Polizia penitenziaria e detenuti, Caparvi, Lega, giuste regole da rispettare

Polizia penitenziaria e detenuti, Caparvi, Lega, giuste regole da rispettare

da On. Virginio Caparvi, parlamentare Lega
Segretario regionale Lega
In barba ad ogni tecnica comunicativa “acchiappa-like” che chiede sintesi e clamore, senza la pretesa, usurante, di voler o dover pubblicare un post di successo, condivido con voi questa mia intensa esperienza, un punto di vista (grande privilegio di un Parlamentare) forse sconosciuto a molti. Domenica sono stato al carcere di Perugia in occasione di un momento di festa con le famiglie degli agenti di polizia penitenziaria. Un pomeriggio in cui gli invitati hanno potuto visitare il carcere, capire quale sia il lavoro degli agenti e rendersi conto di quanto sia duro quel tipo di lavoro. Sebbene non sia stata la mia prima visita istituzionale in carcere, è stato un momento particolarmente utile a capire quanto c’è da fare per ristabilire un equilibrio tra l’onesto rappresentante dello stato e il detenuto. Equilibrio che negli ultimi anni, a causa di un approccio ideologico e perverso della sinistra, non solo si è perduto ma addirittura è sconfinato in terribili contraddizioni.

  • Piccoli esempi: 
    un agente deve prestare attenzione alle parole con cui si rivolge ad un detenuto pena provvedimenti disciplinari, viceversa rimane impunito il detenuto che fa uso di qualsiasi epiteto nei confronti dell’agente. 
    Un detenuto che lavora all’interno di un carcere può percepire uno stipendio addirittura più alto di quello che percepisce un agente, e addirittura può godere della disoccupazione. Al contempo gli agenti sono sotto organico e subiscono tagli agli straordinari anno dopo anno. 
    Mi fermo qui. Potrei continuare ma non è ciò che voglio raccontarti.
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’On.Virginio Caparvi

In un giorno di festa, genitori, mogli, mariti, fidanzati, fidanzate, figli e figlie, si sono incamminati in una visita ai locali del carcere. Ed io con loro.

Poi un frame, una scena che mi ha bloccato e mi ha cambiato la giornata. Vicino a me un agente (non in servizio) con in braccio suo figlio. Il bambino saluta un’altra bambina. Lei avrà circa due anni e sta giocando con la mamma, ma sta giocando dall’altra parte delle sbarre, la mamma è una detenuta. Io e l’agente con il bambino in braccio ci guardiamo, abbiamo entrambi gli occhi lucidi e un nodo alla gola. Lui riesce solo ad esclamare: “che peccato!”.

Troppo spesso l’informazione tende a schematizzare in modo superficiale le differenti posizioni politiche riducendo tutto ad un “pro e contro”, una semplificazione che evidentemente garantisce più audience in televisione ma che non racconta la realtà. Da una parte chi sta con la polizia e dall’altra chi sta con i detenuti. Chi è con Cucchi e chi contro, chi è con Aldrovandi e chi contro. Come se mondi diversi, ed è sacrosanto che vengano considerati tali, non possano e non debbano avere punti di contatto. O di qua o di là. Per una regola non scritta appare come se voler difendere gli agenti di polizia penitenziaria equivalga a voler vessare i detenuti, e viceversa.

Invece non è così. Quei due mondi diversi, ieri, anche solo per un attimo si sono messi in contatto, tramite dei bambini, gli innocenti oltre ogni ragionevole dubbio.

Punti di contatto, spazi condivisi che ci debbono ricordare che non c’è un mondo che deve prevalere sull’altro ma delle giuste regole che debbono essere fatte rispettare. Chi sbaglia paga e paga fino all’ultimo giorno della sua pena. Su questo non devono esserci dubbi.

Chi indossa una divisa però, non chiede di prevalere sui detenuti e non pretende di abusare di alcun potere, ma chiede di essere tutelato e chiede a me di impegnarmi affinché, lontano da ogni filantropia, possa farlo senza essere considerato un torturatore. Gli agenti di polizia penitenziaria sono uomini e donne, mamme e papà, che hanno rispetto per i detenuti e che avevano lo stesso magone che avevo io, e gli occhi lucidi come li avevo io, nel vedere due bambini salutarsi seppur divisi dalle sbarre.

Nel vedere Minnie e Topolino disegnati sulle pareti di una stanza, nel tentativo di rivestire di normalità uno spaccato di vita che normale non è.

La politica è chiamata a governare quei punti di contatto, scrivendo regole serie e facendole rispettare. A tutela degli uomini dello Stato che ci proteggono. A tutela anche di quei bambini che non hanno colpe.

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