Consultori: la storia di una lotta per la salute delle donne

Consultori: la storia di una lotta per la salute delle donne

A Perugia l’Udi celebra i 50 anni di servizi per la comunità

L’istituzione dei primi presidi sanitari dedicati all’universo femminile ha segnato un’epoca di trasformazioni radicali per la società civile italiana. Cinquanta anni di consultori rappresentano non solo un traguardo cronologico, ma il simbolo di una stagione di conquiste politiche e sociali nate dal basso. A Perugia, la genesi di questo servizio anticipò persino la normativa nazionale del 1975. Già nel 1974, sotto la spinta propulsiva dei movimenti femministi e di figure storiche come l’assistente sociale Dorotea Verducci, prendeva vita una struttura pionieristica capace di offrire supporto medico e psicologico.

Le origini del movimento e la legge nazionale

La nascita di questi centri fu il risultato diretto dell’impegno profuso dalle attiviste dell’Unione donne italiane e dalle amministratrici locali che, tra Comune e Provincia, compresero l’urgenza di fornire risposte concrete ai bisogni di salute sessuale, contraccezione e procreazione cosciente. Questa rete garantiva un approccio multidisciplinare unico, dove l’aspetto clinico si fondeva con quello relazionale. Non si trattava di semplici ambulatori, ma di spazi di libertà in cui le questioni di genere venivano affrontate con una visione d’insieme, rompendo tabù millenari e restituendo alle donne la sovranità sul proprio corpo.

Il progressivo smantellamento dei presidi territoriali

Il bilancio attuale, tuttavia, evidenzia una parabola preoccupante che ha visto una drastica riduzione delle risorse e dei punti di assistenza. Se in passato il territorio di Perugia poteva contare su undici strutture operative, oggi la presenza si è ridotta a uno o due presidi superstiti. Questo depotenziamento è il frutto di anni di tagli lineari e disinvestimenti che hanno colpito duramente la medicina territoriale. La chiusura di molti centri ha lasciato un vuoto non solo sanitario ma anche educativo, allontanando il servizio dalle periferie e dalle fasce di popolazione più fragili che un tempo trovavano nel consultorio un punto di riferimento immediato e gratuito.

Un documento programmatico per il rilancio sanitario

Per invertire questa tendenza, l’Udi e l’assessorato alle politiche sociali hanno promosso una mostra documentaria che non intende essere soltanto una celebrazione nostalgica. L’iniziativa serve a supportare un piano d’azione concreto già presentato alla Regione Umbria per l’integrazione nel nuovo piano sanitario. Il documento, redatto con il contributo di numerose associazioni, esige il ripristino di una rete capillare e di equipe composte da diverse professionalità. L’obiettivo primario è tornare a investire sulla missione originaria: prevenzione diffusa e presenza costante nei quartieri, ricalcando quel modello di prossimità che rese l’Umbria un esempio virtuoso a livello nazionale negli anni Novanta.

Educazione all’affettività e prevenzione nelle scuole

Un punto cardine della proposta riguarda il ritorno massiccio degli esperti nelle aule scolastiche. I materiali d’archivio degli anni Novanta dimostrano quanto fosse centrale il dialogo con i giovani sui temi dell’affettività e della sessualità consapevole. Oggi si chiede con forza che tale funzione pedagogica venga ripristinata in tutti gli istituti del territorio. Ricostruire il legame tra istituzioni sanitarie e mondo della scuola è considerato l’unico strumento efficace per contrastare le disuguaglianze e promuovere una cultura del rispetto e della salute che parta dalle nuove generazioni, garantendo un futuro in cui il diritto alla cura non sia un privilegio ma una realtà accessibile a tutti.

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