Suicidio in carcere – Un uomo di 55 anni, si è tolto la vita impiccandosi nella sua cella nel carcere di Terni il primo maggio. Era in regime detentivo da appena due settimane, ma già da mesi si trovava in una condizione di estremo disagio, ignorato dalle istituzioni che, pur consapevoli della sua fragilità, non sono riuscite a garantirgli un’assistenza adeguata.
La sua vicenda è l’ennesimo tragico epilogo di una storia di disagio psichico e marginalità, che da tempo si intreccia con le criticità del sistema carcerario italiano. Dopo l’allontanamento dalla casa popolare in cui viveva con la madre — deciso dal tribunale a seguito di un’accusa di maltrattamenti — non ha più avuto una dimora stabile. Il provvedimento era arrivato a novembre, e da allora si era avviato un percorso giudiziario che avrebbe dovuto includere anche una presa in carico socio-sanitaria. Invece, le varie richieste di collocazione in strutture idonee sono rimaste inevase.
In cura da tempo presso il servizio per le dipendenze e seguito dal centro di salute mentale locale, l’uomo era stato sottoposto al braccialetto elettronico, misura che tuttavia non ha impedito la sua deriva. I servizi sociali e sanitari avevano ricevuto più sollecitazioni dal tribunale affinché si individuasse una soluzione abitativa, anche al di fuori della provincia o della regione, ma nessuna struttura è stata messa a disposizione.
A nulla sono servite le richieste avanzate dallo stesso all’assessorato al Welfare del Comune di Terni, che aveva girato la segnalazione ai referenti competenti — il Sert, il CSM e la Usl Umbria 2 — senza che da ciò scaturisse alcuna azione concreta. L’ultimo tentativo di segnalazione risale al 15 aprile, giorno successivo a un incontro tra l’uomo e i funzionari di Palazzo Spada.
Nel frattempo era stato arrestato per aver violato il divieto di avvicinamento alla madre. Dopo l’arresto, era stato assegnato al reparto di accoglienza del carcere di Sabbione, dove è rimasto fino al tragico gesto. Nessun intervento efficace, né monitoraggi psicologici specifici, sembrano essere stati attivati in quelle due settimane, nonostante la documentazione clinica e la nota fragilità psichiatrica del detenuto.
La sua morte ha riacceso il dibattito sulle condizioni dei detenuti affetti da patologie mentali, un tema che i sindacati della polizia penitenziaria continuano a indicare come emergenza nazionale. In Italia, infatti, sempre più spesso i penitenziari si ritrovano a gestire persone che avrebbero bisogno di percorsi terapeutici e di sostegno più che di reclusione. La carenza di personale sanitario specializzato, la mancanza di spazi dedicati e la scarsa cooperazione tra sistema giudiziario e servizi sociosanitari producono effetti devastanti, come nel caso di Terni.
Anche la presidente della Regione Umbria ha espresso preoccupazione per l’inadeguatezza dell’assistenza sanitaria destinata ai detenuti. Le carceri umbre, come molte altre in Italia, soffrono di sovraffollamento e scarsità di risorse, due fattori che aggravano ulteriormente l’impossibilità di seguire con continuità le situazioni più delicate.
Il sindaco di Terni, Stefano Bandecchi – che ha avuto un fratello suicida – , è intervenuto in consiglio comunale subito dopo la notizia del suicidio. Ha ricordato come già in passato lui e l’assessore al welfare Viviana Altamura avessero inviato segnalazioni a Regione e Usl Umbria 2 per sollecitare una soluzione per lui, quando questi era ancora libero. Nel corso del suo intervento, Bandecchi ha posto l’accento sulle cause profonde del disagio dell’uomo, legate anche a dipendenze e a una lunga storia personale segnata da vulnerabilità estreme.
Le tensioni all’interno del carcere di Sabbione, già oggetto di proteste da parte degli agenti penitenziari per turni massacranti e organici insufficienti, sono esplose ulteriormente dopo l’episodio. La sua morte non è stata vissuta solo come una tragedia individuale, ma come la conseguenza diretta di un sistema incapace di garantire protezione e cura a chi vive una sofferenza mentale.
Il caso non è isolato. Il numero di suicidi nelle carceri italiane nel 2025 è già in crescita rispetto all’anno precedente, e le persone affette da disturbi psichici costituiscono una parte consistente delle vittime.
Nel silenzio della sua cella ha compiuto un ultimo gesto estremo, forse nella consapevolezza che nessuno avrebbe risposto alle sue richieste di aiuto. Una morte che pesa come un atto d’accusa su un sistema che continua a non vedere, a non ascoltare, e a non intervenire.

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