Covid impatto economico, Svimez, pil basso come non mai, scarica Defr Umbria

Per Prometeia il prossimo anno ci sarà un rimbalzo migliore

 
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Covid impatto economico, Svimez, pil basso come non mai, scarica Defr Umbria

Covid impatto economico, Svimez, pil basso come non mai, scarica Defr Umbria

La pandemia da coronavirus ha determinato una crisi economica senza precedenti che ha investito in modo significativo anche l’Umbria.

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Secondo l’aggiornamento congiunturale di Bankitalia, “nella prima parte del 2020 l’economia umbra ha subito una contrazione molto marcata in connessione con gli effetti dell’epidemia di Covid-19. Nel terzo trimestre l’attività ha mostrato una ripresa, che ha consentito tuttavia un recupero molto parziale di quanto perso in primavera”.

Per quanto riguarda l’industria, secondo l’analisi di Bankitalia, “tutti i principali settori di specializzazione, con l’eccezione di quello alimentare, hanno evidenziato una diffusa fles- sione delle vendite. Ordini e fatturato hanno ripreso a crescere significativamente durante l’estate, senza tuttavia tornare ai livelli del 2019. I piani di investimento, deboli già all’inizio dell’anno, sono stati rivisti al ribasso da un’ampia quota di aziende. Il mutato contesto ha prodotto pesanti ricadute anche sull’edilizia, che in prospettiva potrebbe tuttavia trarre beneficio dai recenti provvedimenti di rafforzamento degli incentivi fiscali e di snellimento burocratico delle opere di ricostruzione post-terremoto. Nel terziario la crisi dei consumi ha colpito in misura severa i servizi di alloggio e ristorazione e il commercio al dettaglio non alimentare. Le perdite di flussi turistici accumulate nei mesi di restrizioni alla mobilità e di distanziamento sociale sono state solo in piccola parte compensate dalla forte crescita di visitatori italiani registrata in agosto”.

Le condizioni reddituali del sistema produttivo umbro sono peggiorate per effetto del ridi- mensionamento dei ricavi, da cui è derivato anche un ingente fabbisogno di liquidità. L’ac- cresciuta domanda di finanziamenti da parte delle imprese, soprattutto di quelle di piccole dimensioni, è stata soddisfatta dal sistema bancario a condizioni rese più favorevoli dalle misure espansive di politica monetaria e dagli interventi governativi. Ai provvedimenti di sostegno delle autorità, incluse quelle di vigilanza, è riconducibile anche il mantenimento su livelli contenuti del flusso dei crediti deteriorati.

Per quanto riguarda il mercato del lavoro, sempre in base all’aggiornamento congiuntu- rale di Bankitalia, “la contrazione dell’attività produttiva ha determinato un brusco calo delle ore lavorate e delle attivazioni di contratti a termine, in special modo nei servizi e tra i giovani. L’impatto sull’occupazione è stato attenuato dal blocco dei licenziamenti e dal massiccio ricorso alle forme di integrazione salariale



Tali azioni hanno contribuito a un miglioramento nel periodo estivo del clima di fiducia delle famiglie, che “hanno comunque ridotto la domanda di credito, sia per l’acquisto di abitazioni sia per finanziare i consumi, e accresciuto la propensione al risparmio, verosimilmente anche per motivi precauzionali”.

Le aspettative a breve termine formulate dagli operatori in settembre erano orientate alla prosecuzione della fase di modesto recupero dell’attività. Bankitalia ricorda che “sulla ri- presa grava tuttavia il forte grado di incertezza del contesto economico globale, condizio- nato dalla recente sfavorevole evoluzione della pandemia, che si riflette in una crescente prudenza da parte delle famiglie e delle imprese”.

In linea generale, come emerge anche da recenti studi dell’Agenzia Umbria Ricerche, “L’emergenza continua a incidere pesantemente sulla capacità produttiva del sistema re- gionale, con effetti settoriali molto differenziati; lo shock ha colpito in prima battuta l’offerta aggregata e componenti rilevanti della domanda (trasporti, turismo, commercio) e si è

progressivamente esteso al resto del sistema produttivo, con pesanti effetti sull’occupa- zione e mettendo a rischio la sopravvivenza di molte imprese. Dopo la forte contrazione del primo semestre, nel terzo trimestre abbiamo assistito a un tentativo di recupero, che però ha solo parzialmente attenuato quanto perso in precedenza. Il riacutizzarsi della pan- demia dopo l’estate fa presagire il rischio di una ulteriore caduta delle principali componenti della domanda aggregata, con inevitabili ripercussioni sul reddito prodotto”.

Una situazione di tale natura, ha inciso sia sulle prospettive economiche delle imprese e sulle loro decisioni, nonché sull’atteggiamento delle famiglie umbre, come mostrano i re- centi dati diffusi da Banca d’Italia sulla robusta crescita – superiore a quella del Paese – dei depositi bancari sia dei residenti che delle imprese in Umbria.

Come analizzato dall’AUR, “nell’industria, in un quadro di diffusa flessione delle vendite fa eccezione il settore alimentare. I contraccolpi subiti dal settore delle costruzioni, partico- larmente importante per l’Umbria, potrebbero essere alleviati dai recenti incentivi fiscali introdotti per sostenere l’edilizia. I flussi turistici, dopo il crollo della prima parte dell’anno, hanno registrato, almeno per la componente nazionale, una consistente ripresa soprattutto in agosto, in cui si sono superati i numeri dell’anno precedente. Ciò non toglie che il settore, con il suo consistente indotto, continui a rimanere tra quelli in maggiore difficoltà”.

La natura dell’attuale crisi presenta effetti importanti anche sulla domanda estera; le stime della Commissione europea stimano una riduzione dell’export tra il 13%, Bankitalia del 15,4%. Tra i settori maggiormente esposti figurano anche i primi 4 settori su cui si concentrano due terzi delle esportazioni dell’Umbria (tessile-abbigliamento, alimentari e bevande, metallurgia, meccanica). Altrettanto significativo il fatto che buona parte dell’ex- port manifatturiero umbro – si veda grafico di elaborazione AUR su dati ISTAT sotto ripor- tato – si rivolga ai paesi UE28.

In materia di lavoro, in Umbria al pari di quanto avvenuto a livello nazionale si assiste contemporaneamente ad un calo dell’occupazione, aumento della disoccupazione e ridu- zione dei tassi di attività. Nonostante il blocco dei licenziamenti, si assiste nel primo semestre 2020 ad una costante riduzione, e soprattutto “si è contratto ancora di più il numero di ore lavorate, considerando il massiccio ricorso alla cassa integrazione. Il contemporaneo calo dei disoccupati è controbilanciato dal forte aumento degli inattivi: molte persone in cerca di un impiego, per la contingenza legata al lockdown non hanno potuto concreta- mente attivare le azioni di ricerca”. Il crollo più importante dell’occupazione si è verificato in corrispondenza del trimestre che ha inglobato il primo mese di lockdown; secondo l’AUR tale emorragia è l’esito sostanzialmente del mancato rinnovo di contratti a termine, della mancata attivazione di nuovi contratti, della chiusura definitiva di talune attività, che ha significato perdita di posti di lavoro da parte di autonomi e dei loro dipendenti”.

Questo a significare che le conseguenze della crisi sull’occupazione in Umbria sono e saranno sicuramente più pesanti che a livello nazionale; per le società di capitali “nel 2021 ci potrebbe essere una perdita di circa 10 mila occupati (pari all’8,3%) a fronte di una stima di perdita a livello nazionale pari al 7,5%. In uno scenario più grave e allar- gando l’analisi alle società di persone e alle imprese individuali la perdita potrebbe salire fino a 30 mila unità (ovvero l’8,4% del totale degli occupati)”.

 L’Umbria si è presentata alla sfida con la pandemia Covid-19 in una situazione già piuttosto difficile, per alcune debolezze e problemi anche strutturali – che la espongono, più di altre realtà territoriali, alle crisi di carattere congiunturale – che possono essere così sintetizzati:

  • decremento demografico e invecchiamento della popolazione;
  • assetti produttivi in settori a minore intensità di R&S;
  • bassa domanda di figure qualificate;
  • bassa produttività;
  • scarsità di investimenti privati in R&S;
  • debole collegamento tra sistema della ricerca e sistema produttivo;
  • basso livello di digitalizzazione delle imprese
  • basso livello di patrimonializzazione delle imprese, misurato dal rapporto mezzi propri su debiti bancari;
  • insufficiente capacità del sistema produttivo di assorbire e impiegare i laureati e sottoutilizzazione degli istruiti;
  • livelli di remunerazione del lavoro dipendente mediamente più bassi del dato nazionale;
  • insufficiente dotazione infrastrutturale nel sistema della mobilità e dei trasporti.

Per quanto concerne il valore aggiunto e la produzione manifatturiera l’Umbria, ciò che emerge chiaramente è il persistente problema della bassa produttività che presenta un valore paria 88 posto 100 il dato italiano (elaborazione AUR su dati ISTAT 2017). La forbice risulta molto accentuata, rispetto alla media nazionale, in riferimento alla manifattura dove il valore umbro scende a 83,4; al contrario nel settore della Moda, l’Umbria presenta una produttività nettamente superiore, pari a 114,6 contro il 100 italiano. Essendo il settore manifatturiero caratterizzato da un’alta concentrazione di micro imprese, legato a posizioni di subfornitura di filiere esterne alla regione, l’Umbria è più esposta al rischio di interruzioni nella “catena di approvvigionamento”.

In linea generale, gli ultimi anni mostrano una fatica generalizzata a recuperare l’impatto della crisi finanziaria del 2008 da un lato e, dall’altro, nell’affrontare gli annosi problemi strutturali e infrastrutturali che ne caratterizzano il sistema economico e territoriale.

Questo, pur in presenza di una performance del sistema dell’istruzione e della formazione superiore alla media italiana, ed una sostanziale tenuta nel sistema di welfare, con parti- colare riferimento al sistema dei servizi socio educativi dell’infanzia.

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L’analisi della serie storica di contabilità territoriale (maggio 2020) conferma la gravità della situazione economica umbra, peggiore di quella, già seria, del Paese, come indicato dall’Agenzia Umbria Ricerche: l’evoluzione reale del Pil si connota in Umbria per tassi ne- gativi praticamente di tripla intensità rispetto al corrispondente dato italiano. Dal 2008 al 2018 la regione ha perso mediamente 1,4 punti percentuali (l’Italia 0,3) e la variazione secca è stata di 12,8 punti (3,3 su base nazionale). Osservando le variazioni secche nel  

decennio, si osserva una contrazione del -5,7 per cento della spesa per consumi finali delle famiglie (-1,5 per cento in Italia), da un -0,7 per cento di spesa per consumi finali della Pubblica Amministrazione (molto più contenuta del -4,9 per cento nazionale) e addirittura di una contrazione degli investimenti fissi lordi pari a -42,7 per cento (-19,9 per cento nel Paese).In un quadro di ripresa del Pil nazionale a partire dal 2016, pur con un rallenta- mento nell’ultimo anno disponibile, nel triennio 2015/2018 il Pil umbro è aumentato in media dello 0,3 per cento annuo (1,3 in Italia), lo stesso incremento che ha registrato la spesa per consumi finali delle famiglie. In termini unitari, il Pil pro-capite reale, dopo la sua discesa a partire dal 2008, dal 2015 riprende faticosamente a risalire, linearmente in Italia, tra alti e bassi in Umbria.

Nel 2018, il Pil per abitante della regione è quantificabile in 25.319 euro correnti, pratica- mente il 13,4 per cento (quasi 4 mila euro) in meno del dato medio nazionale (29.231).”.

Si tratta di condizioni di estrema vulnerabilità, tanto che – secondo AUR – “se le po- tenzialità dei motori di sviluppo economico non vengono opportunamente rafforzate, la perdurante difficoltà a generare reddito rischia di rendere insostenibile il funzionamento dei propulsori di benessere (istruzione e formazione, servizi sociali e sanitari, servizi terri- toriali e ambientali), mettendo in discussione il tenore e la qualità della vita che caratteriz- zano la regione”.

Su questo contesto s’innestano gli effetti della pandemia Covid-19; una prima valutazione dell’impatto della crisi in atto in Umbria ed in Italia è stata elaborata dall’AUR, nel quadro del riferimento generale di un calo del Pil compreso tra la stima del Governo contenuta nella NaDef e quella ipotizzata da Bankitalia nello scenario cosiddetto “avverso” di fine luglio 2020, valutando “per quali caratteristiche e – nei limiti del possibile – in che misura la diversa articolazione settoriale del valore aggiunto regionale rispetto a quella nazionale possa proteggere o al contrario penalizzare la performance dell’Umbria nei confronti dell’andamento nazionale”.

Per ciascun settore è stato determinato un range di variazione del corrispondente valore aggiunto associato ai due scenari, cui corrisponde un determinato Grado di Vulnerabilità da Covid-19 (GVC), sulla base dell’entità presunta dell’impatto negativo sul valore ag- giunto subito a causa della pandemia.


L’articolazione settoriale dell’Umbria nelle classi di vulnerabilità in termini di contributo al valore aggiunto ricalca sostanzialmente quella italiana, con una incidenza lievemente maggiore nel gruppo a più alta vulnerabilità, che comprende settori che generano l’8,7% del valore aggiunto regionale (l’8,1% in Italia), e in quello a più bassa vulnerabilità, che contribuisce per il 21,8% (contro il 19,8% nazionale).

In sostanza, tra i settori a minore vulnerabilità l’Umbria gode di un vantaggio relativo per una maggiore presenza dell’agricoltura e del comparto pubblico, soprattutto in istruzione e sanità. Un vantaggio che però viene praticamente vanificato sul fronte dei settori più colpiti da una incidenza relativamente maggiore dell’industria della moda.

Sulla base di queste stime settoriali, la contrazione dell’attività economica in Umbria nel 2020 potrebbe oscillare tra il -9,1% e il -13,6%, presentando dunque un decimo di punto peggiorativo rispetto al contesto nazionale.

A tale riguardo, vanno segnalati due scenari di riferimento che sembrano confermare questa possibile “forchetta”.

Il primo è uno scenario di previsione elaborato da Prometeia, sul Modello Multisettoriale regionale (MMS), che tiene conto degli effetti della pandemia, e che prevede per l’Umbria una riduzione del PIL del 9,7% nel 2020 ed un rimbalzo del 6,3% nel 2021, con un profilo dinamico simile a quello medio nazionale.

Il secondo è quello indicato nelle le recenti stime Svimez relative all’andamento del Pil su base regionale attribuiscono all’Umbria un -11,1% per l’anno in corso, situazione peggiore rispetto al contesto nazionale (stimata con -9,3%); prefigurano poi un “rimbalzo” nel 2021 positivo ma con un valore pari al +4,7%.

Quale che sia la stima adottata per il 2020, il livello dei redditi prodotti in Umbria nell’anno in corso, anche nell’ipotesi migliore, toccherà minimi storici mai rag- giunti prima. Inoltre, pur assumendo – come concordano tutte le previsioni – una crescita per il 2021, che pure si attenuerebbe nell’anno successivo, il livello del Pil umbro riuscirebbe a mala- pena a sfiorare il valore minimo del lungo corso iniziato con la crisi 2008 che, per la regione, è stato raggiunto nell’anno 2014.

Naturalmente si tratta di stime che vengono formulate in presenza di uno scenario com- plesso; da un lato, non è possibile prevedere l’evoluzione del contagio e le ripercussioni sull’economia italiana e umbra; dall’altro, siamo in presenza di una situazione inedita, che non permette di prefigurare le reazioni di medio e lungo termine di cittadini e imprese nei loro comportamenti di consumo e investimento, a loro volta fortemente condizionati anche dal grado di efficacia delle politiche economiche adottate per contrastare la crisi.

L’articolazione settoriale dell’Umbria nelle classi di vulnerabilità in termini di contributo al valore aggiunto ricalca sostanzialmente quella italiana, con una incidenza lievemente maggiore nel gruppo a più alta vulnerabilità, che comprende settori che generano l’8,7% del valore aggiunto regionale (l’8,1% in Italia), e in quello a più bassa vulnerabilità, che contribuisce per il 21,8% (contro il 19,8% nazionale).

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