Alfabeto visivo: Afro, Burri e Capogrossi in mostra a Perugia

Alfabeto visivo: Afro, Burri e Capogrossi in mostra a Perugia

Dal 18 aprile al 6 luglio 2025, focus sull’arte informale italiana

Dal 18 aprile al 6 luglio 2025, il Palazzo della Penna – Centro per le Arti Contemporanee di Perugia ospita la mostra “Afro Burri Capogrossi. Alfabeto senza parole”, dedicata a tre protagonisti dell’arte italiana del secondo dopoguerra: Afro Basaldella, Alberto Burri e Giuseppe Capogrossi. L’esposizione si concentra sul passaggio dei tre artisti dalla pittura figurativa verso un linguaggio astratto e segnico, sottolineando l’evoluzione del loro stile tra gli anni Trenta e Cinquanta.

La mostra, organizzata dal Comune di Perugia in collaborazione con Magonza, è curata da Luca Pietro Nicoletti e Moira Chiavarini, con il coordinamento scientifico di Alessandro Sarteanesi. Sono coinvolte la Fondazione Archivio Afro, la Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri e la Fondazione Archivio Capogrossi. Più di cento le opere in esposizione, provenienti da importanti collezioni pubbliche e private, tra cui la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma e l’Accademia di Belle Arti di Perugia.

Il percorso espositivo documenta il momento in cui Afro, Burri e Capogrossi si allontanano dai modelli figurativi degli anni Trenta e Quaranta per adottare, all’inizio degli anni Cinquanta, soluzioni formali nuove, influenzate dal contesto artistico internazionale. La trasformazione del loro linguaggio si inserisce nel clima di sperimentazione che caratterizzò il periodo immediatamente successivo al conflitto mondiale.

Nel commentare l’iniziativa, la sindaca di Perugia, Vittoria Ferdinandi, ha ricordato il successo della precedente mostra dedicata a Dorothea Lange, che aveva registrato circa 8000 visitatori e oltre 400 cataloghi venduti. La sindaca ha sottolineato come la nuova esposizione segni un ritorno alle origini del progetto culturale di Palazzo della Penna, rilanciando la sua funzione di spazio dedicato all’arte contemporanea e al dialogo con la scena nazionale e internazionale.

Anche il vicesindaco e assessore alla cultura, Marco Pierini, ha evidenziato come l’iniziativa consolidi la vocazione del centro perugino. Il ritorno di Burri nella sua città natale, accanto a due artisti di rilievo come Afro e Capogrossi, rappresenta per Pierini l’occasione per analizzare un momento storico in cui molti artisti, anche già affermati, decisero di superare il figurativo per confrontarsi con le sperimentazioni dell’arte informale.

Secondo il curatore Luca Pietro Nicoletti, l’esposizione mette in relazione percorsi creativi sviluppatisi in un contesto storico e culturale comune. Pur appartenendo a generazioni differenti, Afro, Burri e Capogrossi vissero le trasformazioni dell’Italia del dopoguerra, elaborando ciascuno una propria forma di astrazione. L’evoluzione del loro linguaggio riflette non solo l’influenza dei movimenti artistici internazionali, ma anche una risposta individuale ai cambiamenti della società italiana tra la dittatura fascista, il conflitto mondiale e la ricostruzione.

Un elemento che accomuna i tre artisti è la centralità della città di Roma nella loro maturazione. Negli anni Cinquanta, la capitale italiana fu un importante crocevia per il confronto artistico, grazie alla presenza di gallerie, collezionisti e intellettuali. Afro si trasferì a New York nel 1950, avviando una collaborazione con la Catherine Viviano Gallery. Qui passò da una pittura influenzata dal cubismo a un linguaggio astratto, in cui predominano la libertà gestuale, il colore lirico e la tecnica della velatura.

Alberto Burri, a partire dal 1947, elaborò un approccio radicalmente materico alla pittura. I suoi lavori utilizzano materiali come legno, ferro, sacchi di juta, plastica, cellotex e Vinavil, costruendo una grammatica visiva che rompe con la tradizione pittorica. Nei suoi lavori, la superficie diventa un campo di sperimentazione per texture e combinazioni inedite di materiali.

Diversa è la traiettoria di Capogrossi, che sviluppò un linguaggio personale basato sulla ripetizione di un “segno” modulare. Questa cifra stilistica, essenziale nella forma ma declinabile in molteplici combinazioni, gli permise di affermarsi rapidamente anche oltre i confini italiani. Insieme a Afro e Burri, partecipò nel 1955 alla mostra “The New Decade. 22 European Painters and Sculptors”, organizzata al MoMA di New York, evento che consolidò la presenza dei tre artisti sulla scena internazionale.

Una sezione della mostra è dedicata ai lavori su carta. Attraverso disegni, schizzi e studi preparatori, è possibile cogliere gli aspetti più intimi del processo creativo di Afro, Burri e Capogrossi. Questa parte del percorso permette di osservare come le idee e le intuizioni si sviluppino, talvolta in modo frammentario, per poi trovare una sintesi nelle opere definitive.

In parallelo alle opere, l’allestimento propone materiali di archivio: riviste, cataloghi, libri d’artista, testi critici e poetici che documentano l’attenzione suscitata dai tre artisti nel contesto intellettuale del tempo. Tra i protagonisti di questo dibattito figurano nomi come Emilio Villa, Leonardo Sinisgalli e Cesare Brandi, che offrirono letture teoriche e poetiche delle nuove tendenze artistiche.

Il catalogo della mostra, pubblicato da Magonza, è curato da Luca Pietro Nicoletti e Alessandro Sarteanesi. Il volume include un saggio introduttivo di Nicoletti, una conversazione tra Moira Chiavarini, Tommaso Mozzati e Marcello Barison, due testi di approfondimento firmati da Andrea Cortellessa e Francesca Romana Morelli, oltre a tre schede dedicate agli artisti, curate da Francesco Donola, Mattia Farinola e Gaia Simonetto.

Attraverso un confronto serrato tra tre esperienze artistiche distinte, la mostra propone una lettura del secondo dopoguerra italiano dal punto di vista visivo. Il passaggio dalla figurazione all’astrazione è illustrato non come un fenomeno omogeneo, ma come una serie di traiettorie personali che dialogano con i modelli internazionali, pur restando radicate in un contesto nazionale specifico.

In conclusione, Palazzo della Penna si conferma spazio attivo nel panorama dell’arte contemporanea italiana. Con questa mostra, Perugia riafferma il proprio ruolo nel dibattito artistico e culturale, contribuendo alla diffusione di un patrimonio che ha segnato la storia visiva del Novecento.

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