Precari Università Perugia fanno ricorso alla Corte di giustizia Europea |Video

Più risorse per l’azienda della cultura, precari ateneo in piazza Università

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Il CIPUR annuncia, nell’ambito dell’iniziativa promossa a partire da febbraio 2018 con l’assistenza dello Studio Legale Grüner Dinelli per la tutela tra gli altri dei ricercatori a tempo determinato delle Università, il Consiglio di Stato, su ricorso di alcuni ricercatori precari di Perugia, ha rimesso alla Corte di Giustizia Europea cinque questioni pregiudiziali di interpretazione della legge Gelmini, nella parte in cui essa precarizza strutturalmente la figura del ricercatore universitario (in coda a questo Comunicato Stampa il dettaglio dei quesiti posti dal Consiglio di Stato alla Corte di Giustizia).

          Anche il Consiglio di Stato quindi, dopo che già il Tar aveva adottato un’ordinanza di rimessione alla Corte di Giustizia, dubita della conformità al diritto dell’Unione Europea, e in particolare all’Accordo quadro sul lavoro a tempo determinato, del diritto nazionale in materia di ricercatori a tempo determinato delle università.

         A questo punto si attende la decisione della Corte di Giustizia, che, qualora dovesse essere nel senso della illegittimità del diritto nazionale, aprirebbe scenari di stabilizzazione anche per l’unica categoria finora sistematicamente esclusa da ogni forma di tutela, vale a dire quella dei ricercatori precari delle università.

         Il CIPUR auspica che le ordinanze del Consiglio di Stato possano servire da monito per il legislatore nazionale, affinché quest’ultimo voglia finalmente mettere mano alla riforma di una legge iniqua, che non solo ha prodotto effetti negativi sulla qualità della ricerca universitaria, ma ha anche peggiorato enormemente la qualità della vita dei protagonisti della ricerca. Giovani e meno giovani che, nonostante brillanti percorsi accademici alle spalle, e nonostante il conseguimento, in molti casi, della ASN (Abilitazione Scientifica Nazionale), si sentono abbandonati a loro stessi e senza un futuro, costretti dopo anni di precariato ad elemosinare ancora un assegno di ricerca o un altro contratto precario, pur di non vedersi estromessi dal circuito della docenza universitaria.

Le risposte dei Governi finora sono state affidate a piani straordinari per il reclutamento di ricercatori a tempo determinato di tipo B, che, oltre a risultare del tutto insufficienti dal punto di vista quantitativo, non fanno altro che aggravare ulteriormente la condizione di precari di migliaia di ricercatori che hanno già ampiamente dimostrato di essere meritevoli e di potersi occupare stabilmente della didattica e della ricerca.

Anziché agire sulla causa dell’emergenza e della disfunzione, rottamando finalmente una legge ingiusta, gli ultimi Governi si sono limitati a somministrare dei palliativi, indebolendo sempre di più un ambito strategico per la crescita del Paese, quello della ricerca e della didattica universitarie.

Basti pensare che, a fronte della perdita di 10 mila unità di personale negli ultimi dieci anni da parte del sistema universitario, l’unica categoria che è aumentata esponenzialmente è stata quella dei precari. Tutto ciò, evidentemente, conduce a risultati molto distanti dagli obiettivi dell’Accordo quadro sul lavoro a tempo determinato di cui alla direttiva n. 1999/70/CE, secondo cui «i contratti di lavoro a tempo indeterminato rappresentano la forma comune dei rapporti di lavoro e contribuiscono alla qualità della vita dei lavoratori interessati e a migliorare il rendimento».

Allo stesso modo, la Carta Europea dei Ricercatori prevede che «I datori di lavoro e/o i finanziatori dovrebbero garantire che le prestazioni dei ricercatori non risentano dell’instabilità dei contratti di lavoro e dovrebbero pertanto impegnarsi nella misura del possibile a migliorare la stabilità delle condizioni di lavoro dei ricercatori, attuando e rispettando le condizioni stabilite nella direttiva 1999/70/CE del Consiglio».

Confidiamo che l’Unione Europea possa restituire a una generazione di studiosi dimenticata dal proprio Paese quella dignità che, da ormai un decennio, con la complicità di tutte le forze politiche che si sono succedute al Governo, le è stata tolta.

Con questi avvocati,prof. Giuliano Grüner e Federico Dinelli, il CIPUR sta anche portando avanti altri ricorsi per eliminare la discriminazione di cui soffrono i ricercatori a tempo indeterminato ed i professori universitari di ruolo di II fascia, in possesso di ASN (Abilitazione Scientifica Nazionale), rispetto ai ricercatori a tempo determinato, di cui alla lettera b del comma 3 articolo 24 della legge 240 del 2010, che, se in possesso di ASN, sono obbligatoriamente sottoposti ad una valutazione riservata ad personam (comma 5, articolo e legge predetti) il cui esito positivo comporta il loro collocamento nel ruolo unico dei professori universitari come professori di II fascia.

 Allegato

I giudici della Sezione Sesta, presieduta dal Presidente Aggiunto del Consiglio di Stato Sergio Santoro, hanno chiesto alla Corte di Giustizia, con le ordinanze 10 gennaio 2019, nn. 240 e 246, di rispondere ai seguenti quesiti:

1) se la clausola 5) dell’accordo quadro di cui alla direttiva n. 1999/70/CE (Direttiva del Consiglio relativa all’accordo quadro CES, UNICE e CEEP sul lavoro a tempo determinato, d’ora in avanti «direttiva»), intitolata «Misure di prevenzione degli abusi», letta in combinazione coi considerando 6) e 7) e con la clausola 4) di tal Accordo («Principio di non discriminazione»), nonché alla luce dei principi di equivalenza, d’effettività e dell’effetto utile del diritto eurounitario, osta a una normativa nazionale, nella specie l’art. 24, comma 3, lett. a) e l’art. 22, comma 9, l. n. 240 del 2010, che consenta alle Università l’utilizzo, senza limiti quantitativi, di contratti da ricercatore a tempo determinato con durata triennale e prorogabili per due anni, senza subordinarne la stipulazione e la proroga ad alcuna ragione oggettiva connessa ad esigenze temporanee o eccezionali dell’Ateneo che li dispone e che prevede, quale unico limite al ricorso di molteplici rapporti a tempo determinato con la stessa persona, solo la durata non superiore a dodici anni, anche non continuativi;

2) se la citata clausola 5) dell’Accordo quadro, letta in combinazione con i considerando 6) e 7) della direttiva e con la citata clausola 4) di detto Accordo, nonché alla luce dell’effetto utile del diritto eurounitario, osta ad una normativa nazionale (nella specie, gli artt. 24 e 29, comma 1, l. n. 240 del 2010), laddove concede alle Università di reclutare esclusivamente ricercatori a tempo determinato, senza subordinare la relativa decisione alla sussistenza di esigenze temporanee o eccezionali senza porvi alcun limite, mercé la successione potenzialmente indefinita di contratti a tempo determinato, le ordinarie esigenze di didattica e di ricerca di tali Atenei;

3) se la clausola 4) del medesimo Accordo quadro osta ad una normativa nazionale, quale l’art. 20, comma 1, d.lgs. n. 75 del 2017 (come interpretato dalla citata circolare ministeriale n. 3 del 2017), che, nel mentre riconosce la possibilità di stabilizzare i ricercatori a tempo determinato degli Enti pubblici di ricerca —ma solo se abbiano maturato almeno tre anni di servizio entro il 31 dicembre 2017—, non la consente a favore dei ricercatori universitari a tempo determinato solo perché l’art. 22, comma 16, d.lgs. n. 75 del 2017 ne ha ricondotto il rapporto di lavoro, pur fondato per legge su un contratto di lavoro subordinato, al “regime di diritto pubblico”, nonostante l’art. 22, comma 9, l. n. 240 del 2010 sottoponga i ricercatori degli Enti di ricerca e delle Università alla stessa regola di durata massima che possono avere i rapporti a tempo determinato intrattenuti, sotto forma di contratti di cui al successivo art. 24 o di assegni di ricerca di cui allo stesso art. 22, con le Università e con gli Enti di ricerca;

4) se i principi di equivalenza e di effettività e quello dell’effetto utile del diritto UE, con riguardo al citato Accordo quadro, nonché il principio di non discriminazione contenuto nella clausola 4) di esso ostano ad una normativa nazionale (l’art. 24, comma 3, lett. a, l. n. 240 del 2010 e l’art. 29, commi 2, lett. d e 4, d.lgs. 81 del 2015) che, pur in presenza d’una disciplina applicabile a tutti i lavoratori pubblici e privati da ultimo racchiusa nel medesimo decreto n. 81 e che fissa (a partire dal 2018) il limite massimo di durata d’un rapporto a tempo determinato in 24 mesi (comprensivi di proroghe e rinnovi) e subordina l’utilizzo di rapporti a tempo determinato alle dipendenze della Pubblica amministrazione all’esistenza di «esigenze temporanee ed eccezionali», consente alle Università di reclutare ricercatori grazie ad un contratto a tempo determinato triennale, prorogabile per due anni in caso di positiva valutazione delle attività di ricerca e di didattica svolte nel triennio stessa, senza subordinare né la stipulazione del primo contratto né la proroga alla sussistenza di tali esigenze temporanee o eccezionali dell’Ateneo, permettendogli pure, alla fine del quinquennio, di stipulare con la stessa o con altre persone ancora un altro contratto a tempo determinato di pari tipologia, al fine di soddisfare le medesime esigenze didattiche e di ricerca connesse al precedente contratto;

5) se la clausola 5) del citato Accordo Quadro osta, anche alla luce dei principi di effettività e di equivalenza e della predetta clausola 4), a che una normativa nazionale (l’art. 29, commi 2, lett. d e 4, d.lgs. 81 del 2015e l’art. 36, commi 2 e 5, d.lgs. n. 165 del 2001) precluda ai ricercatori universitari assunti con contratto a tempo determinato di durata triennale e prorogabile per altri due (ai sensi del citato art. 24, comma 3, lett. a, l. n. 240 del 2010), la successiva instaurazione di un rapporto a tempo indeterminato, non sussistendo altre misure all’interno dell’ordinamento italiano idonee a prevenire ed a sanzionare gli abusi nell’uso d’una successione di rapporti a termine da parte delle Università (1).

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