Un incontro per rivendicare il diritto a una morte libera e assistita
di Antonella Valoroso
Il Festival Internazionale del Giornalismo 2026 ha offerto uno dei suoi momenti più intensi e necessari in «Di chi sono i nostri giorni? La disobbedienza per la libertà dei corpi», l’incontro dedicato alla memoria di Laura Santi, giornalista e attivista perugina che il 21 luglio dello scorso anno ha scelto di porre fine alla sua sofferenza somministrandosi un farmaco letale, scrivendo con un ‘click’ l’ultimo capitolo di un lunga storia fatta di lotta e impegno per affermare un diritto che ancora oggi divide e interroga. Accanto a lei, fino a qualche istante prima di quel ‘click’, c’era suo marito Stefano Massoli.
Sul palco del Teatro della Sapienza, sabato 18 aprile, accanto a Stefano Massoli, c’erano invece Valentina Petrini e Vittorio Parpaglioni Barbieri: tre testimoni con le loro storie da condividere.
Valentina Petrini è autrice del libro «Il prezzo della libertà» (Solferino, 2026), in cui ha raccolto e intrecciato le storie di Sibilla Barbieri e Anna Scalera. La prima è benestante, ha avuto una vita felice e, soprattutto, avrà a disposizione i soldi e le forze per intraprendere una battaglia legale volta a porre fine alla sua vita segnata da una malattia incurabile con cui ha lottato con tutte le forze per dieci anni. La seconda, Anna Scalera, dalla vita ha avuto davvero poco: un modesto lavoro da sarta e una pensione da poco più di 700 euro con cui tirare avanti, finché c’è la salute. Solo che per entrambe, a un certo punto, la salute se n’è andata. Cancro incurabile per Sibilla, un femore rotto per la seconda volta per Anna, che non può permettersi nulla e a cui nulla lo Stato può permettersi di dare: né le cure palliative né un’infermiera a domicilio. Quella che resta a entrambe non è più vita. Sarebbe meglio morire, ma non si può. Così, mentre Sibilla fa di tutto per ribellarsi, Anna finisce per non poter disporre nemmeno del suo stesso corpo, perché sono altri a decidere per lei. E la sua tenace e generosa sorella Gabriella si troverà da sola a districarsi tra le inefficienze e le ingiustizie di un Servizio sanitario sempre meno pubblico. Sibilla chiederà il suicidio medicalmente assistito e, quando questo le verrà negato, rinuncerà alla possibilità di morire nel suo letto e partirà per la Svizzera. Anna invece morirà in silenzio, di notte, in casa sua, annientata da un dolore che fin dall’inizio aveva urlato di non voler soffrire.
Raccontando con il passo di un romanzo la storia dell’ultimo tempo di vita di queste due donne, Valentina Petrini parla di tutti noi: dei nostri cari, del nostro futuro, dei nostri diritti. Illumina l’ipocrisia e l’ingiustizia di una società che chiude un occhio – o entrambi – quando le disuguaglianze economiche e culturali incidono sulla nostra carne viva e ci rendono cittadini e cittadine di serie A o di serie B di fronte alle scelte più cruciali. Pesa e scandisce le sue parole per metterci in guardia mentre ricorda e ci ricorda che «decidere liberamente sui nostri corpi quando si parla di nascita, amore, procreazione e morte non è affatto scontato in Italia».
Vittorio Parpaglioni Barbieri, autore e sceneggiatore, di Sibilla è il figlio e riflette sul senso delle parole «disobbedienza civile», sull’insegnamento del filosofo Henry David Thoreau, sulla propria scelta di violare la legge eticamente: «Ho accompagnato mia madre a morire in Svizzera perché ritenevo fosse giusto». Vittorio, nel 2023, è stato il primo figlio a fare questa scelta in Italia – prima di lui c’erano state figure come Marco Cappato a svolgere il pietoso ufficio di accompagnare fuori dall’Italia chi in patria non aveva il diritto di morire – e poi si è auto-denunciato, vicenda che lo ha portato ad abbracciare un percorso di impegno pubblico sui diritti civili.
Toccante la testimonianza di Stefano Massoli, produttore video e attivista per i diritti delle persone con disabilità, che in più momenti tiene a bada l’emozione perché le parole che ha da dire sono la cosa più importante: «Laura ce l’ha fatta, è riuscita ad andare fino in fondo nel suo letto tra i suoi cari, dopo una lunghissima battaglia legale che ha costretto la ‘sua’ ASL a fornirle quanto necessario per morire quando lei ha deciso che il ‘suo’ momento era arrivato». Ma di Laura vuole ricordare soprattutto l’amore per la vita. Una vita densa, imperfetta, affamata. Attraversata dalla passione per il giornalismo, dall’impegno per i diritti civili, dalla malattia – la sclerosi multipla – e infine dalla battaglia per il diritto a una morte consapevole, libera, assistita. Un diritto rivendicato per sé e per gli altri.
A chi appartiene davvero il tempo della nostra vita? Chi decide della nostra vita quando il dolore diventa insopportabile? E fino a che punto lo Stato può intervenire nelle scelte più intime dell’esistenza? Sono queste le domande, tanto semplici quanto radicali, che le storie di Laura Santi e Sibilla Barbieri -come quelle di Anna Scalera, Eluana Englaro, Piergiorgio Welby, Luca Coscioni e tutte quelle che rimangono senza nome- continuano a rivolgerci.
Stefano Massoli, Valentina Petrini e Vittorio Parpaglioni Barbieri ce lo hanno ricordato e ribadito attraverso un intreccio di informazione, memoria e responsabilità pubblica. Un esercizio di resistenza che ha lasciato il segno in tutti i presenti e che rimane disponibile in streaming sul canale YouTube dell’International Journalism Festival: https://www.youtube.com/live/SU6Rdqg4omM?si=IXBOfhf2IVcZ1pea. Una testimonianza che urla l’urgenza di dare risposte a chi rivendica il diritto all’autodeterminazione nel fine vita: quel diritto a una morte consapevole, libera, assistita che ancora oggi divide e interroga e che il legislatore ha il dovere di affrontare.
In mancanza di una normativa organica nazionale, è stata la Corte costituzionale a delineare i limiti entro cui può ritenersi lecito – e dunque non punibile – l’aiuto alla morte volontaria nei casi di sofferenza estrema e irreversibile. Ma questo non basta. Alcune regioni, come Emilia-Romagna e Toscana, hanno approvato normative per disciplinare la materia, cercando di colmare un vuoto legislativo nazionale. Tuttavia, l’assenza di una legge statale lascia i cittadini e le cittadine in una situazione di incertezza e disparità, con comitati etici territoriali chiamati a valutare casi complessi senza linee guida uniformi. Le sentenze della Consulta hanno costruito, passo dopo passo, un argine contro l’arbitrarietà, definendo diritti e limiti in assenza di una cornice legislativa. Questo percorso, pur lasciando irrisolti molti interrogativi, ha garantito almeno una base di tutela per chi affronta sofferenze estreme e scelte irreversibili.
Resta ora da capire se il Parlamento saprà raccogliere questa eredità, trasformando principi giurisprudenziali in regole chiare e condivise. Perché, in fondo, la domanda è una sola: quanto vale davvero la libertà, se non possiamo decidere fino in fondo della nostra vita?

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