Banca d’Italia, Economia dell’Umbria, calo del PIL del 9,0 per cento nel 2020

 
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Banca d’Italia, Economia dell’Umbria, calo del PIL del 9,0 per cento nel 2020

Il quadro macroeconomico regionale. – Dai primi mesi dello scorso anno la pandemia di Covid-19 si è diffusa anche in Umbria, determinando forti ripercussioni sul sistema economico regionale, già indebolito dalla pesante eredità della precedente fase di crisi.

Le stime di Prometeia indicano un calo del PIL del 9,0 per cento nel 2020, in linea con l’andamento rilevato in Italia. Le previsioni degli operatori prefigurano un parziale recupero dell’attività nell’anno in corso, favorito dal recente deciso miglioramento del quadro economico globale oltre che dal progredire della campagna vaccinale.

Le imprese. – Il valore aggiunto agricolo (-9,6 per cento) ha risentito, oltre che dei pesanti effetti della crisi sulle attività secondarie e di supporto, del forte calo dei raccolti, più intenso che in Italia. L’industria ha registrato una riduzione dell’attività molto marcata (-11,8 per cento). Il fatturato e gli ordini interni ed esteri sono diminuiti drasticamente nel primo semestre, soprattutto nei comparti dei metalli, della meccanica e dell’abbigliamento; la successiva ripresa, interrottasi in concomitanza con il riacutizzarsi dell’emergenza, si è riavviata nei mesi più recenti.

L’impatto della pandemia sull’edilizia è stato meno accentuato, dopo un triennio di moderata crescita; l’attività di ricostruzione post-terremoto ha accelerato per gli interventi relativi ai danni di lieve entità e le compravendite immobiliari hanno evidenziato dall’estate un buon recupero, specie per le abitazioni nei centri minori. Nei servizi otto aziende su dieci hanno registrato un calo delle vendite. La flessione è stata di forte entità per le attività commerciali non legate ai beni di prima necessità e per il turismo, i cui flussi si sono dimezzati; solo le vendite di beni alimentari hanno fatto segnare un’espansione.

Gli investimenti, già deboli alla vigilia della crisi, si sono ulteriormente ridotti (-18,7 per cento quelli industriali). Vi è corrisposto un accumulo di ingenti risorse liquide da parte del sistema produttivo (i depositi bancari sono cresciuti di un terzo), sostenuto anche dalle misure straordinarie a supporto del credito. Le imprese prevedono di riavviare i piani di investimento nell’anno in corso qualora il miglioramento della situazione sanitaria ed economica si stabilizzi.

Il mercato del lavoro. – L’impatto della crisi sul mercato del lavoro è stato considerevole. Al calo degli occupati (-1,8 per cento) si è associata una riduzione molto più marcata delle ore lavorate (-11,1 per cento), anche in relazione all’ampliamento senza precedenti degli strumenti di integrazione salariale. A fronte della tenuta dell’occupazione a tempo indeterminato, che ha tratto beneficio anche dal blocco dei licenziamenti, sono state penalizzate le posizioni meno stabili; i lavoratori a tempo determinato sono scesi del 17,6 per cento.

Le assunzioni, al netto delle cessazioni, hanno subito una flessione marcata soprattutto nei servizi e tra le donne e i giovani. I vincoli posti agli spostamenti e il deterioramento delle prospettive occupazionali hanno limitato la ricerca di un lavoro e provocato un aumento degli inattivi (4,5 per cento). La quota di giovani tra 15 e 34 anni non occupati né impegnati in attività di studio o formazione (NEET) è cresciuta di oltre quattro punti percentuali, al 20,7 per cento.

La pandemia ha accentuato anche la sfavorevole dinamica demografica in atto dal 2013, legata all’invecchiamento della popolazione e alla minore capacità attrattiva del territorio. Il saldo naturale, negativo sin dalla fine degli anni settanta, ha raggiunto negli anni più recenti livelli mai toccati in passato e molto peggiori rispetto alla media italiana e delle regioni europee con caratteristiche simili all’Umbria. Il flusso migratorio, che aveva a lungo sostenuto la dinamica della popolazione regionale, si è molto attenuato. Il saldo dei movimenti di giovani laureati è diventato negativo e tra i peggiori del Centro e del Nord Italia, a causa dei crescenti spostamenti di quelli umbri verso l’estero e l’Italia settentrionale.

Le famiglie. – L’andamento della fiducia delle famiglie ha rispecchiato le diverse fasi dell’emergenza pandemica. Gli interventi pubblici di sostegno hanno attenuato significativamente la flessione del reddito disponibile (-2,3 per cento in termini pro capite) e contribuito a contenere l’aumento della disuguaglianza. Il calo dei consumi (-11,1 per cento) è stato molto più intenso di quello del reddito anche per la difficoltà a effettuare acquisti e per i timori del contagio. Vi è corrisposto un marcato incremento della propensione al risparmio prudenziale; i depositi sono aumentati (7,8 per cento), anche nelle classi di giacenza più contenute. Il ricorso all’indebitamento ha frenato principalmente per la minore domanda di credito al consumo.

Il mercato del credito. – Nel 2020 i prestiti all’economia umbra sono tornati a crescere in misura sostenuta (4,0 per cento), sospinti dall’ampio ricorso da parte delle imprese ai finanziamenti garantiti dallo Stato. Le condizioni di offerta sono rimaste accomodanti anche grazie al perdurante sostegno della politica monetaria. La qualità del credito non ha ancora risentito della crisi: il flusso di nuovi prestiti deteriorati si è mantenuto su livelli molto bassi, analoghi a quelli medi italiani. L’accresciuta rischiosità della clientela ha tuttavia indotto le banche a una maggiore prudenza nella valutazione dei prestiti in portafoglio.

La finanza pubblica decentrata. – L’attività degli enti territoriali è stata fortemente influenzata dagli effetti della pandemia e degli interventi di sostegno. Le spese correnti hanno risentito soprattutto del potenziamento straordinario del personale sanitario, quelle in conto capitale dei maggiori investimenti, favoriti anche dagli incentivi statali ai piccoli Comuni. Sono cresciuti anche i trasferimenti a imprese e famiglie che hanno beneficiato della rimodulazione di parte dei fondi strutturali europei. Sul fronte delle entrate, al calo del gettito tributario per il rallentamento delle attività è corrisposto un sensibile incremento dei flussi erariali di sostegno. La pandemia ha evidenziato l’importanza di rafforzare ulteriormente l’assistenza sanitaria territoriale, che nel complesso offre prestazioni lievemente migliori rispetto alla media italiana.

La digitalizzazione dell’economia. – Il grado di digitalizzazione dell’Umbria è in linea con quello dell’Italia e molto inferiore alla media dell’Unione europea. Le principali carenze sono legate alla connettività e alla diffusione delle competenze e delle tecnologie digitali all’interno delle imprese. Nella fase pandemica queste hanno rappresentato un ostacolo all’utilizzo della didattica a distanza, del lavoro agile e dei servizi finanziari online. Il Piano nazionale di ripresa e resilienza definito dal Governo nell’ambito del programma Next Generation EU rappresenta un’opportunità per il superamento dei ritardi accumulati dall’economia umbra sulla digitalizzazione come su altri fattori indispensabili per sostenere la competitività del territorio, a partire dall’innovazione, dall’istruzione e dalla ricerca.



“Il quadro descritto dal Rapporto sull’economia dell’Umbria presentato oggi da Banca d’Italia conferma che la regione ha bisogno di nuovi paradigmi di sviluppo economico, che permettano di superare non solo la crisi attuale, ma le debolezze strutturali della nostra economia, come i bassi livelli di produttività, ricerca e sviluppo, innovazione e digitalizzazione”. È quanto ha affermato l’assessore regionale allo Sviluppo economico, Michele Fioroni, commentando quanto emerge dal Rapporto.

Nel documento della Banca d’Italia viene rappresentato un tessuto economico indebolito da profondi deficit strutturali, in cui la crisi scatenata dalla pandemia ha avuto pesanti ricadute, con un calo del PIL del 9% e forti contrazioni soprattutto nei comparti dei metalli, della meccanica e dell’abbigliamento.

“Particolarmente interessante – ha sottolineato l’assessore Fioroni – è il focus che la Banca d’Italia ha dedicato al livello di digitalizzazione dell’economia regionale, che dimostra chiaramente come le misure recentemente adottate dalla Regione siano la chiave per restituire competitività al nostro territorio”.

Nel Rapporto si evidenzia infatti che il grado di digitalizzazione dell’Umbria, in linea con quello nazionale, è molto inferiore a quello dell’Unione Europea. Rispetto alle altre regioni d’Italia, l’Umbria registra inoltre un livello più basso in termini di diffusione delle tecnologie digitali fra le aziende e una carenza in termini di competenze digitali.

Al riguardo, l’assessore Fioroni ha rimarcato che “quelli presentati oggi sono degli indicatori molto importanti. La nostra regione è ancora sotto la media nazionale per quanto concerne l’utilizzo di servizi cloud, investimenti in cybersecurity, in interconnessione dei macchinari, stampa 3D. Questi investimenti sono carenti soprattutto nelle micro e piccole imprese, e ciò conferma l’importanza della manovra SMART ATTACK, che punta a far ripartire le realtà di dimensione più piccola proprio dalla transizione digitale”.

“Non banale infine – ha detto l’assessore Fioroni – anche la problematica della mancanza di figure specializzate in materie digitali, un aspetto a cui la Regione Umbria sta dedicando molta attenzione e su cui sono già stati stanziati, con il Bando Upgrade, 3 milioni di euro esclusivamente dedicati alla formazione delle competenze digitali”.

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