✍ I racconti – Quando Dante Alighieri difese in armi la sua Firenze

 
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✍ I racconti – Quando Dante Alighieri difese in armi la sua Firenze

✍ I racconti – Quando Dante Alighieri difese in armi la sua Firenze

da Elio Clero Bertoldi 
Immaginate una schiera di cavalieri, armati alla leggera, che avanza al trotto. Tra loro, addobbato coi colori rosso e blu della propria casata, un giovane di 24 anni, dal naso importante e dallo sguardo fiero, altezzoso. Sebbene il suo cuore, in quegli istanti – lo confesserà lui stesso, molti anni dopo – battesse rapido per la paura.

Quel cavaliere si chiamava Dante Alighieri e faceva parte della prima schiera di “Feditori” al comando di Vieri de’ Cerchi. Tra quella gente a cavallo, a qualche fila di distanza, anche Cecco Angiolieri, l’irridente poeta.
Era la mattina dell’11 giugno 1269, giorno di San Barnaba. Ed i fiorentini del partito guelfo sulla piana di Campaldino, a poca distanza dal castello di Poppi, in Pratomagno, nel Casentino, fremevano, pronti a lanciarsi al galoppo contro l’esercito degli avversari, gli aretini, da sempre della fazione ghibellina.
Il “casus belli”, una bega territoriale, che toccava, in particolare, gli interessi dei molti feudatari che possedevano terre e castelli nella zona di confine, il Casentino ed il Valdarno, tra Firenze ed Arezzo, come i Guidi, gli Ubertini, i Tarlati.
Vani si erano rivelati i tentativi di ricomposizione pacifica tra le parti. Il vescovo di Arezzo, Guglielmino degli Ubaldini aveva perfino trovato un abbozzo di intesa, inimicandosi però i suoi stessi concittadini, tanto da essere costretto ad una rapida marcia indietro per evitare d’essere accusato di tradimento e ad indossare l’armatura e ad porsi a capo dei suoi con a fianco il conte Guido Guidi e il nobile Bonconte da Montefeltro. L’esercito degli aretini – formato da 8.000 fanti e 800 cavalieri – appariva nettamente in inferiorità numerica di fronte al nemico – 10.000 fanti e 1.300 cavalieri, provenienti anche da Siena, Lucca, Pistoia, Prato, Massa  -, però contava sulla maggiore esperienza militare dei suoi effettivi contro l’improvvisazione degli artigiani e mercanti chiamati, per la prima volta, alle armi dalla città del Giglio.
A caricare per prima toccò – all’ordine lanciato dai comandanti in capo: Amerigo di Narbona e Guillaume di Durfort (poi ucciso negli scontri) – alla cavalleria leggera fiorentina. Che sebbene si stesse comportando bene (Dante e Cecco, compresi) fu costretta dalla pressione nemica, se non alla rotta, ad una precipitosa ritirata. Sembrava, quel cedimento, un episodio negativo e invece si trasformò, da un punto di vista strategico, nella chiave della vittoria. La cavalleria aretina, infatti, si lanciò all’inseguimento dei rivali senza mantenere, tuttavia, le distanze tra i reparti e soprattutto con la fanteria. Così l’immediato contrattacco risultò devastante per i ghibellini. L’entrata in battaglia, da un fianco, della cavalleria di riserva – trecento cavalieri pistoiesi al comando di Corso Donati -, si rivelò la mossa definitiva vincente dei guelfi, che sgominarono, letteralmente, gli aretini. Questi ultimi lasciarono sul campo quasi duemila morti (contro le trecento vittime 300 di parte guelfa) e oltre duemila prigionieri. In battaglia persero la vita lo stesso vescovo (armato di mazza, perché essendo prelato gli era vietato versare sangue umano), il conte Guidi e Bonconte (che il sommo poeta ricorderà nel Purgatorio).
Trentatré anni più tardi Dante – diventato persino Priore della sua città -, cacciato dal governo guelfo si trovò tra le file dei ghibellini. Ma non partecipò alla battaglia, non almeno in armi (era il segretario di Scarpetta Ordelaffi di Forlì, il leader della sua parte) nella battaglia della Lastra, alle porte di Firenze, che divenne una sorta di Waterloo per le speranze dei fuoriusciti (di cui Dante era uno dei più eminenti rappresentanti). Condannato a morte il sommo poeta iniziò la sua vita di esule e provò “come sa di sale lo pane altrui”. Già in contrasto coi suoi nuovi alleati, dopo i fatti della Lastra, l’Alighieri “fece parte da solo” e lasciò “la compagnia malvagia e scempia”, con la quale aveva convissuto per alcuni mesi. L’esilio, durissimo per lui, divenne però proficuo per i posteri: fu durante questo periodo che l’Alighieri compose la “Divina Commedia”, uno dei pilastri della cultura non solo italiana.

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