Covid colpisce un’Umbria in debole fase di ripresa, rapporto Banca d’Italia

Presentata lo studio delle Economie Regionali giugno 2020, tutti i dati della ricerca

 
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Covid colpisce un’Umbria in debole fase di ripresa, rapporto Banca d’Italia

Economie Regionali giugno 2020 la ricerca di Banca d’Italia

La pandemia di Covid-19 ha colpito l’economia dell’Umbria in una fase di ripresa ancora debole. Nel 2019 il PIL era aumentato dello 0,5 per cento, secondo i dati di Prometeia. Nell’industria erano tornati a flettere il valore aggiunto (-0,7 per cento) e il fatturato (-2,0). Le esportazioni (-1,3 per cento in termini reali) avevano interrotto una lunga fase di espansione, per il forte calo delle vendite nei settori dei metalli e dei mezzi di trasporto. L’indebolimento della congiuntura e la diffusa incertezza avevano negativamente condizionato l’accumulazione di capitale, frenando i nuovi investimenti (-13,2 per cento). Nell’edilizia e nell’agricoltura era proseguito il parziale recupero dell’attività iniziato l’anno precedente (+2,8 e +4,2 per cento, rispettivamente), mentre nei servizi la crescita aveva rallentato (+0,6 per cento). La redditività e la liquidità si erano mantenute su livelli ancora elevati, contenendo la domanda di credito delle imprese. Dopo due anni di stabilità, l’occupazione era cresciuta in maniera robusta (+2,2 per cento). L’incremento aveva riguardato soprattutto il lavoro dipendente a tempo indeterminato, favorito dalle trasformazioni dei rapporti a termine. Le famiglie consideravano ancora soddisfacente la propria situazione economica. I consumi si erano tuttavia indeboliti per la frenata degli acquisti di beni durevoli. I prestiti bancari all’economia regionale avevano ripreso a diminuire (-1,5 per cento), per il più intenso calo di quelli alle imprese di maggiori dimensioni (-3,6). La qualità del credito era ulteriormente migliorata; il tasso di deterioramento era sceso all’1,3 per cento, riallineandosi ai valori medi nazionali.


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Il quadro macroeconomico recente. – A partire dall’ultima settimana di marzo l’attività economica regionale ha subito pesanti ripercussioni per via delle misure di sospensione nei settori non essenziali: la quota di valore aggiunto delle attività sospese in Umbria è pari a quasi il 28 per cento del totale, in linea con la media italiana. Tale quota si è ridotta all’otto per cento circa in seguito alle riaperture di inizio maggio. Gli operatori si attendono che il recupero dell’attività nella seconda parte dell’anno sarà molto parziale. Le stime più recenti dell’Agenzia Umbria Ricerche indicano per il 2020 un calo del PIL di intensità lievemente inferiore rispetto agli scenari previsivi per il Paese.

Le imprese. – La domanda interna ed estera rivolta alle imprese umbre ha subito un forte calo nella prima parte dell’anno. L’indagine straordinaria condotta su un campione di imprese industriali e dei servizi tra la metà di marzo e la metà di maggio prefigura una diminuzione del fatturato del 18,5 per cento nel primo semestre. Il settore più colpito è il terziario, per l’interruzione prolungata delle attività di alloggio, ristorazione e commercio al dettaglio non alimentare. Nei servizi il calo dell’attività sarà più persistente per le restrizioni ancora in vigore all’aggregazione sociale. Le prospettive peggiori riguardano il comparto turistico, la cui ripartenza sarà molto graduale, considerando il tempo necessario per riacquistare la fiducia dei viaggiatori; in Umbria, tuttavia, il recupero potrebbe essere meno lento rispetto ad altre aree del Paese, in considerazione della bassa dipendenza dei flussi dal turismo internazionale. Anche l’edilizia ha subito gli effetti della pandemia in misura significativa: nel mese di marzo le ore lavorate si sono dimezzate; al contenimento delle perdite potrebbe contribuire, oltre ai recenti provvedimenti di incentivo, il recupero dei ritardi accumulati per la ricostruzione post- terremoto. Sul fronte industriale la situazione rilevata dalle aziende delinea uno scenario analogo a quello della fase più acuta della crisi finanziaria globale. Il calo del fatturato è stato più accentuato per i cementifici, per le imprese inserite nelle filiere globali dell’automotive e dell’aerospace e per quelle dell’abbigliamento. Solo il settore alimentare, che nel precedente decennio aveva subito un forte ridimensionamento dell’attività, e i produttori di beni igienizzanti e sanitari hanno incrementato le vendite.


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Le imprese del territorio hanno operato una significativa revisione al ribasso dei piani di investimento, che potrebbero ulteriormente risentire dell’elevata incertezza sull’evoluzione della pandemia. Il blocco delle attività ha aumentato il fabbisogno di risorse liquide; le aziende a rischio di illiquidità nei settori sottoposti a chiusura sono quasi un quarto del totale, in prevalenza di piccolissime dimensioni e concentrate nei servizi commerciali e del turismo. Le condizioni economiche e finanziarie mediamente più solide rispetto al passato consentono comunque alle imprese umbre di affrontare questa crisi con una maggiore capacità di assorbire shock negativi.

Il mercato del lavoro. – Le ricadute sul mercato del lavoro sono state considerevoli. I dati sulle comunicazioni obbligatorie evidenziano dal mese di marzo una caduta del numero di assunzioni di lavoratori dipendenti di intensità superiore alla media italiana (-52,5 contro -50,9 per cento). Gli ammortizzatori sociali e le altre misure di sostegno hanno attenuato l’impatto della crisi sul mercato del lavoro. Il massiccio ricorso alla Cassa integrazione, nei primi quattro mesi superiore di otto volte rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, e il divieto di licenziamento hanno salvaguardato le posizioni a tempo indeterminato. L’emergenza ha comportato sin da subito un incremento degli scoraggiati che si è riflesso in un calo della partecipazione al mercato del lavoro. In prospettiva, l’occupazione potrebbe contrarsi più decisamente rispetto al resto del Paese, in relazione alla maggiore incidenza in Umbria delle attività e delle categorie lavorative più esposte alle conseguenze economiche della pandemia (occupati nel commercio, alberghi e ristorazione; lavoratori autonomi; dipendenti a tempo determinato).

Le famiglie. Le condizioni delle famiglie umbre sono destinate a peggiorare per gli effetti dell’emergenza economica sul reddito disponibile e sul valore della ricchezza; quest’ultima alla vigilia della crisi risultava inferiore alla media italiana di oltre un settimo in termini pro capite. L’impatto negativo dovrebbe essere comunque attenuato dalle misure di supporto pubblico, dalla ricomposizione delle attività finanziarie operata dai risparmiatori negli ultimi anni a favore di una maggiore diversificazione e di strumenti più liquidi, oltre che da condizioni di sostenibilità del debito migliori rispetto alla crisi precedente. Le prospettive incerte hanno frenato i consumi delle famiglie, previsti da Confcommercio in calo del 7 per cento nell’intero 2020, e la domanda di finanziamenti. Nei primi mesi dell’anno le nuove erogazioni di mutui e di credito al consumo si sono ridotte. Dal lato della raccolta si è accentuata l’espansione delle disponibilità in conto corrente (+8,2 per cento).

Il mercato del credito. – In Umbria è proseguita la ricomposizione del mercato a favore degli istituti extra-regionali, in atto da tempo per effetto delle numerose incorporazioni di banche locali. Nel primo trimestre di quest’anno si è attenuato il calo dei prestiti al settore privato non finanziario. Vi hanno influito le misure di moratoria e gli strumenti di nuova finanza previsti dal decreto “cura Italia”. In prospettiva, lo shock economico causato dalla pandemia potrebbe riflettersi in un forte peggioramento della qualità dei prestiti.

La finanza pubblica decentrata. – La crisi ha determinato l’aumento delle esigenze di spesa degli enti territoriali e la riduzione delle loro fonti di entrata. Nel corso dell’emergenza, anche in Umbria sono state incrementate le risorse a disposizione del sistema sanitario per rafforzare la dotazione di posti letto in terapia intensiva, di medici e infermieri. La Regione ha inoltre destinato a sostegno del sistema economico circa 120 milioni di euro, in larga parte derivanti da una rimodulazione dei fondi del POR 2014-2020, il cui grado di utilizzo rimane in Umbria tra i più bassi nel Paese (25,8 per cento; 30,9 la media italiana). Nel 2020 gli equilibri di bilancio dei Comuni umbri risentiranno degli effetti connessi all’emergenza: a fronte di spese in gran parte incomprimibili, anche relative a investimenti in infrastrutture economiche rilevanti per la ripresa dei territori, vi saranno da fronteggiare i vincoli di liquidità connessi con lo slittamento degli incassi e con le perdite di gettito; le perdite già realizzate ammontano a quasi 30 milioni di euro. Ne ha cominciato a risentire anche la spesa per investimenti che, dallo scorso anno, aveva evidenziato segnali di ripresa grazie all’allentamento dei vincoli di bilancio.


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Le prospettive di medio termine. All’inizio degli anni Duemila l’Umbria si collocava in un gruppo di regioni europee con un PIL pro capite superiore di circa un quinto alla media dell’Unione europea. La caduta dell’attività economica nella lunga fase recessiva, molto più intensa rispetto alle aree di confronto, e il più lento recupero degli ultimi anni ne hanno determinato un declino del posizionamento nel contesto europeo: il PIL pro capite regionale è sceso all’83 per cento della media.

Sull’andamento dell’economia regionale hanno inciso le forti debolezze strutturali del tessuto economico, riconducibili principalmente alla bassa produttività dei fattori, che potranno verosimilmente essere da freno alla ripresa dell’attività nella fase di uscita dalla crisi indotta dall’epidemia.


La pandemia di Covid-19 ha colpito l’economia dell’Umbria in una fase di ripresa ancora debole. Nel 2019 il PIL era aumentato dello 0,5 per cento, secondo i dati di Prometeia. Nell’industria il valore aggiunto e il fatturato erano tornati a flettere. Le esportazioni avevano interrotto una lunga fase di espansione, per il forte calo delle vendite nei settori dei metalli e dei mezzi di trasporto.

  • La situazione alla vigilia della pandemia.

L’indebolimento della congiuntura e la diffusa incertezza avevano negativamente condizionato l’accumulazione di capitale, frenando i nuovi investimenti. Nell’edilizia e nell’agricoltura era proseguito il parziale recupero dell’attività iniziato l’anno precedente, mentre nei servizi la crescita



aveva rallentato. La redditività e la liquidità si erano mantenute su livelli ancora elevati, contenendo la domanda di credito delle imprese. L’occupazione era cresciuta in misura robusta.

L’incremento aveva riguardato soprattutto il lavoro dipendente a tempo indeterminato, favorito dalle trasformazioni dei rapporti a termine. Le famiglie consideravano ancora soddisfacente la propria situazione economica. I consumi si erano tuttavia indeboliti per la frenata degli acquisti di beni durevoli. I prestiti bancari all’economia regionale avevano ripreso a diminuire, per il più intenso calo di quelli alle imprese di maggiori dimensioni. La qualità del credito era ulteriormente migliorata, riallineandosi ai valori medi nazionali.

  • La diffusione dell’epidemia di Covid-19

Dall’inizio del 2020 il mondo sta affrontando la più grave pandemia dell’ultimo secolo. L’Italia è stato il primo paese europeo in cui, dal 20 febbraio, è stata registrata un’ampia diffusione del virus. Dall’epicentro in Lombardia il contagio si è progressivamente propagato, anche a causa delle interconnessioni produttive e commerciali, a tutti i territori. In Umbria i primi casi sono stati rilevati alla fine di febbraio. Il numero di nuove infezioni ha raggiunto un picco all’inizio di aprile, in anticipo rispetto a buona parte del Paese, per poi diminuire.

Alla fine di maggio risultavano accertati circa 1.400 casi di contagio con un’incidenza molto più contenuta della media nazionale (1,6 contro 3,9 ogni 1.000 abitanti). Anche la dinamica della mortalità, che ha seguito quella delle infezioni con un ritardo di alcuni giorni, è stata inferiore (86 contro 554 ogni milione di abitanti).

Il Governo italiano ha adottato stringenti provvedimenti di distanziamento fisico e di limitazione della mobilità dei cittadini per contenere il contagio. Gli interventi, che hanno inizialmente riguardato le zone in cui sono emersi i primi focolai, sono stati estesi a livello nazionale con le restrizioni alla mobilità dal 9 marzo (cosiddetto lockdown) e la chiusura di tutte le attività considerate non essenziali dal 26 dello stesso mese; vi è stato poi un graduale allentamento del fermo produttivo dal 4 maggio.

  • Il quadro macroeconomico

A partire dall’ultima settimana di marzo l’attività economica regionale ha subito pesanti ripercussioni per via delle misure di sospensione nei settori non essenziali: la quota di valore aggiunto delle attività sospese in Umbria è pari a quasi il 28 per cento del totale, in linea con la media italiana. Tale quota si è ridotta all’otto per cento circa in seguito alle riaperture di inizio maggio. Gli operatori si attendono che il recupero dell’attività nella seconda parte dell’anno sarà molto parziale. Le stime più recenti dell’Agenzia Umbria Ricerche indicano per il 2020 un calo del PIL lievemente meno intenso rispetto agli scenari previsivi per il Paese.

  • Le imprese

La domanda interna ed estera rivolta alle imprese umbre ha subito un forte calo nella prima parte dell’anno. L’indagine straordinaria condotta su un campione di imprese industriali e dei servizi tra la metà di marzo e la metà di maggio prefigura una diminuzione del fatturato di quasi un quinto nel primo semestre. Il settore più colpito è il terziario, per l’interruzione prolungata delle attività di alloggio, ristorazione e commercio al dettaglio non alimentare. Nei servizi il calo dell’attività sarà più persistente per le restrizioni ancora in vigore all’aggregazione sociale.

Le prospettive peggiori riguardano il comparto turistico, la cui ripartenza sarà molto graduale, considerando il tempo necessario per riacquistare la fiducia dei viaggiatori; in Umbria, tuttavia, il recupero potrebbe essere meno lento rispetto ad altre aree del Paese, in considerazione della bassa dipendenza dei flussi dal turismo internazionale.
  • nelle filiere globali dell’automotive e dell’aerospace

Anche l’edilizia ha subito gli effetti della pandemia in misura significativa; al contenimento delle perdite potrebbe contribuire, oltre ai recenti provvedimenti di incentivo, il recupero dei ritardi accumulati per la ricostruzione post-terremoto. Sul fronte industriale la situazione rilevata dalle aziende delinea uno scenario analogo a quello della fase più acuta della crisi finanziaria globale. Il calo del fatturato è stato più accentuato per i cementifici, per le imprese inserite nelle filiere globali dell’automotive e dell’aerospace e per quelle dell’abbigliamento. Solo il settore alimentare, che nel precedente decennio aveva subito un forte ridimensionamento dell’attività, e i produttori di beni igienizzanti e sanitari hanno incrementato le vendite.

  • revisione al ribasso dei piani di investimento

Le imprese del territorio hanno operato una significativa revisione al ribasso dei piani di investimento che potrebbero ulteriormente risentire dell’elevata incertezza sull’evoluzione della pandemia. Il blocco delle attività ha aumentato il fabbisogno di risorse liquide; le aziende a rischio di illiquidità nei settori sottoposti a chiusura sono quasi un quarto del totale, in prevalenza di piccolissime dimensioni e concentrate nei servizi commerciali e del turismo. Le condizioni economiche e finanziarie più solide in media rispetto al passato consentono comunque di affrontare questa crisi con una maggiore capacità di assorbire shock negativi.

  • Il mercato del lavoro e cassa integrazione

Le ricadute sul mercato del lavoro sono state considerevoli. I dati sulle comunicazioni obbligatorie evidenziano dal mese di marzo una caduta del numero di assunzioni di lavoratori dipendenti, di intensità superiore alla media italiana. Il massiccio ricorso alla Cassa integrazione, estesa eccezionalmente a tutte le imprese, e il divieto di licenziamento hanno attenuato l’impatto sulle posizioni a tempo indeterminato. L’emergenza ha comportato sin da subito un incremento degli scoraggiati che si è riflesso in un calo della partecipazione al mercato del lavoro. In prospettiva, l’occupazione potrebbe contrarsi più decisamente rispetto al resto del Paese, in relazione alla maggiore incidenza in Umbria delle attività e delle categorie lavorative più esposte alle conseguenze economiche della pandemia.

  • Le famiglie

Le condizioni delle famiglie umbre sono destinate a peggiorare per gli effetti dell’emergenza economica sul reddito disponibile e sul valore della ricchezza; quest’ultima alla vigilia della crisi risultava inferiore di oltre un settimo in termini pro capite rispetto alla media italiana. L’impatto negativo dovrebbe essere comunque attenuato dalle misure di supporto pubblico, dalla ricomposizione delle attività finanziarie operata dai risparmiatori negli ultimi anni a favore di una maggiore diversificazione e di strumenti più liquidi, oltre che da condizioni di sostenibilità del debito migliori rispetto alla crisi precedente. Nei primi tre mesi del 2020 le nuove erogazioni di mutui e di credito al consumo si sono ridotte. Dal lato della raccolta si è accentuata l’espansione delle disponibilità in conto corrente.

  • Il mercato del credito

In Umbria è proseguita la ricomposizione del mercato a favore degli istituti extra regionali, in atto da tempo per effetto delle numerose incorporazioni di banche locali. Nel primo trimestre di quest’anno si è attenuato   il calo dei prestiti al settore privato non finanziario. Vi hanno influito le misure di moratoria e gli strumenti di nuova finanza previsti dal decreto “cura Italia”. In prospettiva, lo shock economico causato dalla pandemia potrebbe riflettersi in un forte peggioramento della qualità dei prestiti.

  • La finanza pubblica decentrata

La crisi ha determinato l’aumento delle esigenze di spesa degli enti territoriali e la riduzione delle loro fonti di entrata. Nel corso dell’emergenza anche in Umbria sono state incrementate le risorse a disposizione del sistema sanitario per rafforzare la dotazione di posti letto in terapia intensiva, di medici e infermieri. La Regione ha inoltre destinato a sostegno del sistema economico circa 120 milioni di euro, in larga parte derivanti da una rimodulazione dei fondi comunitari, il cui grado di utilizzo rimane in Umbria tra i più bassi nel Paese. Nel 2020 gli equilibri di bilancio dei Comuni umbri risentiranno degli effetti connessi all’emergenza: a fronte di spese in gran parte incomprimibili, anche relative a investimenti in infrastrutture economiche rilevanti per la ripresa dei territori, vi saranno da fronteggiare i vincoli di liquidità connessi con lo slittamento degli incassi e con le perdite di gettito. Ne ha cominciato a risentire anche la spesa per investimenti che dallo scorso anno aveva evidenziato segnali di ripresa grazie all’allentamento dei vincoli di bilancio.

  • Le prospettive di medio termine

All’inizio degli anni Duemila l’Umbria si collocava in un gruppo di regioni europee con un PIL pro capite ampiamente superiore alla media dell’Unione europea. La caduta dell’attività economica nella lunga fase recessiva, molto più intensa rispetto alle aree di confronto, e il più lento recupero degli ultimi anni ne hanno determinato un declino del posizionamento nel contesto europeo. Sull’andamento dell’economia regionale hanno inciso le forti debolezze strutturali del tessuto economico, riconducibili principalmente alla bassa produttività dei fattori, che potranno verosimilmente essere da freno alla ripresa dell’attività nella fase di uscita dalla crisi indotta dall’epidemia.

LE IMPRESE

Nel 2019  la  ripresa  dell’attività  economica  del  settore  produttivo  umbro è rimasta debole. La crescita del fatturato delle imprese industriali si è interrotta, anche nella componente estera che nel decennio precedente aveva fornito quasi ininterrottamente un contributo positivo. Nei servizi le vendite hanno rallentato, mentre nell’agricoltura e nell’edilizia è proseguito il parziale recupero dell’attività avviatosi nell’anno precedente.

  • forte contrazione dell’attività nella prima parte del 2020

La diffusione dell’epidemia di Covid-19 ha determinato una forte contrazione dell’attività nella prima parte del 2020. La flessione, più marcata per i servizi turistici e culturali, della ristorazione e del commercio al dettaglio non alimentare, è stata diffusa. È diminuita anche la natalità di impresa. I piani di investimento sono stati rivisti al ribasso.

  • PIL sui livelli della metà degli anni novanta

L’economia regionale, già colpita duramente dalla crisi finanziaria globale che ha riportato il PIL sui livelli della metà degli anni novanta, risente di profonde debolezze strutturali, riconducibili principalmente alla bassa produttività totale dei fattori (cfr. il riquadro: La performance economica dell’Umbria nel confronto europeo).


La performance economica dell’Umbria nel confronto europeo
Per approfondire la comprensione dell’andamento dell’economia umbra negli ultimi due decenni, è stata confrontata la dinamica del suo PIL pro capite con quella di un gruppo di regioni europee simili per reddito pro capite, popolazione e struttura produttiva. In particolare, l’arco temporale esaminato comprende alcuni anni pre-crisi (2001-07), la doppia recessione (2008-2014) e la seguente fase di ripresa ciclica (2015-17).

In tutto il periodo considerato l’andamento del PIL pro capite dell’Umbria è stato sensibilmente peggiore rispetto al gruppo di confronto. Il divario negativo nei tassi di crescita, già significativo prima del 2008 (1,9 punti percentuali in media all’anno), si è ampliato durante le crisi (2,6) quando la caduta del prodotto regionale è stata particolarmente accentuata (figura, pannello a); si è leggermente ridotto negli anni successivi in cui l’economia umbra ha registrato una ripresa di intensità pari a circa un quinto di quella rilevata in media nelle regioni europee considerate. L’entità del differenziale, peraltro, è stata attenuata dal peggiore andamento demografico osservato in Umbria.

La dinamica più debole  del PIL pro capite rispetto al gruppo di confronto è spiegata in prevalenza dal minore contributo fornito dalla produttività oraria del lavoro (PIL per ora lavorata; figura, pannello a) in tutto il periodo esaminato. Anche la componente occupazionale ha contribuito, seppure unicamente durante la doppia recessione, alla peggiore performance dell’economia umbra; vi hanno inciso sia il calo dell’intensità di utilizzo della forza lavoro, dovuto anche al crescente ricorso a posizioni di lavoro a tempo parziale, sia il negativo andamento dell’occupazione nelle fasce di età più giovani, solo in parte compensato dalla crescita tra i lavoratori più anziani.

Per analizzare con maggiore dettaglio il contributo della produttività oraria del lavoro è possibile separarne la variazione in una componente che dipende dall’intensità di capitale dell’economia, misurata dallo stock di capitale in rapporto alle ore lavorate, e in una legata alla produttività totale dei fattori (PTF), che fornisce una misura dell’efficienza con cui vengono utilizzati gli input produttivi. Tale analisi suggerisce come il deludente andamento della produttività oraria in Umbria sia derivato in misura prevalente dalle deboli dinamiche della PTF fino al 2014 (figura, pannello b); nella fase di ripresa, invece, vi ha influito soprattutto il calo dell’intensità di capitale.

A motivo della scarsa performance nell’intero arco di tempo esaminato, la posizione relativa dell’Umbria nel panorama europeo è nettamente peggiorata. In particolare, nel 2000 il PIL pro capite regionale (valutato a parità di potere di acquisto) era uguale al 119 per cento della media UE28 e in linea con quello del gruppo di confronto, mentre nel 2017 era sceso all’83 per cento, un dato inferiore di quasi un terzo rispetto alle regioni europee considerate (tav. a2.1). Tale circostanza ha determinato il declassamento dell’Umbria nella categoria delle regioni “in transizione”, con effetti a partire dal prossimo ciclo di programmazione dei fondi europei.

Gli andamenti settoriali

  • L’agricoltura

Secondo i dati preliminari dell’Istat nel 2019 il valore aggiunto dell’agricoltura è cresciuto del 4,3 per cento. Il settore ha beneficiato dell’ulteriore parziale recupero dei raccolti di cereali e girasole, interessati da un drastico calo nel biennio 2016-17 (cfr. il riquadro: Il settore agricolo nell’ultimo decennio in L’economia dell’Umbria, Banca d’Italia, Economie regionali, 10, 2019); è risultato positivo anche il contributo fornito dal tabacco e dai legumi. Nell’ambito delle produzioni zootecniche si è invece registrata una marcata riduzione della consistenza degli allevamenti ovini.

  • ricadute della pandemia sulle lavorazioni agricole umbre

Le ricadute della pandemia sulle lavorazioni agricole umbre sono state nel complesso meno rilevanti rispetto a quanto registrato negli altri settori; le attività di semina sono proseguite regolarmente e non sono emerse particolari tensioni nel reperimento di manodopera stagionale. L’interruzione delle vendite al settore alberghiero e della ristorazione ha tuttavia determinato forti riduzioni di fatturato per i produttori di vino, olio e carni; risulta inoltre compromessa la stagione per gli agriturismi che in regione garantiscono quasi un quarto dell’offerta ricettiva (cfr. il capitolo: Il turismo negli anni Duemila in L’economia dell’Umbria, Banca d’Italia, Economie regionali, 10, 2019).

  • revisione della programmazione sulle risorse del Piano di sviluppo rurale

Per far fronte agli effetti economici della pandemia è in corso una revisione della programmazione sulle risorse del Piano di sviluppo rurale (PSR) ancora disponibili, sulla base di quanto previsto dall’Unione europea. Alla fine dello scorso anno in Umbria risultava erogato il 44,3 per cento della dotazione del PSR (929 milioni   di euro, pari al 5,0 per cento delle risorse complessivamente destinate alle regioni italiane), una quota lievemente inferiore alla media delle regioni più sviluppate.

  • L’industria in senso stretto

La crisi ha colpito il settore industriale in una fase in cui era già in atto un calo dell’attività. Secondo i dati di Prometeia il valore aggiunto nel 2019 si è ridotto dello 0,7 per cento. Dall’indagine annuale condotta dalla Banca d’Italia su un campione di imprese con almeno 20 addetti (Invind) emerge come la dinamica di crescita del fatturato si sia interrotta già lo scorso anno (-2,0 per cento) La manifattura umbra ha iniziato a risentire in particolare del calo degli ordini nei comparti della metallurgia e della componentistica dell’automotive, penalizzato dall’andamento negativo delle immatricolazioni nel mercato europeo; solo la chimica ha evidenziato un aumento, seppure modesto. Dopo un decennio di espansione, le vendite sui mercati esteri sono diminuite (cfr. il paragrafo: Gli scambi con l’estero).

A partire dallo scorso mese di marzo le attese su ordini e produzione sono peggiorate repentinamente; il saldo tra giudizi di aumento e diminuzione formulati dalle imprese è sceso su livelli inferiori a quelli registrati nella fase più acuta della crisi finanziaria globale (fig. 2.1.b, riferita al Centro).



L’industria umbra ha risentito in misura rilevante degli effetti dell’emergenza sanitaria: il blocco delle attività ha riguardato il 43,6 per cento del valore aggiunto settoriale (42,8 nella media italiana), considerando anche il contributo positivo fornito dal lavoro agile e gli effetti di filiera, ovvero le produzioni sospese per mancanza di domanda pur rientrando tra le attività essenziali e quelle realizzate da aziende soggette a sospensione in favore di settori essenziali. In seguito alle riaperture di inizio maggio tale quota si è ridotta al 3,4 per cento.



  • indagine straordinaria condotta dalla Banca d’Italia

In base all’indagine straordinaria condotta dalla Banca d’Italia tra la metà di marzo e la metà di maggio, il fatturato del primo semestre 2020 è stimato in calo del 17 per cento rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Oltre un terzo delle imprese ha segnalato una flessione superiore al 30 per cento, meno di una su dieci un aumento; l’andamento negativo ha riguardato anche un’ampia quota delle aziende rimaste attive. Vi ha inciso soprattutto il calo della domanda interna ed estera, oltre che problemi di approvvigionamento e di logistica .

  • I comparti più colpiti

I comparti più colpiti sono quelli del cemento, dei metalli e della meccanica che scontano il repentino ridimensionamento degli ordini provenienti dall’edilizia e dalle filiere automobilistica e dell’aerospace. Nell’abbigliamento, in cui è stata segnalata la perdita di un’intera stagione di vendita, i maggiori timori riguardano la parte meno strutturata della articolata catena di subfornitura regionale. Oltre ai produttori dei beni igienizzanti e sanitari, la cui domanda si è impennata dall’inizio dell’emergenza, solo l’alimentare ha rilevato un aumento delle vendite; sull’andamento delle sue esportazioni, la sola componente che aveva mostrato una dinamica positiva nel decennio precedente, grava tuttavia la crisi del commercio mondiale.


IL SETTORE AGROALIMENTARE
Il settore agroalimentare umbro ha subito nel lungo periodo della precedente crisi un forte ridimensionamento che ha riguardato sia le principali produzioni agricole (cfr. il riquadro: Il settore agricolo nell’ultimo decennio in L’economia dell’Umbria, Banca d’Italia, Economie regionali, 10, 2019) sia le connesse attività industriali. Alle difficoltà delle aziende di minori dimensioni operanti sul mercato interno, si è tuttavia contrapposta l’espansione nei mercati esteri dei principali produttori presenti sul territorio.

La dinamica e le caratteristiche del settore. – Il peso del settore, prossimo al 5 per cento del valore aggiunto regionale, risulta significativamente superiore a quello osservato in Italia (tav. a2.4); l’Umbria si caratterizza in particolare per l’elevata incidenza della componente industriale, inferiore solo a quella rilevata in Piemonte ed Emilia-Romagna. Tra il 2007 e il 2017 il valore aggiunto dell’agroalimentare umbro è diminuito di quasi 18 punti percentuali (più intensamente rispetto al totale dell’economia regionale) a fronte di una crescita del 4 per cento nel Paese.

Il peso delle produzioni regionali di qualità risulta piuttosto contenuto. Nel 2017 l’ammontare complessivo di quelle DOP e IGP (9 alimenti e 21 vini) è stato di 113 milioni di euro, corrispondente all’11,3 per cento del valore aggiunto dell’agroalimentare, meno della metà rispetto a quanto osservato in Italia.

La dimensione media delle unità locali alimentari risulta relativamente elevata (8,8 addetti; 7,2 in Italia); vi influisce la presenza di grandi stabilimenti appartenenti a gruppi extraregionali, a cui fa capo il 15,6 per cento degli occupati complessivi (figura A, pannello a).

Come nel resto del Paese il numero maggiore di addetti dell’industria alimentare è impiegato nel comparto dei prodotti da forno (figura A, pannello b), tra i quali rilevano in particolare i biscotti. Alle produzioni a base di cacao è riconducibile il 10,6 per cento dell’occupazione, una quota circa tre volte superiore alla media. L’industria olearia assorbe poco meno del 7 per cento degli addetti, il doppio che in Italia, per la presenza di alcuni tra i principali operatori nazionali.

Anche le aziende agricole hanno una dimensione maggiore rispetto al resto del Paese: nel 2016 la superficie agricola utilizzata (SAU) media risultava pari a 11,8 ettari (11,0 in Italia); tale valore è cresciuto di circa un terzo rispetto a nove anni prima, in un contesto di sostanziale invarianza della SAU totale (tav. a2.5).

L’andamento negativo dell’agroalimentare umbro si è riflesso nell’uscita dal mercato di una consistente quota di operatori, soprattutto di piccole dimensioni. Nel decennio esaminato il numero di unità locali dell’industria alimentare è calato del 16,9 per cento, quello delle aziende agricole del 25,5. Vi è corrisposta una diminuzione degli occupati nell’agroalimentare del 9,6 per cento (-5,1 in Italia).

Le esportazioni di prodotti agroalimentari. – A fronte dell’andamento negativo del valore aggiunto, il settore agroalimentare ha fatto segnare una prolungata fase di espansione delle vendite all’estero. Tra il 2007 e il 2019 queste sono cresciute del 55,0 per cento in termini reali (52,9 in Italia), un incremento ben più marcato di quello dell’export totale regionale; l’incidenza del settore su quest’ultimo è in tal modo passata dal 9,7 al 15,7 per cento.

La dinamica è stata positiva per tutte le principali tipologie di prodotti, con l’eccezione di quelli da forno, risultando particolarmente accentuata per i derivati del cacao (figura B, pannello a). Le esportazioni di olio, che insieme a quelle di tabacco rappresentano oltre la metà delle vendite all’estero del settore (figura B, pannello b), hanno beneficiato della ricerca di nuovi mercati da parte delle principali aziende del comparto per fronteggiare la crisi dei consumi interni; vi si è associato un

corrispondente incremento delle importazioni di materia prima dai principali paesi produttori (Spagna, Grecia, Portogallo e Tunisia).

Oltre la metà delle esportazioni agroalimentari è diretta verso i paesi dell’Unione europea. Fanno eccezione l’olio e le bevande (soprattutto il vino), che hanno come prima destinazione gli Stati Uniti (tav. a2.6); il forte sviluppo delle vendite olearie è stato realizzato anche nei mercati asiatici.


Le costruzioni e il mercato immobiliare. – Il blocco dell’attività connesso con l’emergenza sanitaria ha colpito l’edilizia in una fase di recupero dopo la lunga crisi iniziata nel 2008. Secondo le stime di Prometeia nel 2019 il valore aggiunto del settore edile ha continuato a crescere. Il positivo andamento  è stato confermato dall’indagine condotta dalla Banca d’Italia su un campione di imprese con almeno 10 addetti da cui è emerso un diffuso incremento del volume di attività. Anche le ore lavorate rilevate dalle Casse edili sono cresciute (2,6 per cento).

La ripresa del  comparto ha beneficiato dell’accelerazione delle compravendite di abitazioni sul mercato immobiliare (7,1 per cento su base annua), accompagnata da un calo dei prezzi più accentuato della media nazionale, e della ripresa del segmento non residenziale . La favorevole congiuntura ha agevolato il riassorbimento di parte dello stock di immobili invenduti e il miglioramento della situazione reddituale delle imprese; per la prima volta dopo lungo tempo gran parte del campione intervistato ha chiuso l’esercizio in utile.

L’emergere della crisi ha cambiato radicalmente le prospettive; i problemi di approvvigionamento e le difficoltà di garantire condizioni di sicurezza nei cantieri hanno determinato l’interruzione pressoché totale delle attività già nelle settimane precedenti il lockdown, anche per le imprese di impiantistica. I dati delle Casse edili evidenziano nel mese di marzo un dimezzamento delle ore lavorate  e un’impennata delle richieste di Cassa integrazione guadagni (CIG) introdotta per l’emergenza Covid-19 . Le valutazioni delle imprese intervistate nei mesi di marzo e aprile fanno prevedere per il 2020 un forte calo del volume di attività.

Nel primo trimestre del 2020 le compravendite di abitazioni sono diminuite del 14,7 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente (-15,5 nella media nazionale); quelle di immobili non residenziali del 10,3 per cento (-17,1 in Italia).

È verosimile che le ripercussioni della crisi si protraggano nell’anno in corso anche per l’incertezza sull’evoluzione delle condizioni economiche delle famiglie e sulla propensione all’acquisto di abitazioni. Secondo nostre elaborazioni su un ampio insieme di dati relativi agli annunci di vendita di case sulla piattaforma digitale Immobiliare.it riferiti ai due capoluoghi di provincia, nel bimestre marzo-aprile i flussi di offerta di abitazioni e l’attività di ricerca online da parte dei potenziali acquirenti si sono fortemente ridotti; nel mese di maggio il recupero è stato solo parziale.

Una possibilità di contenere le perdite potrebbe provenire, oltre che dai recenti provvedimenti governativi di rafforzamento degli incentivi fiscali, da un maggiore impulso alle opere pubbliche, anche nell’ambito della ricostruzione post-sisma del 2016 che alla vigilia della pandemia risultava ancora su livelli assai modesti. Secondo la Relazione dell’Ufficio Speciale per la Ricostruzione (USR), alla fine del 2019 erano stati approvati 45 dei 323 interventi in opere pubbliche previsti, per un importo di 16 milioni di euro (su un totale di 246 milioni). Per quanto concerne la ricostruzione del patrimonio privato, rispetto agli oltre 10.000 edifici inagibili, resta molto contenuta la quota delle domande presentate (circa 1.800). Meno della metà di queste era stata esaminata da USR e Comuni. Risultavano pagamenti a stato di avanzamento lavori per 641 interventi, quasi tutti relativi a danni di lieve entità; i cantieri in fase di completamento erano 178 .

  • I servizi privati non finanziari

Nel 2019 il valore aggiunto dei servizi in Umbria è cresciuto a un ritmo contenuto, in linea con l’andamento nazionale (0,6 per cento secondo le stime di Prometeia). La diffusione del contagio e le conseguenti misure di contenimento hanno pressoché azzerato il fatturato in molti comparti. Sulla base dei dati forniti dall’Istat, il blocco delle attività ha coinvolto il 45,2 per cento delle aziende e il 37,7 degli addetti, quote lievemente superiori alla media italiana. Secondo nostre stime la sospensione ha interessato l’equivalente del 20,1 per cento del valore aggiunto dei servizi; considerando il lavoro agile e gli effetti di filiera il dato sale al 22,5 per cento. Tali valori si sono dimezzati in seguito alle riaperture di inizio maggio.

  • L’indagine Invind della Banca d’Italia

L’indagine Invind della Banca d’Italia ha evidenziato un rallentamento del fatturato già nel 2019. Dalla rilevazione straordinaria effettuata sullo stesso campione è emersa una stima di riduzione del fatturato di oltre un quinto nel primo semestre dell’anno corrente, legata principalmente alla decisa contrazione della domanda. Le aspettative sull’intero esercizio, che sottendono una graduale ripresa dell’attività nel secondo semestre, sono comunque orientate a un marcato calo. La previsione elaborata in maggio da Confcommercio sull’andamento dei consumi in Umbria nel 2020 indica una flessione prossima al 7 per cento.

Tra i comparti maggiormente colpiti dalla diffusione della pandemia rientra il turismo, che aveva registrato nel 2019 un lieve incremento delle presenze; vi avevano concorso gli obblighi di segnalazione introdotti per le locazioni turistiche presso le abitazioni, che in regione rappresentano una rilevante quota dell’offerta (cfr. il riquadro: La diffusione di Airbnb in Umbria).

Nel primo trimestre del 2020 le compravendite di abitazioni sono diminuite del 14,7 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente (-15,5 nella media nazionale); quelle di immobili non residenziali del 10,3 per cento (-17,1 in Italia).

Le deboli prospettive di ripresa si traducono in previsioni di calo del fatturato ampiamente al di sopra del 50 per cento nell’anno in corso. Le caratteristiche del turismo umbro, tuttavia, potrebbero favorire un recupero di flussi più rapido rispetto a molte altre regioni; la componente straniera, di cui è attesa la flessione più drastica, rappresenta infatti meno di un terzo del totale a fronte della metà in Italia (cfr. il paragrafo Caratteristiche del turismo internazionale del capitolo 3 in L’economia dell’Umbria, Banca d’Italia, Economie regionali, 10, 2019); rispetto all’incidenza della spesa sostenuta dai turisti internazionali, il divario con la media italiana è ancora più ampio. L’Umbria presenta inoltre una minore stagionalità delle presenze, circostanza che potrebbe attenuare l’impatto del calo nell’ipotesi di ripresa graduale dei flussi.

Nel 2019 il movimento di passeggeri dell’aeroporto San Francesco è lievemente diminuito (-1,9 per cento). Nei primi quattro mesi dell’anno in corso ha registrato una drastica contrazione (-42,5 per cento) determinata dalla sospensione dell’attività a partire dal 13 marzo.

Anche sul fronte dei trasporti su gomma il calo legato ai provvedimenti restrittivi è stato significativo. Inizialmente il traffico di mezzi pesanti sulle strade umbre si è ridotto meno intensamente rispetto alle altre regioni centrali e alla media italiana; nel pieno dell’emergenza la flessione si è accentuata e ha superato quella osservata nelle aree di confronto (oltre un terzo in aprile; fig. 2.5.b).


LA DIFFUSIONE DELL’AIRBNB IN UMBRIA
A partire dal 2018 i flussi turistici in Umbria sono tornati a crescere, superando i livelli raggiunti prima del terremoto del 2016. L’aumento ha riguardato soprattutto le strutture extralberghiere. Tra queste, negli ultimi anni si sono diffuse in regione più che nella media italiana nuove forme di offerta grazie anche al successo di alcuni siti internet, primo tra tutti quello di Airbnb.

Come in Italia, terzo mercato al mondo, anche in Umbria la diffusione di Airbnb ha conosciuto una forte espansione prima della pandemia: tra agosto 2016 e giugno 2019 il numero di annunci è cresciuto del 92,8 per cento (86,6 in Italia). Analogamente a quanto osservato nel resto del Paese, quasi un terzo dei soggetti segnalanti (host) ha pubblicato più di un annuncio, cioè amministrava due o più alloggi in regione (tav. a2.8).

Alla fine del periodo considerato l’Umbria, con quasi 9.000 annunci, aveva un’offerta di posti letto tramite Airbnb pari a circa un terzo del totale delle strutture ricettive tradizionali; in Italia tale incidenza era di poco più di un quinto. Anche rapportando il numero di annunci a quello degli abitanti la diffusione di Airbnb risulta elevata: si contano infatti 10,1 alloggi offerti sulla piattaforma ogni mille abitanti, a fronte di una media nazionale di 7,2 (figura, pannello a).

La presenza maggiore in rapporto ai residenti si registra nei comprensori del Trasimeno, dell’orvietano e del tuderte (figura, pannello b). In questi ultimi due l’incidenza degli alloggi Airbnb sul totale regionale dei posti letto risulta molto superiore a quella rilevata per le strutture ricettive tradizionali, al contrario di quanto si osserva in Valnerina, nel folignate e nell’eugubino (tav. a2.9).

Gli alloggi umbri offerti su Airbnb si caratterizzano per l’elevata dimensione media: 3,4 posti letto (3,0 nel Paese). A dimostrazione del carattere di continuità con cui gli alloggi vengono offerti sulla piattaforma, quasi i due terzi di questi sono a disposizione per almeno 300 giorni all’anno (poco più della metà in Italia), anche in connessione con la minore stagionalità del turismo in Umbria rispetto alla media nazionale (fig. 2.5.a).

Con la legge regionale n. 8 del 10 luglio 2017 è stato introdotto l’obbligo di notifica al Comune di insediamento delle locazioni turistiche presso strutture

abitative stipulate da persone fisiche al di fuori dell’esercizio dell’attività di impresa. A due anni e mezzo di distanza risultavano censiti in Umbria 1.244 alloggi destinati a locazioni turistiche che nel 2019 hanno registrato oltre 262.000 presenze (il 4,3 per cento del totale regionale); quasi il 60 per cento di queste era di provenienza estera.

Un’ulteriore iniziativa per favorire l’emersione di tale attività è contenuta nel disegno di legge sul turismo presentato all’inizio dell’anno in corso dal Ministero dei Beni culturali e del turismo che considera imprenditore colui che svolge attività di locazione turistica per meno di 30 giorni, estesa a più di tre unità immobiliari. In Umbria gli host che segnalano più di tre annunci sono il 9 per cento del totale e assorbono oltre un terzo dei posti letto.

Una quota rilevante delle attività commerciali ha subito effetti severi dalla diffusione della pandemia, tra cui gli esercizi all’ingrosso e al dettaglio non alimentare, quelli che offrono servizi alla persona e i concessionari di autoveicoli; questi ultimi stavano scontando già dal 2019 il calo delle immatricolazioni (cfr. il paragrafo: Il reddito e i consumi delle famiglie del capitolo 4).

Le vendite di beni alimentari al dettaglio hanno invece tratto beneficio dall’aumento della domanda legato all’emergenza, in particolare nella grande distribuzione organizzata (GDO) che in Umbria garantisce circa il 44 per cento del valore aggiunto del commercio al dettaglio; si tratta della quota più elevata tra le regioni italiane, superiore di oltre 10 punti alla media nazionale, connessa con una rilevante densità di esercizi nella regione.

Secondo i dati forniti dai principali operatori della GDO presenti sul territorio, nelle prime due settimane di chiusura si è registrato un incremento del fatturato prossimo al 15 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente; dall’inizio di aprile la crescita si è significativamente attenuata.

La demografia. – È proseguita la diminuzione del numero di imprese attive in regione, in atto dal 2011. Lo scorso anno il calo di aziende agricole, del commercio al dettaglio e della logistica è stato solo parzialmente compensato dall’incremento registrato nei servizi diversi dal commercio, in particolare nelle attività immobiliari.

Il numero di procedure fallimentari a carico delle imprese regionali è tornato a scendere nel 2019, toccando il minimo dell’ultimo decennio. Il calo ha riguardato soprattutto le società di capitali, a cui si riferisce quasi l’80 per cento delle procedure complessive; nei loro confronti sono state avviati 50 nuovi fallimenti per ogni 10.000 soggetti presenti sul mercato, un dato in linea con quello registrato nel resto del Paese .

Nel primo trimestre del 2020 l’insorgere dell’emergenza sanitaria ha indotto un marcato calo delle iscrizioni di nuove aziende al registro delle imprese (-16,3 per cento rispetto allo stesso periodo dello scorso anno); in particolare, il tasso di natalità si è dimezzato nel comparto dell’alloggio e della ristorazione e si è ridotto di oltre un terzo per le aziende industriali e del commercio al dettaglio.

  • Gli scambi con l’estero

Nel 2019 le esportazioni regionali a prezzi correnti sono lievemente diminuite (-0,2 per cento; tav. a2.11) a fronte della crescita del 2,3 per cento registrata in Italia.

La sensibile flessione delle vendite rilevata nei settori metallurgico e dei mezzi di trasporto (-6,2 e -28,1 per cento, rispettivamente) è stata solo in parte compensata dalla dinamica positiva dell’abbigliamento, della chimica e dei macchinari. Tra gli altri comparti si è interrotta la crescita dell’export di prodotti agroalimentari che aveva caratterizzato il precedente decennio (cfr. il riquadro: Il settore agroalimentare); anche le esportazioni di materie plastiche sono tornate a calare. Alla riduzione dei flussi verso l’Unione europea (-0,4 per cento) si è associata la stabilità delle vendite nei paesi extra UE (tav. a2.12).

Nel primo trimestre del 2020 l’export regionale è lievemente cresciuto rispetto al corrispondente periodo dell’anno precedente (0,8 per cento; tav. a2.13). Al robusto incremento delle vendite di prodotti farmaceutici (più che raddoppiate), dell’abbigliamento e dei metalli si è contrapposta la marcata flessione delle esportazioni di macchinari, mezzi di trasporto e materie plastiche.

La caduta del commercio mondiale in atto dall’inizio del 2020 per gli effetti della pandemia è destinata ad avere forti ricadute sulle vendite all’estero della regione. L’Umbria risulta comunque meno dipendente dai mercati internazionali rispetto al resto del Paese. Lo scorso anno l’ammontare dell’export corrispondeva infatti al 18,9 per cento del prodotto interno lordo regionale, uno dei valori più bassi del Centro-Nord, inferiore di 7,5 punti alla media nazionale. La ridotta apertura verso l’estero è confermata anche dalla più bassa quota di aziende con mercato di sbocco prettamente internazionale (cfr. il paragrafo: Il 9° Censimento delle attività produttive e le modifiche strutturali nell’economia umbra in L’economia dell’Umbria, Banca d’Italia, Economie regionali, 10, 2014).

In termini reali, le esportazioni umbre lo scorso anno sono diminuite dell’1,3 per cento, a fronte della stabilità del commercio mondiale e dell’aumento della domanda potenziale rivolta alla regione (fig. 2.7.b); quest’ultima è rappresentata dalle vendite che si realizzerebbero se le esportazioni verso ciascun paese crescessero allo stesso ritmo delle importazioni di quel mercato (cfr. il riquadro: Esportazioni e domanda potenziale in L’economia dell’Umbria, Banca d’Italia, Economie regionali, 10, 2017). Le stime per il 2020 sono orientate a un drastico calo sia del commercio mondiale sia della domanda potenziale.

  • Le condizioni economiche e finanziarie

Secondo l’indagine Invind della Banca d’Italia nel 2019 le condizioni economiche dell’industria e dei servizi sono rimaste positive. Circa l’80 per cento degli intervistati ha chiuso l’esercizio in utile o in pareggio; il saldo tra le aziende in utile e quelle che hanno rilevato una perdita era moderatamente cresciuto. Le favorevoli condizioni reddituali hanno contribuito alla prosecuzione dell’accumulo di disponibilità liquide da parte delle imprese.

Per il 2020 la quota di aziende che subirà un brusco peggioramento della propria situazione economica sarà rilevante. Anche lo stress finanziario sarà notevole: secondo l’indagine straordinaria della Banca d’Italia oltre un’impresa su cinque ha evidenziato tra le principali conseguenze della crisi in corso l’insorgere di problemi di liquidità. Gli effetti negativi sulla situazione finanziaria derivano soprattutto dall’aumento dei ritardi nei pagamenti dei clienti, segnalato da più di quattro aziende ogni cinque, e dalla difficoltà nel sostenere le spese correnti, rilevato da oltre un terzo del campione. La capacità di far fronte agli impegni finanziari potrebbe ridursi, in prospettiva, soprattutto per le imprese che hanno dovuto sospendere la propria attività.


Le imprese con attività sospesa a rischio liquidità
La sospensione delle attività non essenziali imposta tra il 26 marzo e il 3 maggio 20201 per contenere la diffusione della pandemia ha sottoposto le aziende coinvolte a un elevato stress finanziario. Queste da una parte hanno visto potenzialmente azzerata la possibilità di generare ricavi, dall’altra sono state chiamate a fronteggiare esborsi finanziari non rinviabili, attingendo a risorse proprie o a linee di credito disponibili.

Sulla base di un modello che stima l’evoluzione dei flussi di cassa mensili delle imprese, sono state identificate quelle a rischio di illiquidità. Il modello è stato applicato a un campione di società di capitali presenti negli archivi di Cerved Group e tiene conto dell’applicazione della moratoria del credito bancario per le PMI2 e della possibilità di utilizzo della Cassa integrazione previste dal decreto “cura Italia” (cfr. nelle Note metodologiche la voce Imprese con attività sospesa a rischio di illiquidità). Si definiscono a rischio di illiquidità le imprese che al termine di un periodo di sospensione dell’attività pari a un mese, registrano nelle simulazioni un valore negativo delle disponibilità liquide.

In Umbria il 22,9 per cento delle imprese è risultato a rischio di illiquidità, un valore in linea con quello nazionale. Tale quota è eterogenea tra settori, classi dimensionali e classi di rischio (figura, pannello a). L’incidenza è sensibilmente superiore tra le microimprese (25,6 per cento). A differenza del resto del Paese, le imprese grandi – che non beneficiano della moratoria prevista dal decreto “cura Italia” – sono a minore rischio di illiquidità (17,2 contro 26,3 in Italia).


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