Il cantautore genovese lascia un’eredità musicale unica
È morto oggi, martedì 24 marzo, all’età di 91 anni Gino Paoli. “Questa notte Gino ci ha lasciato in serenità e circondato dall’affetto dei suoi cari”, ha annunciato la famiglia in una nota in cui chiede la massima riservatezza. Con lui scompare uno dei pilastri assoluti della canzone d’autore italiana, voce ruvida e anima inquieta che ha attraversato sei decenni di storia musicale lasciando un’impronta indelebile nel repertorio popolare del Paese.
La notizia arriva a poco più di quattro mesi dalla morte di Ornella Vanoni, scomparsa a Milano il 22 novembre 2025. I due erano legati da un sodalizio artistico e sentimentale che ha resistito al tempo, ai tradimenti, alle distanze. Un legame mai davvero reciso, suggellato per sempre da Senza fine, la canzone che Paoli scrisse per lei e che è diventata simbolo di un amore impossibile quanto immortale.
Origini e formazione: da Monfalcone a Genova
Nato a Monfalcone, in Friuli, il 23 settembre 1934, da padre di origini toscane e madre giuliano-dalmata, Gino Paoli si trasferì con i genitori a Genova quando aveva pochi mesi. A quella città rimase legato per tutta la vita, identificandosi con una comunità artistica straordinariamente fertile. Fu tra i fondatori della cosiddetta prima scuola genovese, quel gruppo di cantautori che negli anni Cinquanta e Sessanta ridefinì il significato stesso della canzone italiana: accanto a lui, Luigi Tenco, Umberto Bindi e Bruno Lauzi, precursori di quella stagione che si sarebbe poi rinnovata con Fabrizio De André.
La musica non arrivò subito come professione ma come urgenza espressiva. Paoli aveva una voce difficile da catalogare, una scrittura che guardava alla poesia senza imitarla, un istinto melodico capace di trasformare emozioni scomode in canzoni accessibili a tutti.
L’esordio e la svolta con Mina
Con la neonata casa discografica Ricordi, Paoli incise nel 1959 i primi dischi. Il successo iniziale fu limitato, nonostante nel catalogo figurassero già gemme come Sassi e La gatta, che solo più tardi avrebbero conosciuto la notorietà meritata. La vera svolta giunse nel 1960, quando Mina — su proposta di Mogol — incise Il cielo in una stanza, brano composto da Paoli che scalò rapidamente le classifiche trasformandosi in un classico assoluto della musica italiana. Un meccanismo analogo a quello che avrebbe investito pochi anni dopo Fabrizio De André con La canzone di Marinella: la voce di un’altra interprete a consegnare alla storia una composizione altrimenti destinata a restare nell’ombra.
Ornella Vanoni e i brani immortali
Nel 1961 Gino Paoli incontrò Ornella Vanoni, dando vita a una storia che sarebbe diventata leggenda. Per lei scrisse Senza fine, canzone che porta in sé tutta la complessità del loro rapporto: passione autentica, impossibilità concreta, tormento creativo sublimato in melodia. La relazione era destinata a complicarsi: lui era sposato, lei avrebbe presto stretto legami propri. “Quando è scoppiato l’amore con Gino Paoli, lui era sposato e io mi sono sposata poco dopo. Una sofferenza tremenda, altro che scandalo”, avrebbe detto Vanoni in varie interviste nel corso degli anni.
Nello stesso periodo, Paoli intrecciò una relazione con l’attrice Stefania Sandrelli — considerata scandalosa dall’opinione pubblica del tempo, lui sposato e in attesa di un figlio, lei minorenne — dalla quale nacque Amanda Sandrelli, che avrebbe seguito la madre nel mestiere della recitazione.
Per la RCA, Paoli incise nel frattempo brani destinati a restare nel canone: Sapore di sale, con gli arrangiamenti magistrali di Ennio Morricone, e Che cosa c’è, che consolidarono la sua reputazione di compositore capace di unire profondità lirica e appeal popolare.
La crisi e il colpo di pistola al cuore
Dietro il successo si celava un’esistenza segnata da fragilità profonde. Paoli attraversò un lungo periodo di crisi personale e artistica, aggravato da problemi di alcolismo e, in seguito, dallo spettro della droga. La caduta raggiunse il suo punto più drammatico con un tentativo di suicidio: un colpo di pistola al cuore, il cui proiettile si fermò al torace senza ucciderlo. Quella pallottola rimase nel suo corpo per tutta la vita, come una cicatrice interiore fatta carne, simbolo di una fragilità che non aveva pudore di mostrare. Dalla fine degli anni Sessanta, con il brano Come si fa, si intravidero i primi segnali di una parziale ripresa artistica, ma la vera rinascita era ancora lontana.
Il ritorno e gli ultimi grandi successi
La resurrezione musicale di Gino Paoli è datata 1984. Dopo circa quindici anni di semi-oblio, tornò alla ribalta con Una lunga storia d’amore, colonna sonora del film Una donna allo specchio con protagonista Stefania Sandrelli, pubblicata poi in un album insieme al brano Averti addosso. Era una nuova vita anche sul piano umano: ritrovò Ornella Vanoni nel celebre tour Insieme e compose per lei Ti lascio una canzone, sigillando una complicità che il tempo non aveva eroso.
Nel 1991 vinse il Festivalbar con Quattro amici al bar, ultimo grande successo discografico personale, capace di rimettere il suo nome in cima alle classifiche con una semplicità disarmante. Continuò a scrivere per altri artisti: tra i più significativi, Zucchero, per il quale compose Come il sole all’improvviso e Con le mani.
Il politico e il presidente della Siae
La carriera di Paoli non si esaurì nella musica. Per cinque anni, dal 1987 al 1992, sedette in Parlamento tra le file del Partito Comunista, nel gruppo degli Indipendenti di Sinistra, portando nella politica la stessa irrequietezza che aveva caratterizzato la sua arte. Ricoprì anche la carica di presidente della SIAE, dalla quale si dimise in seguito a uno scandalo fiscale. Ma la sua identità profonda rimase sempre quella dell’outsider: “Sono un anarchico, sempre: il gene dell’anarchia l’ho ereditato da mio nonno, analfabeta, che conosceva a memoria la Divina Commedia“, disse di sé. Un artigiano della canzone con l’anima di chi non si piega.
L’ultimo omaggio a Ornella Vanoni
Quando Ornella Vanoni morì, il 22 novembre 2025, Gino Paoli scelse di omaggiarla con un gesto sobrio e commovente: una fotografia in bianco e nero, i due giovanissimi al pianoforte, lui che suona, lei appoggiata allo strumento con una collana di perle, corredata soltanto dall’icona del cuore nero. Nessuna parola. Nessuna spiegazione. Tutto detto in un’immagine.
Orietta Berti, dopo la scomparsa della Vanoni, aveva rivelato che nelle settimane precedenti alla sua morte Ornella le aveva parlato di un nuovo brano che stava per registrare proprio con Paoli. Una canzone mai nata, destinata a restare il simbolo di ciò che avrebbe potuto essere e non è stato. Insieme avevano già pubblicato nel 2004 il volume Noi due, una lunga storia (Mondadori), che ripercorreva memorie e retroscena di un legame capace di attraversare decenni senza consumarsi davvero.
Una voce che non si spegne
Gino Paoli è morto circa quattro mesi dopo Ornella Vanoni, come se il filo invisibile che li univa avesse deciso di non spezzarsi del tutto nemmeno nella morte. Lascia un catalogo di brani che appartengono al patrimonio collettivo italiano: Il cielo in una stanza, La gatta, Sapore di sale, Che cosa c’è, Senza fine, Una lunga storia d’amore, Quattro amici al bar. Canzoni scritte da un uomo che ha vissuto sull’orlo di ogni precipizio e che, ogni volta, ha scelto di trasformare il dolore in musica. Un artigiano dell’anima. Un poeta scomodo. Una voce che non si spegne.

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