Virginia Boccardi, covid-19 e morte, gli anziani “cadono come petali di rosa”

Una lettera che trasuda dolore, stanno morendo le radici italiane

 
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Virginia Boccardi, covid-19 e morte, gli anziani “cadono come petali di rosa”

Virginia Boccardi, covid-19 e morte, gli anziani “cadono come petali di rosa”

«Oltre cinquanta giorni che medici, personale infermieristico ed OSS lavorano a denti stretti, spesso diminuiti nel numero a fronte di un aumento di posti letto e con molti gli ospedali divisi in area per malattia, COVID o non-COVID». Sono le parole della professoressa Virgina Boccardi, geriatra dell’ospedale Santa Maria della Misericordia di Perugia (Geriatra per scelta e passione). Una sua riflessione a quasi due mesi dalla decisione di chiudere l’Italia e, dunque, anche l’Umbbria.

«Ancora una volta – scrive -, come operatori sanitari, ci siamo sentiti piccole pedine mosse in base alle necessità. Come succede d’altronde nelle emergenze. Cinquanta giorni che vediamo morire anziani o grandi anziani come petali che cadono dalle rose mature alla prima folata di vento.

Stigmatizza, e non potrebbe essere diversamente dato il suo ruolo e la sua professione, quello che è stato – al di là della drammaticità della pandemia in sé – il fenomeno più abbietto cui ci è stato dato di assistere, il pregiudizio e svalorizzazione ai danni di un individuo, in ragione della sua età.

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dottoressa Virginia Boccardi

«Dal primo momento – scrive col cuore – abbiamo vissuto attraverso giornali e televisioni un ageismo spregevole, quando la conta dei morti veniva fatta puntualizzando la presenza di pluripatologia o di “patologie croniche preesistenti”. Poi, nei giorni successivi, si è assistito allo sterile teatrino per stabilire se i nostri “vecchi” morivano “con” COVID o “per” COVID».

Virginia Boccardi dice che: “Per anni noi geriatri abbiamo lottato per confermare sul campo le nostre competenze. Abbiamo parlato, di fragilità, parola che ormai tutti usano spesso in modo generico ed inappropriato, in alcuni casi solo riempiendosene la bocca. E proprio adesso il nostro anziano fragile se ne va, lasciandoci nel cuore ferite atroci, molto spesso non gestito da noi geriatri, che abbiamo scelto questo lavoro per lui, perché crediamo ostinatamente che bisogna offrire cura, competenza e speranza quando, per ignoranza, ci viene detto di mollare”.

Stanno morendo le radici italiane. «Le radici più forti – scrive – molto spesso isolate in camere a pressione negativa, ventilate, sedate e senza assistenza. Dal confronto indiretto con colleghi specialisti in malattie infettive, anestesisti, pneumologi o internisti di tutta Italia ho appreso con triste consapevolezza di come gli anziani siano sottoposti, direi quasi subiscono, ad un approccio clinico tradizionale, centrato sulla malattia e non sulla persona. COVID e non COVID, per l’appunto. E gli anziani cadono, come petali di rosa».

In una Italia dove la cultura geriatrica ha e continua ad esprimere grandi menti, vien fatto di chiedersi dove sia finita la “cultura geriatrica”.

«Non c’è il tempo per permettere loro la ripresa – scrive nel suo grido di dolore -. Quel tempo, il tempo di recupero che corrisponde alla lunghezza di degenza, che noi conosciamo molto bene, ma che in tanti anni ci hanno imposto di ridurre! E’ una ferita troppo dolorosa da sopportare. Eppure nei tempi e nei modi giusti, con approccio centrato sulla persona, gli anziani recuperano. Lo abbiamo dimostrato negli anni, lo dimostrano centinaia di lavori scientifici».

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Per non parlare degli anziani nelle residenze, circondati da personale ridotto all’osso, impaurito, senza mezzi, senza il supporto dei familiari,e che solo l’esecuzione di un tampone in più riesce a tranquillizzare.  Una strage di innocenti.

«E quelli a casa? – scrive ancora – Molti dei nostri anziani cronici e disabili erano accuditi da assistenze private, le badanti, che adesso, in tante, sono scappate lasciando familiari nello sconforto più totale, sia fisico che psicologico. I centri ambulatoriali sono chiusi e telefonate disperate riempiono le nostre giornate. I familiari sono stressati, chiusi nelle case con anziani molto spesso affetti da demenza, con comparsa o peggioramento dei disturbi del comportamento (forse secondari allo stesso stress di coloro che se ne prendono cura»).

I centri diurni sono chiusi. Le passeggiate proibite. La socializzazione bandita. «Certo – scrive in ultimo in questa lettera che trasuda dolore -, il distanziamento sociale è fondamentale, funziona in questa emergenza, ma sta contribuendo a far morire le nostre radici. Infine si aggiunge la paura di recarsi in Ospedale e non è infrequente l’arrivo di pazienti in fase già avanzata e complicata di altre patologie (per esempio infarto, stroke o altre infezioni). E gli anziani cadono, come petali di rosa.

Ed ecco che chiuse negli ospedali, residenze e case private si stanno consumando sofferenze atroci, nascoste, inimmaginabili, ma tanto dolorose. Sofferenze chiuse nei nostri cuori, ma inevitabilmente, visibili attraverso i nostri occhi».

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