L’autrice esplora identità, tempo e silenzio nei suoi versi
A cura di Ilaria Solazzo
Marina Palazzetti: la poesia come esplorazione del cambiamento
Nel panorama della poesia contemporanea italiana, la voce di Marina Palazzetti si distingue per profondità, coerenza e una rara capacità di fondere pensiero filosofico e sensibilità lirica. Le sue raccolte poetiche non sono semplici esercizi di stile, ma veri e propri viaggi interiori attraverso i temi dell’impermanenza, della dualità dell’essere e della spiritualità. Il suo linguaggio, essenziale e meditativo, accompagna il lettore in una dimensione in cui la parola diventa spazio di riflessione e consapevolezza.
“Impermanenze”: l’esordio che sussurra il cambiamento
Libro pubblicato nel 2017 da Futura Libri, “Impermanenze” è la raccolta che segna il debutto letterario di Marina Palazzetti. Fin dal titolo, l’autrice dichiara la sua intenzione poetica: indagare il cambiamento come condizione costitutiva dell’esistenza. Nei suoi versi, la fuggevolezza del tempo non è mai motivo di disperazione, ma piuttosto una porta aperta sulla bellezza del transitorio. La scrittura è sobria, quasi rarefatta, e utilizza immagini naturali e simbolismi spirituali per esplorare le trasformazioni interiori, le perdite, le rinascite.
La Palazzetti sceglie di non forzare la parola, ma di lasciarla fluire, creando un ritmo che assomiglia ad un respiro lento, consapevole. La sua poesia è, in questo senso, anche un atto di meditazione.
“Onda o particella”: la poesia come ponte tra scienza e anima
Con la raccolta “Onda o particella”, uscita nel 2018 per Il Formichiere, Palazzetti compie un’operazione coraggiosa: unire la poesia con i principi della fisica quantistica. Il titolo richiama la celebre dualità onda-particella, simbolo dell’ambiguità intrinseca della materia. Nella visione dell’autrice, questa ambivalenza diventa metafora dell’identità umana, della sua frammentazione, della molteplicità di sguardi che possiamo rivolgere al reale.
Non si tratta di una poesia ‘scientifica’, ma piuttosto di una scrittura che si lascia ispirare dalla scienza per riflettere sull’essere, sul tempo e sulla percezione. Versi come “sospesi fra onde di senso / e particelle di silenzio” mostrano come la parola poetica possa essere un laboratorio filosofico, uno spazio in cui linguaggi diversi si incontrano senza mai diventare didascalici.
“Del comporre gentile”: il minimalismo come pratica di ascolto
Nel 2021 esce “Del comporre gentile”, pubblicato da Ensemble. Qui l’autrice affina ulteriormente il proprio stile, scegliendo di rinunciare quasi completamente alla punteggiatura per restituire alla parola la sua fluidità originaria. Il risultato è una poesia che scorre come un flusso continuo, priva di cesure, dove ogni parola dialoga con il silenzio che la circonda.
Il “comporre gentile” del titolo è sia un’estetica sia un’etica: è la ricerca di una scrittura che non impone, ma accoglie. Che non grida, ma suggerisce. È una poesia dell’ascolto e del dettaglio, che invita il lettore a rallentare, a fermarsi, a soppesare ogni immagine, ogni suono, ogni sfumatura.
Una poetica dell’essere in trasformazione
Il tratto più distintivo della poesia di Marina Palazzetti è la sua capacità di tenere insieme esperienze apparentemente distanti: la contemplazione orientale e la razionalità occidentale, la fisica moderna e la spiritualità antica, il rigore del pensiero e l’intuizione del cuore. In tutte le sue opere si avverte un filo conduttore chiaro: l’esplorazione della transitorietà come condizione fondamentale della vita umana.
Le sue raccolte non raccontano storie lineari, ma costruiscono spazi di risonanza. Ogni lettura è diversa e svela nuovi strati di senso. La poetessa scrive con una gentilezza che è anche forza, con una precisione che è anche apertura. Le sue poesie non offrono risposte, ma domande. E lo fanno con grazia e profondità.
Marina Palazzetti è una voce necessaria nella poesia italiana contemporanea. In un’epoca dominata dalla velocità e dalla semplificazione, le sue opere propongono un altro tempo, un altro sguardo: quello della lentezza, dell’attenzione, della cura per la parola e per l’anima. Chi legge Palazzetti non trova solo una poetessa, ma una guida silenziosa nel paesaggio mutevole dell’esistenza.
“Esili” di Marina Palazzetti: la poesia dell’assenza che genera senso
Con “Esili”, pubblicato da Bertoni Editore nella collana Aurora/verblu, Marina Palazzetti prosegue il suo percorso poetico con una raccolta intensa e rarefatta, dedicata al tema dell’esilio in tutte le sue sfumature: fisico, interiore, simbolico.
In poco più di cento pagine, l’autrice indaga la condizione del distacco e della separazione non come tragedia, ma come possibilità di ascolto e trasformazione. L’esilio, nelle sue poesie, diventa uno spazio fertile, un luogo sospeso dove la mancanza si fa significato. Le parole – come già avveniva in “Impermanenze” e “Del comporre gentile” – si muovono con delicatezza, costruendo immagini leggere ma precise, capaci di evocare il silenzio tanto quanto il ricordo.
Lo stile rimane asciutto e contemplativo: ogni verso invita alla lentezza, al ritorno a un tempo interiore. Nessun compiacimento, nessuna retorica: solo il ritmo sommesso di chi osserva da lontano, ma con profondità. La prefazione di Bruno Mohorovich sottolinea la forza sommersa del libro, parlando di “stratificazione del dolore” e “dignità dell’assenza”.
Con “Esili”, Marina Palazzetti si conferma voce poetica di grande coerenza e sensibilità, capace di trasformare il vuoto in spazio di verità. Una lettura che invita a sostare, a sentire, a guardare ciò che resta quando tutto sembra mancare.
“La poesia è ascolto del mondo che cambia”
Intervista a Marina Palazzetti, autrice di “Impermanenze”,
“Onda o particella”, “Del comporre gentile” e “Esili”.
Voce delicata del panorama poetico contemporaneo, Marina Palazzetti si muove tra parola e silenzio con la grazia di chi ha fatto della scrittura una forma di meditazione. Le sue raccolte – “Impermanenze” (2017), “Onda o particella” (2018), “Del comporre gentile” (2021), e ora “Esili” edito dalla Bertoni Editore (2025) – esplorano temi come il cambiamento, l’identità mutevole, il dialogo tra scienza e spiritualità, restituendo alla poesia il suo ruolo più profondo: interrogare senza concludere, ascoltare senza afferrare.
L’abbiamo contattata telefonicamente per una conversazione intima e riflessiva, nella quale ci ha guidati nel suo mondo creativo, tra silenzi, onde quantistiche e “composizioni gentili”.
Buongiorno Marina, benvenuta e grazie per aver accettato il nostro invito.
È un piacere, grazie a te e a voi per quest’invito inaspettato e per l’attenzione ai miei versi ed ai miei libri.
Partiamo dal principio con la prima domanda: “Impermanenze” è il suo esordio poetico. Perché ha scelto questo titolo?
“Impermanenze” nasce da una lunga riflessione sul cambiamento come parte inevitabile dell’esistenza. Volevo che il titolo contenesse già il senso della transitorietà, quella che incontriamo nella natura, nelle relazioni, dentro di noi. Scrivere è stato un modo per accogliere il cambiamento, non per combatterlo.
Nei suoi versi si avverte una forte connessione con il silenzio e la contemplazione. Quanto sono importanti nel suo processo creativo?
Fondamentali. Il silenzio non è assenza, ma una presenza più profonda. Le parole che scrivo nascono quasi sempre da un vuoto, da una sospensione. Scrivere poesia, per me, è ascoltare ciò che emerge da quello spazio muto.
Nel libro “Onda o particella” affronta concetti della fisica quantistica. Come è nato questo incontro tra scienza e poesia?
È stato un incontro naturale. La fisica quantistica pone domande che sono simili a quelle della poesia: sulla realtà, sull’identità, sulla percezione. L’idea che qualcosa possa essere due cose contemporaneamente – onda e particella – mi ha colpita profondamente. È anche un modo per parlare della complessità dell’essere umano.
Nella raccolta si avverte una tensione tra razionalità e spiritualità. È un dualismo che sente anche nella sua vita personale?
Assolutamente sì. Non credo che le due cose si escludano. La spiritualità che sento e racconto nei miei testi non è dogmatica, ma aperta, interrogativa. E la razionalità, se è onesta, lascia spazio al mistero. I miei versi cercano un equilibrio tra queste due forze.
Con “Del comporre gentile” il suo stile cambia: flusso continuo, assenza di punteggiatura. Cosa l’ha portata a questa scelta?
Volevo che la parola avesse la libertà di muoversi, di respirare, senza barriere. Eliminare la punteggiatura è stato un modo per avvicinare il ritmo della scrittura a quello del pensiero interiore, che raramente è lineare. È un invito a leggere con lentezza, a lasciarsi trasportare.
Cosa intende per “gentilezza” nella scrittura?
Intendo un’attitudine. Non cercare di colpire, di stupire o di forzare la lettura. La gentilezza in poesia è lo scegliere la parola giusta senza sovraccaricarla, è rispetto per il lettore e per il silenzio che c’è tra le parole. È attenzione, cura, tatto.
Si ‘respira’ anche la contrapposizione tra la gentilezza e la brutalità. La gentilezza è scelta consapevole,
non debolezza, ma controllo.
È mano che si tende senza aspettare, parola che frena invece di ferire. Richiede forza, perché non impone: concede spazio, ascolta, comprende. La brutalità è sfogo primitivo, impeto cieco travestito da sincerità. È voce che sovrasta, forza che umilia,
azione che non chiede ma prende.
La gentilezza costruisce senza rumore. La brutalità distrugge anche quando tace. La gentilezza costa fatica, la brutalità si nutre d’impulso. Una è presenza che calma, l’altra è assalto che reclama. Gentile è chi domina sé stesso. Brutale è chi vuol dominare gli altri.
Come considera certi aspetti anticonvenziali della sua poesia, quasi “sperimentali”?
Scegliere di comporre poesia abolendo maiuscole e punteggiatura equivale per me, nell’ambito concesso al genere poetico, a restituire la più alta dignità alla parola preparando su pagina bianca uno sfondo anarchico in cui la poesia possa generare e rigenerarsi liberamente secondo la natura e la coerenza che da sempre ordinano l’universo e di cui la dimensione estetica, le forme non sono altro che una risultante.
I suoi libri sono attraversati da una forte tensione filosofica. C’è qualche pensatore o corrente che l’ha particolarmente ispirata?
Sì, moltissimo il pensiero orientale, soprattutto zen e taoista, ma anche Eraclito, Simone Weil e la fenomenologia. Sono attratta dai filosofi che lavorano sul limite, sull’indicibile, su ciò che non si può spiegare ma solo evocare. E non per ultime di importanza la Bibbia e i Vangeli che risuonano fortemente nel mio percorso privato degli ultimi anni.
Qual è il senso ultimo del suo operare poetico?
Mi piace rincorrere e captare l’energia, l’attrazione che una parola esercita sull’altra scaturita da risonanze precipue e non sostituibili, quasi misteriche, capaci di ricreare l’unicità di un determinato sentimento o sensazione. Il suono e la musica che avvicina le parole fra loro, o meglio, le assonanze, anche quelle che stridono e poi le separano anziché concertare, danno luogo a loro volta a una semantica primaria in cui il senso precipuo di ogni parola non è che un connotato.
Quale considera la modalità più consona per porsi oggigiorno nei confronti della poesia?
In base a quanto ho detto poc’anzi, è giusto asserire che la poesia va ascoltata con animo libero e poi sentita, non capita anche se portatrice di un contenuto. Così accade a volte che la poesia sia in grado di divinare mondi o sensazioni ignote e inusitate, pure a chi compone, diventando strumento di conoscenza immateriale, un veicolo verso la trascendenza e il divino. Così come un pensare quantico svuota ogni parte in contatto dalla sua centratura monadica mettendo in risalto l’energia originata dalla risonanza, altrettanto la poesia può essere capace di creare una danza di atomi/parole dove “tout se tient” e la bellezza che ne deriva risiede nella loro corresponsione o nel vuoto che risiede fra gli spazi che le separano.
Il titolo “Esili” è essenziale ma potente. A cosa si riferisce, esattamente, questo “esilio”?
Il titolo è volutamente aperto. “Esili” può riferirsi a molte cose: all’esilio fisico da un luogo, ma anche a quello emotivo, esistenziale, spirituale. Ho voluto esplorare il senso di distanza che ci separa – a volte senza rendercene conto – da chi siamo stati, da chi vorremmo essere, o da ciò che ci apparteneva. L’esilio è anche uno spazio fertile, dove si può guardare con altri occhi.
Nei suoi versi si avverte un senso di vuoto, ma anche di resistenza. È una raccolta più malinconica o più combattiva?
È entrambe le cose. C’è la malinconia per ciò che si è perso o lasciato indietro, ma anche una forza quieta che affiora tra le righe. Non c’è rabbia in “Esili”, ma una determinazione sottile, una forma di dignità che nasce proprio dall’assenza. È un libro che parla di fratture, ma anche di possibilità.
La prefazione di Bruno Mohorovich parla di “stratificazione del dolore”. Lei come ha vissuto il processo di scrittura di questa raccolta?
È stato un processo lento, e in certi momenti persino necessario. Alcune poesie sono nate da esperienze personali, altre da storie ascoltate, interiorizzate. Ogni componimento è come una traccia lasciata durante il cammino. La scrittura, in questo caso, è stata una forma di decantazione del dolore, ma anche un modo per restituirgli forma e senso.
La sua poesia sembra non voler mai chiudere, ma aprire possibilità. È così che immagina la funzione della poesia oggi?
Esattamente. Non credo che la poesia debba spiegare o concludere. La vedo come uno spazio di apertura, di domande, di ascolto profondo. In un’epoca in cui tutto tende alla semplificazione e all’urgenza, la poesia può restituirci il diritto al dubbio e alla lentezza.
Sta lavorando a un nuovo progetto poetico? Cosa possiamo aspettarci in futuro?
Sì, sto raccogliendo nuove poesie che nascono da un’interrogazione sul tema del “ritorno” – al corpo, alla memoria, alla terra. Ma non so ancora che forma prenderanno. La poesia, come il tempo, non si può forzare. Arriverà quando sarà il momento.
In un tempo in cui la parola sembra spesso svuotata, urlata o consumata in fretta, i libri di Marina Palazzetti offrono un’alternativa silenziosa ma potente: uno spazio di ascolto, di presenza, di verità. Le sue poesie non cercano l’effetto, ma l’essenza. Non risolvono, ma accompagnano. Parlano al lettore senza invaderlo, lo accolgono nella complessità del sentire, nel ritmo naturale del pensiero profondo.
Leggere Marina Palazzetti significa scegliere la lentezza, l’attenzione, la cura per ciò che si trasforma. È un invito a tornare a sé, attraverso il respiro sottile della poesia. In un panorama editoriale dove spesso prevale l’immediatezza, le sue raccolte rappresentano un gesto controcorrente: uno spazio di libertà intima, dove ogni parola pesa e risuona.
Per chi cerca nella letteratura un’esperienza autentica, vitale e riflessiva, i libri di Palazzetti non sono solo da leggere: sono da abitare. E meritano, oggi più che mai, di essere scoperti, riletti e condivisi.

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