✍ I racconti – Le mura di Perugia, presentazione del libro giovedì 19 a palazzo Gallenga

Programmati interventi di Mimmo Coletti, Franco Ivan Nucciarelli, Alberto Grohmann, Franco Mezzanotte


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Le mura di Perugia, presentazione del libro giovedì 19 a palazzo Gallenga

Le mura di Perugia, presentazione del libro giovedì 19 a palazzo Gallenga

di Elio Clero Bertoldi
PERUGIA – Verrà presentato giovedì 19 dicembre (alle 16) nella sala Goldoni di palazzo Gallenga, il volume “Le mura di Perugia – Prospettive di riuso e valorizzazione” dell’architetto Michele Bilancia. L’introduzione sarà affidata a Giuliana Grego Bolli, mentre sono programmati interventi di Mimmo Coletti, Franco Ivan Nucciarelli, Alberto Grohmann, Franco Mezzanotte.
Le mura del capoluogo umbro non sono soltanto una testimonianza storica ed architettonica, ma sono “ben vive”, come afferma lo stesso autore.

Ne hanno viste e vissute di cose questi conci, dagli etruschi, ai romani, su su fino al Medioevo, prima di arrivare all’Ottocento ed ai giorni nostri.

Basta pensare soltanto agli assedi più famosi dei tanti sopportati dal capoluogo umbro. Il primo cerchio, quello etrusco, subì gli assalti di Ottaviano, allora triunviro, perché in in città si era rinserrato. Con le sue legioni, il console in carica Lucio Antonio, fratello di Marco Antonio, con la moglie di quest’ultimo, la bella e spregiudicata Fulvia.

Fu la fame a convincere il console alla resa, anche perché i rinforzi richiesti tardarono ad arrivare. Ottaviano la concesse e lasciò liberi ed in vita comandanti e soldati, ma ordinò e presenziò alla strage di trecento tra senatori e cavalieri, sgozzati, senza pietà (“Moriendum est”, replicava cinicamente a chi chiedeva la grazia almeno per i figli) come animali sacrificali. La città fu poi distrutta dal fuoco, sia che le fiamme fossero state appiccate per vendetta su ordine del triunviro, sia che fossero state originate da un nobile etrusco che non intendeva piegarsi e poi alimentate dal vento di tramontana.

Resistettero per mesi le mura anche agli eserciti dei Goti, che entrarono in città, difesa fino allo stremo dai cittadini guidati dal vescovo-guerriero, Sant’Ercolano, solo in virtù del tradimento di un chierico. Il “defensor civitatis” pagò con la decollazione la sua gloriosa resistenza, all’esercito di Totila, affidato al generale Ulfilo.

Furono ancora violate, dieci secoli più tardi, dalle truppe papaline di Paolo III Farnese, ben più numerose e appoggiate da una artiglieria più moderna e possente, cannoni che costrinsero alla capitolazione i cittadini ed i difensori, sotto il comando di Ridolfo Baglioni e di un giovane Ascanio della Corgna.

Infine, le mura esterne dell’ultimo cerchio, difese da poche decine di cittadini dei borghi e delle frazioni, tra l’altro male armati, non ressero il 20 giugno 1860, al Frontone all’avanzata di duemila soldati svizzeri, sempre al soldo del papa, che dilagarono in città seminando, saccheggi e stragi di civili ed innocenti.

Queste pietre le “viviamo” ancora oggi e, probabilmente, dovremmo cercare di conoscerle meglio, anche perché rappresentano l’eredità di storia e di cultura, che chi ci ha preceduto – in duemila seicento anni di interrotte vicende – ci ha lasciato.
Il libro di Bilancia può e deve essere considerato, raccogliendo l’invito dello stesso autore, “come un occhio rivolto al passato ed uno che guarda al futuro”.

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