✍ I Racconti – Eremo di San Silvestro a Collepino di Spello, dove ritrovare armonia e serenità

Eremo di San Silvestro a Collepino di Spello, dove ritrovare armonia e serenità

Eremo di San Silvestro a Collepino di Spello, dove ritrovare armonia e serenità

di Stella Carnevali
E’ sorella Eliana, delle piccole sorelle di Maria, che apre la porta, con il sorriso, giovane d’età, più giovane negli occhi. Non è l’ordine, non è il lucido dei pavimenti, non è l’arredo minimalista, non è il profumo di buono, non è la luce del sole che va e viene tra le nuvole del Subasio.

Entriamo nella cappella nuova, un’abside moderna per la meditazione e la preghiera. Tutto intorno ci si può sedere su piccole panche. Il colmo dell’abside è tagliato per tutta l’altezza da una stretta vetrata dalla quale entra la montagna, l’acqua, il vento, il sole e la vallata di Foligno.

Icone e simboli della religione cattolica, ebraica, ortodossa, islamica. Ciascuno prega e si raccoglie a suo modo, non c’è nessuna regia, nessun rituale prestabilito.

E’ un luogo per l’accoglienza spirituale aperto da maggio a settembre. Basta chiamare allo 0742 651179.

Per l’ospitalità religiosa, sorella Eliana mostra le otto stanzette allineate, lucide, minimaliste celle con una sensibilità femminile. Ci si può stare quanto si vuole.

Chi non può non paga nulla, gli altri lasciano l’offerta che vogliono.

La giornata ha appuntamenti che le piccole sorelle di Maria seguono comunque: di preghiera, di meditazione, di lavoro. Gli ospiti  non sono obbligati a seguirlo. L’unico invito è quello di non rompere il silenzio: il silenzio della preghiera, della conversazione, del lavoro, del mangiare insieme al refettorio, dell’impatto che si ha con la natura montana che tutt’intorno all’eremo si apre a tinte forti.

“Qui vengono ricchi e poveri, colti e meno colti, famosi e sconosciuti. In comune hanno di star male dentro, il dolore della vita. Ritrovare lo spirito funziona e quasi tutti tornano” .

Erano in quattro le piccole sorelle di Maria quando hanno seguito Madre Teresa Tosi dell’Eucaristia, ex carmelitana, che qui si trasferì nel 1972 per ricostruire con le stesse pietre sui ruderi dell’abbazia, l’Eremo della Trasfigurazione dopo quattro secoli di abbandono. E ce l’hanno fatta.

Dopo la visita ci si incammina senza fretta  senza aver trovato un nome al benessere che comunque ti coglie.

Una storia complicata

Sorge come abbazia fondata nel 523 da San Benedetto. Nel 1025 l’abate San Romualdo dedica l’eremo a San Silvestro. La comunità dei monaci è molto attiva e popolata durante il medioevo tanto che con il ricavato dei raccolti furono costruite molte delle altre chiese della zona: San Lorenzo, santa Maria Maggiore, la Spella,  Collepino.

Ma nel 1150 il papa Beato Eugenio III con la bolla Religiam Vitam impone la regola dei Camaldolesi affinché i monaci dell’abbazia osservassero una vita religiosa più rigorosa.

Ma i monaci avevano tutta l’intenzione di restare indipendenti tanto che più volte furono richiamati all’obbedienza anche dal successivo papa Celestino III.

Eppure l’eremo ebbe abati di pregio come don Ugolino dei Conti di Segni che vi passò 22 anni prima di diventare nel 1227 papa Gregorio IX. Amico di San Francesco gli donò nel 1209 la Porziuncola che consacrò il 16 luglio del 1228.

Ma ancora un altro famoso abate è don Bertrando Raimondo de Got ( fin qui dalla Guascogna) che, diventato papa Clemente V con l’appoggio del re di Francia, Filippo il Bello, trasferì ad Avignone la sede papale.

Il 27 luglio del 1232, per inosservanza delle regole religiose in cui erano coinvolte anche le monache del monastero di Vallegloria collegate da proprietà comuni, sempre il papa Gregorio IX ordina  al vescovo di Spoleto di sopprimere l’abbazia di San Silvestro e di lasciare solo quattro preti per i servizi religiosi; dispone la secolarizzazione di tutti gli altri monaci che vengono così spogliati dei voti religiosi; ed infine di frazionare le proprietà.

Dell’eremo originario si sono salvate solo l’abside e la cripta. Dalla cripta si ergono tre colonne disposte a triangolo rettangolo che una volta sostenevano il sovrastante altare maggiore. Le colonne, provenienti da altri templi pagani sono tutte diverse:una è di marmo grigio-azzurro della Grecia; la seconda di granito orientale e la terza di breccia africana. La rarità sta nel fatto che sono dispari.

Il frazionamento dei beni immobili e dei terreni tra l’abbazia di San Silvestro, le monache di Santa Maria inter angulos di Spoleto che ottennero i beni che l’abbazia possedeva presso Coccolone (Montefalco) e il monastero delle monache di Vallegloria a Spello fu oggetto di un secolare contenzioso.

Le monache di Vallegloria rivendicavano le proprietà ambiguamente divise, contro l’abbazia di San Silvestro. Contenzioso che si risolse solo il 5 maggio del 1315 con l’intervento dei giudici di Perugia: Gualfredo Buonaparte, Paolo Simoni e Grazia Boni insieme ai difensori dei due contendenti. Con la sentenza venne deciso che le monache di Vallegloria, avendo posseduto con pieno diritto e per lungo tempo (una specie di usucapione) le 322 partite di terreno, dovevano essere considerate le uniche e legittime proprietarie.

I beni montani dell’abbazia di San Silvestro, circa 405 ettari, sono stati venduti nel 1941 all’Azienda forestale dello Stato.

Devozioni e leggende

Una delle colonne della cripta è levigatissima dalle mani dei fedeli che nei secoli sono andati a pregare San Silvestro  in quanto ritenuto guaritore del male alle ossa.

Con quattro salti arrivò a Roma

Si narra che le quattro impronte di un cavallo in corsa visibili sopra un masso vicino all’abbazia fossero del cavallo di San Silvestro il quale, essendosi dimenticato di ringraziare l’imperatore Costantino per la pace concessa alla chiesa, cercò di rimediare in gran fretta e andò a Roma con quattro salti.  Le stesse quattro orme sono impresse sul monte Soratte, sulla Flaminia a Marolo di Rigno Flaminio e a prima Porta a Roma.

I rapi di San Silvestro

Racconta  la leggenda  come San Silvestro una mattina, prima di celebrare la messa, avesse seminato con cura i rapi nell’orto. Terminata la messa se ne stava, insieme al sagrestano a consumare il povero pranzo, quando bussarono alla porta quattro poverelli in cerca di qualcosa da mangiare. San Silvestro disse al sagrestano di andare nell’orto a cogliere i rapi e questi ci andò per non disubbidire ma certo che si trattasse di uno scherzo. Invece grande fu la sorpresa perché trovò i rapi già cresciuti e pronti per colti e lessati.

La fonte del latte

Lungo il sentiero che conduce all’eremo c’è la Fonte del latte dove ancora oggi, sebbene la sorgente affiori più a monte, c’è chi va a prendere l’acqua miracolosa che un’antichissima leggenda vuole faccia venire o tornare il latte alle puerpere che non ne abbiano a sufficienza. Fino a qualche anno fa i cancelli delle chiese erano adornati di camicine e cuffie di neonati offerti dalle mamme alle quali era tornato il latte. Nella chiesa di Collepino è stata incorniciata la preghiera delle puerpere approvata dal vescovo di Foligno nel 1875. Una volta questa sorgente dissetava Collepino.

La festa di San Silvestro

San Silvestro è il patrono di Collepino e si festeggia il 31 dicembre. Simbolo della festa è il pane che viene portato a benedire  durante la messa, poi viene spezzato e dato per cibo anche agli animali affinché siano protetti dal Santo. Le campane suonane dal tramonto sino a mezzanotte.

Il mulino a pietra

Sotto l’abbazia, a scendere per pochi chilometri si entra in un sentiero lungo e stretto che si  apre all’ improvviso dentro un paesaggio medioevale. Un grande spiazzo ospita un laghetto con le anatre, una casa colonica e dietro la casa un antico molino a pietra che ancora oggi fa il pane, il pane di Buccilli. Le grandi ruote di pietra che macinano il grano vengono fatte girare con l’apertura di una piccola diga che fa precipitare con furia sugli ingranaggi sottostanti la massa d’acqua del laghetto.

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