Poveri cristi di un ospedaletto di provincia, medici in trincea e coronavirus

“Udii la voce del Signore che diceva: «Chi manderò? E chi andrà per noi?» Allora io risposi: «Eccomi, manda me!» “

 
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Poveri cristi di un ospedaletto di provincia, medici in trincea e coronavirus
Alberto Patriti - chirurgo

Poveri cristi di un ospedaletto di provincia, medici in trincea e coronavirus

di Guido Alemagni Pimpinelli “L’Pimpa”
Ore 23 di un giorno come un altro, di quelli che però ti pesano le gambe, tutto tirato com’è quando stai al trapezio in barca a vela. Routine di sala operatoria di giorno e poi lo squillo della collega..scusami lo so è ora di cena ma qui c’è una urgenza. Altri 50 km fuori codice stradale mentre conti le luci del tir davanti e le lenticchie che troverai incollate dopo nel piatto. Corridoi vuoti luce gialla ronzio di frigorifero ed odore di linoleum, di puzza di piedi e sudore nello spogliatoio. Poi esci da quell’ascensore e ti tasti le tasche, mi sono dimenticato di avvertire mia moglie che …cenerò fuori.

Dottore la paziente…. un corpicino magro ed esile, occhi da cerbiatta, unghie e sopracciglia di grido stesa la come una tovaglia da spiaggia spiegazzata su quella barella cigolante. Tranquilla, faremo coi buchini.. due giorni ed a casa. Così esorcizzi la cosa e riduci ad uno scherzo 30 anni di lavori. Rassicuri tutti e anche te stesso. Intano il carosello si muove la giostra gira e tutto intorno rumore di zoccoli e mani esperte che come in una pendola girano ruote sollevano pesi che insieme muovono una lancetta che indica l’ora della verità. Infermieri OSS anestesista chirurghi odore di sevorane e clorexidina, poi il teatrino al tv e la magia si ripete, entri laddove nessuno è mai stato e osservi estasiato quella volta celeste che è il corpo umano che umano non è. Fai il tuo lavoro, quello per cui sei addestrato. E finisci. Rituali e automatismi con passaggi sicuri come il freeclimber sulla parete.

Poi la burocrazia, scrivi la tua musica quando in fondo a te piace solo suonare. E torni sulla terra e parli coi padri le madri fratelli, schivi e dribbli le luci del palco perché l’attore non è il tuo mestiere.

Torni al tugurio e stavolta puzzi più tu di lui. Di nuovo quelle luci quel corridoio quella puzza di gomma che segna la fine della tua lunga giornata. E poi esci e trovi loro gli infermieri,che montano tende fuori dell’ospedale, lavano ambulanze con varechina, fanno il loro lavoro a testa bassa, senza fiatare col loro sorriso…buonanotte dottò!

Ecco questi siamo noi. Poveri cristi di un ospedaletto di provincia che molti sbeffeggiato e insultano. Eppure, ci siamo, ogni giorno ogni notte ogni volta. E ci saremo anche ora, che questa brutta storia sta terrorizzando l’Italia. Saremo al nostro posto anche se non siamo brillanti e lucenti come i grandi istituti, ma coraggiosi, umili e professionali. Portate rispetto per chi sta fermo quando tutto intorno c’è vento.

“Udii la voce del Signore che diceva: «Chi manderò? E chi andrà per noi?» Allora io risposi: «Eccomi, manda me!» “
Isaia 6, 8

1 Commento

  1. Ottimo.Uno Scrittore senza saperlo. Sentimenti, odori,malinconia,riconoscenza per i servitori invisibili, orgoglio e rivendicazione dell’importanza di ruoli spesso ineguagliabili. Ciao e vi voglio bene!

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