vicenda solleva questioni sul difficile equilibrio tra esigenze di sicurezza e tutela dei diritti fondamentali della persona, inclusa la libertà religiosa. Se la prevenzione delle infiltrazioni criminali rappresenta un obiettivo legittimo, l’applicazione rigida di norme pensate per contesti mafiosi rischia di colpire anche situazioni prive di tali connotazioni, interferendo con percorsi individuali di crescita spirituale e morale che costituiscono il presupposto di ogni autentico reinserimento sociale.

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