Essere educati conviene? Elogio dell’educazione in un paese imbarbarito

 
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Essere educati conviene? Elogio dell’educazione in un paese imbarbarito

Essere educati conviene? Elogio dell’educazione in un paese imbarbarito

di Elio Clero Bertoldi
“Essere educati oggi non conviene”, commenta, sconsolato e sfiduciato, un noto “maître à penser” dalle colonne di un giornale. Ma, davvero, dobbiamo allargare le braccia, prendere atto che l’educazione non serve, anzi peggio, “non conviene”, adeguarci e magari entrare a far parte della maggioranza, ormai dedita alla più becera maleducazione, non solo sui campi di calcio (vedi lo scontro indecente Ibramovich-Lukaku), ma anche – guardiamo in casa nostra – sugli schermi del televisore e, persino, sui banchi – udite, udite – del parlamento della Repubblica?
Non dovremmo pensare a noi stessi, alla nostra dignità, al nostro decoro?

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Ce ne infischieremo del “bon ton”, sebbene i bambini, per i quali siamo modelli cui adeguarsi, ci guardino, pronti a ripetere i nostri gesti, i nostri comportamenti, le nostre parole?
Non si suggerisce di risuscitare i vuoti esempi del galateo o del cortigiano, spesso tesi più agli aspetti formali delle norme comportamentali, che non alla sostanza. Bisogna riscoprire l’educazione che resta alla base delle aspettative sociali, della convivenza civile.

No, non é sufficiente rifugiarsi nel “lei” (lo abolirei “ex abrupto“, se ne avessi il potere) e neppure nel rispetto dell’etichetta, più apparenza che altro: serve l’educazione vera e propria, che significa trattare l’altro come se stesso. Anche se portatore di un modo di vivere e di pensare diverso, persino opposto, dal nostro. Tenere un comportamento di attenzione, di riguardo verso tutti, bambini, donne, anziani, prima di ogni altra cosa. Astenersi, in primo luogo, dall’uso del turpiloquio: non é con le parolacce che si risolvono i problemi. E aborrire pure dalla violenza, che genera, a sua volta, violenza.

Non arrendiamoci alla villanìa montante. Opponiamoci, piuttosto, con fermezza al malvezzo generale, ai modi rozzi, incivili dei più, rispolverando, in ogni situazione, l’educazione – sorella gemella della gentilezza d’animo – che non ha bisogno, quando sincera, spontanea, corretta, di essere definita “buona”.

L’educazione, oggi, vive scacciata e viene trattata con disprezzo soprattutto dai potenti (pre-potenti), dagli altezzosi, dai superbi. Settecento anni fa, o giù di lì, Francesco Petrarca in un sonetto, sosteneva che la filosofia, ai suoi tempi, se ne andava negletta. Se sostituissimo il termine filosofia con educazione, potremmo recitare, con lui:
“Povera, e nuda vai, Filosofia,
Dice la turba al vil guadagno intesa.
Pochi compagni avrai per l’altra via;
tanto ti prego più, gentile spirto,
non lassar la magnanima tua impresa”.
In un mondo dove, in buona misura, la “virtù é smarrita” e si é spento ogni “benigno lume”, una delle rivoluzioni da portare a compimento da parte degli uomini di buona volontà, resta quella di resuscitare, per quanto possibile, un minimo di educazione nel nostro vivere quotidiano. Non dobbiamo abbandonare la “magnanima impresa”.

“Utopia”, mormorerà qualcuno. Forse. Tuttavia se gli esseri umani, nel loro cammino, non avessero con perseveranza cercato di varcare i confini dello scontato, dell’ovvio, dell’acquisito sarebbero rimasti per sempre rozzi primitivi. Tali sono, appunto, i maleducati.

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