✍ I Racconti – Storia della follia in Umbria, si è spenta una luce ed un’utopia

I Racconti - Storia della follia in Umbria, si è spenta una luce ed un’utopia

Storia della follia in Umbria, si è spenta una luce ed un’utopia

di Stella Carnevali 
Follia umbra come emozioni di uomini e non di carte, a significare un binomio inverosimile, quello della burocrazia dal volto umano.C’è una lunga parentesi nel nostro governo locale dove, proprio al sorgere dell’ente regione, la Provincia di Perugia non aveva “burocrati incolori e diafani con una borsa piena di vuote competenze”.Cosi come spesso sono stati definiti. All’esatto contrario.

La Provincia di Perugia negli anni che vanno dal 1965 al 1980 fa una rivoluzione in fatto di cultura di governo. Certo la burocrazia era nata da un pezzo: in questo periodo scompare, sì scompare.

Tutto comincia quando nella politica irrompe il tema della pazzia e il problema dei manicomi: da Perugia ad Arezzo a Trento.

La follia non lasciò nessuno nell’indifferenza, tutti si sentirono a rischio.

Crollano anni di positivismo scientifico che avevano riposto le proprie sicurezze sociali nelle istituzioni totali (manicomi, collegi,orfanotrofi e ghetti vari) unici luoghi rassicuranti per chi intenda organizzare un controllo sociale perfetto.

Invece passa il messaggio che nessuno è normale e che chiunque fosse rinchiuso in un manicomio, sottoposto ad elettroshock, a camicia di forza, sedato a bombe di psicofarmaci, sembrerebbe pazzo.

E via sulla lunghissima onda del ’68 si apre una falla nella scienza che si limita alla cura del sintomo: l’ambiente e la società sono la cura, anzi la prevenzione hic et nunc.

Il consiglio provinciale di Perugia nel 1965, rifiuta dallo Stato il finanziamento di 700milioni di lire per la costruzione di un nuovo manicomio. E alla fine votano insieme anche i democristiani (qualche volta il consociativismo ha scritto belle pagine di storia).

E così l’alto muro di cinta del Parco di Santa Margherita viene abbattuto a picconate, (in prima fila i Presidenti che si sono avvicendati: Ilvano Rasimelli,Alfredo Ciarabelli,Vinci Grossi).

Non c’era la riforma psichiatrica, né quella sanitaria, arriveranno 15 anni dopo. Ma loro, i politici, gli psichiatri, gli infermieri, gli impiegati, tutti in prima linea a rischiare denunce penali sul fronte della follia.

 E se ci scappa il morto? Questa domanda non se la posero. O la nascosero dietro il coraggio.

Assemblee popolari in tutto il territorio provinciale per chiudere i vari padiglioni del manicomio: lo Zurli, ad esempio, tutto di donne grasse in un camerone, seminude spettinate che manifestavano il loro dolore con oscenità varie ai liberi visitatori. Lamenti monocordi, pungenti odori di urina, occhi sbarrati da psicofarmaci.

Il programma era di riportare le persone rinchiuse, se possibile, nel loro luogo di origine in presenza di parenti consenzienti.

La popolazione che, comunque protestava impaurita, veniva travolta da assemblee di piazza insieme ai matti, agli infermieri, agli psichiatri ed ai politici.

Il lavoro era diventato politica e la politica lavoro. Chiedetelo a Pino Pannacci, allora assessore alla psichiatria.

Ad Adamo Sollevanti, allora infermiere psichiatrico, di quella volta che il matto liberato s’era arroccato in un casolare col fucile da caccia carico. Non furono necessari gli interventi dei carabinieri che pure c’erano, né della forza. Lo convinsero e basta.

E di quell’altra volta che sempre un altro ricoverato gli era scappato via per le campagne. E lui dietro. Per le colline dell’alta valle del Tevere. E lui dietro.  E intanto s’era procurato una roncola che brandiva senza voltarsi alle grida di Adamo di fermarsi.

Vediamo se hai le palle, vediamo se hai paura di me” questo la sfida silenziosa.

Adamo non mollò. Si fece notte, ma non mollò. Continuò a seguirlo alla luce della luna fino a quando il matto non si stancò e lo aspettò. Non era stanco, aveva deciso che adesso sì poteva fidare di quell’infermiere normale.

Questi episodi accadevano ogni giorno.

Sì i matti andavano nei migliori ristoranti del centro perugino, ci provassero a contestarglielo a Carlo Manuali il leader carismatico della liberazione.

E volavano gli schiaffi anche : quella volta la Rossella ne rifilò due a quella vicina di tavolo troppo truccata e troppo curiosa (la fissava per i suoi modi da matta).

Sì i matti venivano inseriti al lavoro insieme agli impiegati che entravano a far parte della cura, loro per primi.

Venne girato un film “ Fortezze vuote” dal regista Gianni Serra.

Ci vollero anni di battaglie politiche e culturali e c’era anche chi il matto se lo portava a casa quella sera che non se la sentiva di tornare, pur libero, a dormire in manicomio.

Vengono così create le prime case-famiglia per chi non ha parenti o ritenuti tali.

Se alle 13 e 30 del sabato (non c’era la settimana corta, anzi non c’era la settimana e ci si vergognava a chiedere gli straordinari) arrivava dalla frontiera del Brennero la segnalazione che un’assistita era stata fermata in stato di agitazione, partivano subito, come fosse un dipartimento d’emergenza, un’autista, Sandro Contadini,oggi in pensione  ed un infermiere, i loro impegni festivi non contavano.

Ma chiedetelo soprattutto agli interessati: all’ artista di Spello se preferisse o no il manicomio al suo paese ed alla sua casa dove da allora vive; alla Fausta, anzi lei lo disse da sola quando la sala del consiglio provinciale era il luogo privilegiato dell’ascolto, del dolore e del disagio:  non aveva genitori e, per non lasciarla per strada, l’avevano messa in manicomio, poi s’era data al bere, poi erano cominciate le voci. E quando il delirio uditivo fu spento dal Serenase (farmaco ad hoc) pianse tutta la sua solitudine.

E chiedetelo anche a quello che s’era arrampicato sui pali della ferrovia bloccando le sole rotaie  umbre per un’intera mattina.

Lo convinsero che quella gente là sotto voleva sul serio stare con lui, che il manicomio era finito.

Ma non solo matti.

Quello è il periodo della medicina preventiva: per le  donne  e per i lavoratori. (assessore Luciano Cappuccelli).Tutti i servizi sanitari della Provincia insieme ad alcune facoltà universitarie ed al Policlinico sono a disposizione.

Non ci sono carte da riempire, non ci sono formalità, anzi si fanno delle vere e proprie campagne  di convincimento dentro le fabbriche affinché tutti i lavoratori vadano, gratis, a farsi gli accertamenti.

Serve solo la presenza, gentilezza, calore, accoglienza e tante vite umane salvate.

Tutti i ragazzi colpiti da poliomielite vengono assunti, il centro dove erano ricoverati si chiude. Si chiude il brefotrofio e al suo posto si apre un asilo nido all’avanguardia, Il Tiglio.

Arriva la Riforma Sanitaria all’inizio degli anni 80 e, Province e Comuni, cedono i loro servizi alle 12 nascenti Usl e ai distretti socio-sanitari per creare, dicevano la ricomposizione degli interventi  sulla persona e non sull’organo.

Al Presidente Vinci Grossi, altro pioniere in prima fila, era toccato il doloroso passaggio.

Nelle nuove strutture confluisce tutto il personale delle disciolte mutue ( INAM,INADEL) e tutto il personale del parastato che a vario titolo si occupava di sanità e che non solo era abituato a lavorare applicando a puntino le circolari ministeriali, ma che ob torto collo passava dallo stato agli enti locali.

Così si spegne una luce ed un’utopia. Tornano le carte e le certezze dietro una scrivania, tra una prenotazione e l’altra, tra una lista d’attesa e l’altra.

E i ruoli segnati dalla noia e dall’invalicabile confine della burocrazia. Ma al peggio non c’è limite   perché al ritorno della burocrazia si affianca, nuova panacea, il positivismo aziendale. Il paziente è un profilo di cura da ottimizzare nel suo percorso terapeutico che, tradotto, significa cerchiamo di ricoverare e curare al minor costo possibile così sembreremo dei bravi manager.



Ma un difetto ci deve essere in questo nuovo management visto che la spesa sanitaria non si comprime, mentre scompare la terapia dal volto umano che, una volta dicevano funzionasse meglio di certi farmaci o quantomeno il paziente protagonista della sua salute, dimezzava i tempi di cura.

A dirla fino in fondo non fanno tanta compassione quei mila pubblici dipendenti che vivono alienati tra le carte, che sono quasi sempre incazzati, si fanno le scarpe, e sgomitano per il livello superiore, quasi tutti.

Penso piuttosto a tutte quelle famiglie, vecchie e nuove, sulle quali è stata scaricata la politica della follia, del disabile, del diverso ed anche  la cura, la custodia e la disperazione.

Ecco questo è un pensiero che non si riesce ad archiviare.

Ho l’impressione che se la politica punti troppo sulle leggi per essere accanto al cittadino, può darsi invece che segni da lui, il punto di massima distanza.

 

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