✍ Lupatelli, martire del Risorgimento. Una vita spesa per la Patria

Lupatelli, martire del Risorgimento. Una vita spesa per la Patria

di Elio Clero Bertoldi
PERUGIA – Un eroe. Anzi, un martire del Risorgimento italiano. Dimenticato dai più. Poco o nulla citato sui libri di storia e negli articoli dei giornali. Vittima come i suoi compagni, forse della luce più brillante dei più giovani e ben più famosi, i fratelli Attilio ed Emilio Bandiera, figli di un barone e ammiraglio della flotta austriaca, i quali ebbero anche la consolazione di vedere e di parlare con la madre, la nobildonna Anna Marsich, durante le fasi del processo di Cosenza.

Eppure Domenico Lupatelli (1803-1844) era stato un mazziniano della prima ora ed aveva partecipato alla rivolta perugina dell’8 maggio1833, contro il governo papalino. La protesta del gruppo, tra cui molti studenti e artigiani, si era materializzata all’improvviso, nell’attuale piazza Matteotti, in uno scontro, da parte dei ribelli a mani nude, contro la polizia pontificia. Tuttavia le conseguenze, per Domenico – che viene descritto come alto, robusto, deciso e che forse aveva colpito ben bene gli sbirri con i suoi pugni possenti – si rivelarono molto pesanti: una pena di cinque anni di reclusione e poi, nel 1837, la condanna all’esilio.

Il muratore – questo il mestiere esercitato da Domenico al Borgo d’Oro, cioé Porta Sant’Angelo, in cui viveva in quella che oggi é via Lupatelli (una targa é stata posta nella casa in cui nacque) – fu costretto a lasciare l’Italia e si portò a Corfù, all’epoca sotto l’influenza dell’Inghilterra e dunque territorio ospitale per gli esuli.

Fu qui che l’artigiano perugino incontrò i fratelli Bandiera e fu da qui, con i due veneziani ed un altra ventina di patrioti, tutti iscritti alla “Giovane Italia”, che partì per l’impresa in Calabria, anche se in verità in precedenza il gruppo aveva ipotizzato di sbarcare in Maremma per puntare, poi su Roma e rapire il papa, Pio IX. Operazione ancor più avventata di quella che avrebbero poi organizzato e tentato (vanamente) nelle terre calabresi.

I mazziniani avevano saputo che si era registrata una sollevazione popolare e avevano ritenuto, sbagliando (lo stesso Giuseppe Mazzini li aveva sconsigliati), che sarebbe bastata la loro presenza per far insorgere le genti di Calabria contro il re borbone, Ferdinando II. Ignoravano, tra l’altro, che i loro movimenti erano stati già rilevati dall’occhiuta polizia austriaca, anche col contributo della “liberale” consorella inglese, che apriva le lettere, in entrata ed in uscita, di Mazzini, esule a Londra.

Sul peschereccio malmesso, che li trasportava verso l’Italia – il San Spiridione, comandato dal capitano Caputi, un napoletano, partito dall’isola la notte tra il 12 e il 13 giugno 1844 – i cospiratori avevano a disposizione dei fucili, diverse pistole, soprattutto coltelli. Il capitano del trabiccolo li fece sbarcare alla foce del fiume Neto, nelle vicinanze di Crotone (l’approdo risale al 16 giugno) ed il gruppo si mise subito in marcia verso la Sila.

Indossavano, quasi tutti, camiciotti blu con bavero rosso e tutti esibivano una vistosa coccarda tricolore (rosso, bianco e verde). Al seguito portavano una bandiera tricolore. Mentre si trovavano a poca distanza da San Severina si accorsero che mancava uno di loro, il corso Pietro Boccheciampe. Ingenuamente ritennero che si forse perso, tanto che scrissero una serie di missive ad amici e conoscenti con la preghiera di aiutarlo se lo avessero ritrovato ed invece il corso – che si era reso conto di come la spedizione non avesse scampo e che la rivolta del marzo precedente fosse stata soffocata da settimane – era già entrato all’interno di un posto di polizia spifferando i piani dei compagni ad un Ispettore del Regno delle due Sicilie.

In effetti, i 21 patrioti avevano davvero le ore contate. Pochi, male armati, ritenuti “stranieri” dai calabresi, non potevano sperare in un futuro. Riuscirono a liberarsi di un gruppetto di gendarmi, ma poche ore più tardi circondati prima da una folla di scalmanati e subito dopo dalle forze di polizia e addirittura da militari dell’esercito, vennero bloccati e costretti alla resa. Diversi restarono sul terreno. L’atto finale della disperata ed ingenua avventura si consumò in località Stragola nel territorio di San Giovanni in Fiore. Unico a sfuggire all’arresto fu la guida, Battistino Maluso, detto il Navaro, un brigante conoscitore dei luoghi che, addentratosi in un fitto bosco, riuscì per un po’ a restare libero. Qualche giorno più tardi il latitante si costituì e fu condannato a 14 anni di reclusione.

I dodici patrioti sopravvissuti, presi vivi (un paio feriti), vennero trascinati a Cosenza dove si celebrò il processo davanti ad una commissione militare. Una corte marziale, insomma. Le accuse: cospirazione, attentato all’ordine pubblico, sollevazione contro il re. Ristretti in palazzo Arnone, furono condannati a morte. Tre ottenero la grazia, per gli altri nove nessuna pietà. Furono condotti, scalzi, i polsi legati, ricoperti di un lungo camicione nero, il volto nascosto da un velo dello stesso cinereo colore, fino al Vallone di Rovito. Durante il percorso avrebbero intonato: “Chi per la patria muor, vissuto é assai. La pianta dell’allor non langue mai…”.

E prima che il plotone di esecuzione esplodesse la gragnuola mortale tutti gridarono, ad una voce: “Viva l’Italia”. All’ultimo atto presenziò una gran folla, come era avvenuto quando il corteo dei condannati aveva attraversato le vie della città, sebbene fosse l’alba. La fucilazione doveva rappresentare un monito per il popolo del regno borbonico.

Oltre ai Bandiera, il sangue versato quel mattino del 25 luglio 1844 fu quello di Nicola Ricciotti, Giovanni Venerucci, Domenico Moro, Giacomo Rocca, Francesco Berti, l’avvocato Anacarsi Nardi e, appunto, Lupatelli. Tutti martiri della Patria. Senza distinzione di ceto o di professione.

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