Perugia registra meno giovani e più stranieri nel settore
Il comparto del lavoro domestico in Umbria mostra segnali di progressivo ridimensionamento, confermandosi comunque come un ambito lavorativo stabile. I dati aggiornati dell’Osservatorio INPS 2025, analizzati in collaborazione con Nuova Collaborazione – Associazione nazionale dei datori di lavoro domestico, offrono un quadro chiaro di un settore che, tra trasformazioni strutturali e declino numerico, fatica a trovare nuove energie generazionali e a mantenere i livelli di occupazione regolare.
Nel dettaglio provinciale, Perugia riflette in modo emblematico queste dinamiche. Il numero degli addetti al lavoro domestico è diminuito rispetto al decennio scorso, mentre l’età media degli occupati è in aumento costante. La forza lavoro è composta per oltre il 90% da donne, con una netta prevalenza di lavoratrici che hanno superato i 50 anni di età. Gli under 30 rappresentano meno del 5% del totale, rivelando una forte carenza di giovani interessati a questo tipo di occupazione.
Questa situazione determina una doppia criticità: da un lato, la difficoltà nel garantire un ricambio generazionale adeguato; dall’altro, l’incapacità di rispondere efficacemente alla crescente domanda di servizi alla persona, accentuata dall’invecchiamento della popolazione residente. Il risultato è un comparto che, pur rimanendo fondamentale per il sistema familiare e assistenziale locale, rischia di non reggere l’urto della trasformazione demografica in atto.
Estendendo lo sguardo all’intera regione, il lavoro domestico in Umbria evidenzia una marcata presenza straniera, in particolare femminile. Tra il 2015 e il 2024 si è registrata una fluttuazione costante nel numero degli occupati: dai 14.920 lavoratori del 2015 si è giunti a un picco di 15.379 nel 2020, per poi scendere a quota 13.225 nel 2024. Di questi, ben 9.536 sono cittadini stranieri, pari al 72% del totale, segno che questo settore rappresenta un canale privilegiato di inserimento lavorativo per le comunità migranti.
Il dato assume particolare rilievo se si considera l’andamento del numero di lavoratori stranieri, in discesa tra il 2015 e il 2019, in ripresa nel 2020, e nuovamente in calo fino al 2024. Gli italiani, al contrario, mostrano una dinamica più stabile, con un lieve incremento fino al 2020 seguito da una flessione contenuta. Il quadro che ne emerge è quello di una forza lavoro sempre più anziana, scarsamente rinnovata e fortemente caratterizzata dalla presenza di migranti, con una componente nazionale minoritaria e in lieve contrazione.
A livello nazionale, il comparto registra un’ulteriore contrazione. Nel 2024, i lavoratori domestici registrati all’INPS sono stati 817.403, con una diminuzione del 2,7% rispetto all’anno precedente, pari a 23.036 unità in meno. Sebbene il calo sia meno accentuato rispetto al -7,1% del 2023 e al -7,2% del 2022, il trend resta negativo, confermando la tendenza al ridimensionamento che segue l’impennata temporanea del biennio 2020-2021, sostenuta dalle misure di regolarizzazione previste dal Decreto Rilancio.
Simili dinamiche erano già state osservate in occasione delle sanatorie del 2009 e del 2012, che avevano prodotto un’emersione temporanea di lavoro irregolare, seguita da un ritorno alla contrazione. Dal 2022 in poi, la discesa ha colpito in modo pressoché uniforme entrambi i generi, ma la componente femminile, da sempre predominante, ha continuato a crescere in proporzione, raggiungendo l’88,9% nel 2024, il valore più alto degli ultimi sei anni.
La componente maschile, invece, è scesa sotto le 91.000 unità, segnando una riduzione del 7% rispetto all’anno precedente. Un dato che lascia intendere come le regolarizzazioni abbiano avuto un effetto più marcato proprio sulla componente maschile, spesso più soggetta all’irregolarità occupazionale.
A fronte di questo scenario, le parole del presidente di Nuova Collaborazione, Alfredo Savia, pongono l’accento sull’urgenza di un intervento strutturale da parte delle istituzioni. La riduzione degli iscritti, che nel 2012 aveva superato il milione per poi stabilizzarsi ben al di sotto di quella soglia, viene letta come sintomo di un duplice problema: da un lato la persistente assenza di politiche pubbliche dedicate al settore; dall’altro una cultura nazionale che non riconosce il lavoro domestico come risorsa centrale per il benessere familiare e collettivo.
Savia denuncia la difficoltà cronica del comparto a ottenere attenzione politica, sottolineando come l’Italia conti oltre un milione di lavoratori irregolari nel solo ambito domestico. Per il presidente dell’associazione, è necessario invertire la rotta: rafforzare la cultura della regolarizzazione, promuovere iniziative concrete di emersione e sostenere attivamente le famiglie, che rappresentano la spina dorsale del sistema sociale.
Secondo Savia, l’assistenza familiare non può più essere trattata come un tema privato e invisibile, ma va riconosciuta come una questione strategica. Il carico di cura grava soprattutto sulle donne e costituisce un elemento cruciale nella lotta alle disuguaglianze. Il settore domestico, se adeguatamente sostenuto, può diventare leva di crescita occupazionale, strumento di integrazione e presidio di coesione sociale.
L’appello finale è rivolto al mondo politico, affinché abbandoni l’indifferenza e affronti con decisione la sfida del lavoro domestico, non solo per contrastare l’irregolarità ma anche per valorizzare una professione spesso invisibile, eppure indispensabile.

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