Successi olimpici e premi in denaro, scandalo? Accadeva pure a Olimpia

stabilito il primato dell’Italia nelle Olimpiadi moderne

Successi olimpici e premi in denaro, scandalo? Accadeva pure a Olimpia

di  Elio Clero Bertoldi
PERUGIA – Mai come a Tokyo: gli atleti azzurri, conquistando 40 medaglie (10 ori, 10 argenti, 20 bronzi), hanno stabilito il primato dell’Italia nelle Olimpiadi moderne (il risultato migliore era stato raggiunto con quota 36 a Los Angeles e a Roma) e si sono piazzati tra le prime dieci nazioni dei Giochi. Addirittura al settimo posto, se si considera il numero assoluto di medaglie (primi gli Usa, con 113, sulla Cina ed il Giappone).

Soprattutto è la qualità, il peso dei successi conseguiti a fare la differenza. La vittoria nei 100 metri (con Lamont Marcell Jacobs), nella 4×100 (Lorenzo Patta, Jacobs, Fausto Eseosa Desalù, Filippo Tortu, nell’ordine di frazione della staffetta), nel salto in alto (Gianmarco Tamberi), nella 20 km maschile (Massimo Stano) e femminile (Antonella Palmisano) senza nulla togliere alle altre cinque (Federica Ceccarini e Valentina Rodini nel canottaggio; Francesco Lamon, Simone Consonni, Jonathan Milan e Filippo Ganna nell’inseguimento del ciclismo; Luigi Busà nel Karate; Vito dell’Aquila nel taekwondo; Caterina Banti e Ruggero Tita nella vela) lasciano in bocca (e nella storia dello sport) un sapore del tutto particolare.

Per questo successo, davvero enorme e inaspettato, i medagliati italiani otterranno complessivamente 7 milioni e 50mila euro in premi. Ogni vincitore dell’oro incasserà 180mila euro lordi; i conquistatori di un argento ne intascheranno 90mila ciascuno; chi ha conseguito il bronzo, ne porterà a casa 60mila. Pure in questa classifica primeggia Jacobs: con due ori riporrà in cassaforte 360mila euro (sempre lordi).

Nessuno si scandalizzi e chiami in ballo Pierre de Fredy, barone De Coubertin e la purezza dello sport di una volta. Tutte fole. Fin dall’antichità, infatti, agli atleti vincitori veniva concesso un premio sempre sostanzioso.

E’ sufficiente ricordare i riconoscimenti materiali (armature, tripodi, animali) concessi da Achille in occasione dei Giochi per la morte di Patroclo, enumerati nell’Odissea da Omero, per farsene una idea. Ma pure gli scrittori  Pausania e Filostrato e tra i poeti su tutti Pindaro e Bacchilide ricordano come la vittoria ad Olimpia, o negli altri Giochi, comportasse non solo l’onore e la gloria (la vittoria trasformava l’atleta in un semidio e lo trasformava in uno ‘status symbol’), ma anche guadagni materiali. Solone nel 593 aC stabilì, che al vincitore di Olimpia per i colori di Atene fosse riconosciuto il corrispettivo di 500 pecore o di cento buoi. Un bel prendere, no?

Lo sfruttamento politico dei successi sportivi? Anche sotto questo aspetto niente di nuovo sotto il sole. Sono trascorsi quasi tre millenni, ma esisteva anche quello. Milziade di Atene utilizzò la vittoria nella quadriga per farsi tiranno del Cheroneso (anno 560 aC) ed Alcibiade, discepolo di Socrate, sbandierò la vittoria nella corsa dei carri ad Olimpia per farsi dare il comando – sia pure in condominio – della spedizione militare in Sicilia. E mi fermo qui per non tirarla troppo per le lunghe.

Ora godiamoci il successo della spedizione in Giappone. Così fan tutti.

 
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