✍ I Racconti – Quei pasticciacci brutti (antichi) consumati nelle osterie del Trasimeno

 
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Quei pasticciacci brutti (antichi) consumati nelle osterie del Trasimeno

Quei pasticciacci brutti (antichi) consumati nelle osterie del Trasimeno

 

di Elio Clero Bertoldi
Dalla Punta di Braccio (sì, proprio il Fortebracci), rialzata e protesa sullo specchio d’acqua, si gode un panorama spettacolare del Lago Trasimeno. Ci si sente immersi nella pace, nella serenità, nel silenzio. Eppure anche qui si consumarono nel passato vicende drammatiche, quando non terribili fatti di sangue.
Il primo, con tanto di documentazione scritta, risale al 1622 e si registrò nelle vicinanze della località Frusta di Sant’Arcangelo, dove sorgeva una “Hosteria” e poco distante la magnifica chiesetta di Ancaelle, eretta sui resti di un tempio dedicato ad Ancaria, dea etrusca della fertilità.

Tutt’intorno fitti boschi che arrivavano fino a Panicale.
Dalla selva spuntarono, all’improvviso, due banditi mascherati che assalirono Ottaviano Bacelli, un possidente del posto, che avvertito come la figlia, maritata a Perugia, versasse seriamente ammalata, si stava dirigendo verso la città. I banditi intendevano rapinarlo e la vittima aveva consegnato prontamente la borsa col denaro. I due balordi pretendevano, però, di più e insistevano tanto da far perdere le staffe al derubato, pronto a rispondere a tono ed adirato. La replica non si fece attendere: i briganti riempirono di bastonate il poveretto e gli rifilarono persino una coltellata. Poi risaliti sulle cavalcature, uno dei due si voltò e gli scaricò addosso, col ferito ancora a terra, anche una archibugiata, freddandolo. Il Legato di Perugia, informato del terribile fatto di sangue inviò sul posto una squadra di “sbirri corsi” perché indagassero e arrestassero i colpevoli. Pare che li gli investigatori avessero individuato i responsabili, senza tuttavia rintracciarli. I boschi all’epoca rappresentavano un buon rifugio.

  • Solo un anno più tardi, dall’altra parte del Lago, a Passignano, i due vennero pizzicati. Per caso, riportano le cronache. Trascinati a Perugia, i malviventi confessarono. Furono entrambi impiccati in piazza Grande, l’attuale piazza IV Novembre.

Il secondo episodio, nel 1741, fu addirittura uno scontro d’armi tra gli sbirri di Perugia e le guardie del Lago, avvenuto all’altezza della Hosteria di Braccio. Di queste taverne se ne contavano ben quattro nella zona del Perugino come riporta il cartografo Ignazio Danti nel 1584: le due, vicinissime, del Trasimeno lungo la strada etrusco-romana e quelle di Reschio e del Pantano. D’altro canto la strada che portava da Perugia a Chiusi e che toccava via via Chiugiana, Montebuono, Montemelino, sfiorando Solomeo, San Mariano, Vallupina, Ancaelle, Le Gratinesche, risultava il percorso più breve per raggiungere il Lago e per raggiungere il ducato di Toscana (e viceversa).

  • Lo scambio di archibugiate é stato annotato nel “Libro dei morti” della parrocchia di San Michele Arcangelo (copre un periodo che parte dal 1644 fino al 1766) dal parroco del tempo don Simone Martani. Il ritrovamento e la lettura delle carte si deve, invece, allo storico e ricercatore Gianfranco Cialini.

Sono le due di notte tra il 12 ed il 13 ottobre del 1741. Il parroco non cita i motivi per i quali i due gruppi avversi si fossero scambiati le schioppettate. Riporta però la notizia che ne uscì morto il caporale degli sbirri Carlo Pierone, la cui salma venne trasportata in casa di Vincenzo Martani, dove il medico di Magione, dottor Menuti ed il capo cancelliere di Perugia, inviati sul posto dalle autorità cittadine, espletarono le rispettive mansioni, cioè la ricognizione autoptica e la relazione scritta sul sanguinoso e clamoroso fatto. Il sacerdote-cronista precisa che il caporale non fece in tempo ad avere i sacramenti e che fu sepolto nel piccolo cimitero attiguo alla chiesa di Ancaelle.

L’ultimo episodio – non di sangue, ma sicura di valenza storica – riguarda l’arresto nella Hosteria di Braccio del capo militare dell’esercito dei “Viva Maria” di Magione-Castel Rigone, Tomaso detto Broncolo (mancava di quattro dita ad una mano) un ex doganiere diventato contrabbandiere e brigante, prima di indossare la divisa di “Generalissimo” degli insorti contro l’invasione bonapartista. Dopo una serie di successi i rivoltosi furono battuti e dispersi dalle truppe regolari francesi, rafforzate da contingenti austriaci e polacchi, oltre che dai giacobini nostrani.

Disposto a “vendere” i suoi compagni pur di salvare la vita, Broncolo aveva indicato agli intermediari la taverna sul lago come punto d’incontro per trattare la resa. Ma qualcuno giocò più sporco di lui e l’ex doganiere venne sorpreso, arrestato, processato e condannato ai lavori forzati. Morì, poche settimane più tardi – siamo nei primi anni dell’Ottocento – sulla darsena di Civitavecchia raggiunto da un colpo di archibugio mentre tentava una disperata fuga in combutta con altri forzati.

Il professor Giovanni Moretti auspicava, nella seconda metà del Novecento che i comuni della zona (Magione, Castiglione del Lago, Panicale, Chiusi) e la Comunità Montana nel quadro di una tutela, di un salvataggio, di una fruibilità dell’antica strada e della chiesa di Ancaelle, progettassero una sorta di “Passeggiata archeologica” lungo questo percorso. Si farebbe ancora in tempo a dare corpo al suggerimento.

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