Hiv in Umbria, 40 i nuovi casi di Aids in Umbria nel 2019, uomini più colpiti

 
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Hiv in Umbria, 40 i nuovi casi di Aids in Umbria nel 2019, uomini più colpiti

Hiv in Umbria, 40 i nuovi casi di Aids in Umbria nel 2019, uomini più colpiti

Sono 800 i pazienti con diagnosi di HIV, seguiti costantemente dai professionisti della struttura di Malattie Infettive dell’Ospedale di Perugia. Nel 2019 i nuovi casi in Umbria sono stati 40, 24 dei quali diagnosticati a Perugia.  Il sesso maschile è il più colpito (75 % maschi), l’età media alla diagnosi è di 42 anni nei maschi e 38 nelle femmine. 

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Nel 44% dei casi si tratta di soggetti che arrivano alla diagnosi con ritardo, perché non riconoscono la loro condizione di rischio e non si sottopongono al test fino alla comparsa dei primi sintomi riferibili all’infezione. Nell’85% dei casi la trasmissione è legata a rapporti sessuali sia omo sia etero non protetti con soggetti infetti. Nel 2020 i nuovi casi a Perugia  sono stati  22 (75% maschi e 1/3 di questi stranieri), il dato è forse sottostimato a causa dello screening meno intenso dovuto alla pandemia COVID.

di Daniela Francisci

Direttore S.C.di MALATTIE INFETTIVE Azienda Ospedaliera di Perugia

Direttore della Scuola di Specializzazione in MALATTIE INFETTIVE E TROPICALI

CHE COS’E’ L’HIV

HIV è la sigla inglese che sta per virus dell’immunodeficienza umana, virus responsabile dell’AIDS, ovvero la Sindrome da ImmunoDeficienza Acquisita. Le prime segnalazioni di questa malattia avvennero nel 1981, quando i CDC (Centers for Disease Control) di Atlanta negli USA segnalarono un’insolita incidenza  di casi di polmonite da Pneumocystis carinii in giovani omosessuali precedentemente sani, ma solo nel 1983 fu isolato per la prima volta l’agente eziologico responsabile del contagio a cui fu dato il nome di HIV, appunto. Si tratta di un virus appartenente alla famiglia dei Retrovirus, che hanno la peculiarità di trasmettersi attraverso il sangue ed altri fluidi biologici, entrare nelle cellule e integrarsi nel DNA dell’ospite dopo un processo di retro-trascrizione dall’RNA al DNA. In altre parole, una volta che ha colpito il bersaglio, l’HIV diviene parte integrante del genoma cellulare, viene “copiato” e trasmesso ogni volta che la cellula si replica.

La sua particolarità è che mutando rapidamente ed avendo come bersaglio i linfociti T Helper (CD4*), cellule che rivestono un ruolo centrale nelle difese dell’ospite porta, colui che viene contagiato ad uno stato di profonda immunodepressione, ovvero a non avere più difese immunitarie. Non avendo più difese, il malato di AIDS può morire per una una di quelle che chiamiamo infezioni opportunistiche, infezioni che in un ospite immunocompetente non causano particolari problemi ma possono essere mortali nel paziente gravemente immunodepresso.

MODALITA’ DI TRASMISSIONE

La modalità di trasmissione dell’HIV avviene attraverso rapporti sessuali sia omo che eterosessuali non protetti da preservativo. Il contagio può avvenire per contatto diretto con liquidi corporei come secrezioni vaginali, sperma e sangue attraverso mucose anche integre. Ovviamente la presenza di lesioni o ferite aumenta il rischio di infettarsi.

La trasmissione può avvenire anche per contatto di sangue infetto per esempio con scambio di siringhe, trasfusioni di sangue, trapianto di organi infetti, utilizzo di strumenti contaminati, schizzi di sangue o di altri liquidi organici su mucose (per esempio negli occhi).

Esiste infine la possibilità di trasmissione da madre a figlio, durante la gravidanza o al momento del parto o durante l’allattamento al seno. Grazie ai farmaci oggi a disposizione, che vengono somministrati alla donna già durante la gravidanza e anche al neonato per profilassi alla nascita, e facendo partorire la donna con un taglio cesareo anzichè con parto naturale, il rischio di trasmissione per il nascituro si è attualmente molto ridotto. Ovviamente poichè l’HIV si può trasmettere anche attraverso il latte materno, l’allattamento al seno è controindicato.

La saliva invece non è considerata veicolo di infezione, per cui non ci si contagia bevendo dallo stesso bicchiere di un portatore di HIV, toccandolo o baciandolo.

L’HIV non si trasmette con gli alimenti né con l’aria: non è in grado infatti di sopravvivere a lungo al di fuori del corpo umano.

TEST HIV POSITIVO e LA MALATTIA

L’unico modo per fare diagnosi di certezza è sottoporsi ad un esame del sangue per eseguire la ricerca degli anticorpi diretti contro il virus, senza alcuna preoccupazione che gli altri lo sappiano, poichè il risultato del test rimane anonimo e consegnato solo alla persona che l’ha eseguito. Questo test andrebbe fatto al tempo 0 e dopo tre mesi dal presunto contagio (“periodo finestra”) per essere completamente sicuri di non averlo contratto e nei soggetti con comportamenti a rischio ripetuto periodicamente (almeno due volte l’anno).

Dalla “sieroconversione”, ovvero dal momento della comparsa degli anticorpi anti HIV, alla diagnosi di AIDS conclamata, che prevede criteri ben precisi, possono passare diversi anni. In caso di utilizzo precoce e corretto dei farmaci oggi a disposizione, che continuano ad allungare sempre più questo intervallo di tempo, è possibile bloccare la progressione dall’infezione alla malattia.

Per questo è molto importante iniziare tempestivamente la cura e preoccuparsi, dopo un potenziale contagio, di ricercare il prima possibile la presenza degli anticorpi anti HIV.

E’ importante ribadire che il test è anonimo e gratuito e che la patologia è meglio gestibile se diagnosticata in fase iniziale. Gli ambulatori dedicati sono aperti tutti i giorni, sabato compreso.

La guardia va tenuta assolutamente alta perché l’esperienza riferisce che la malattia è silente per molti anni ed è necessario che gli appelli a sottoporsi al test vengano ripetuti con maggiore frequenza. Chiunque decide di sottoporsi al test può farlo presentandosi direttamente agli ambulatori senza richiesta del proprio medico curante.

L’infezione continua a circolare soprattutto tra i giovani. L’incidenza maggiore di infezione è nella fascia di età tra 25 e 29 anni, vuol dire che questi giovani si sono infettati molto precocemente a causa di una scarsa percezione del rischio.

LA TERAPIA

La ricerca ha fatto registrare dei passi in avanti straordinari in questi anni, tanto è vero che attualmente la terapia viene somministrata generalmete come compressa unica, comprendente due o tre molecole, da assumere quotidianamente, senza interruzione e per tutta la vita. Data l’estrema variabilità del virus il tanto auspicato vaccino è non è ancora disponibile.

Attualmente la terapia viene iniziata subito dopo la scoperta dell’infezione perché così facendo si migliora a prognosi del paziente e, se il soggetto l’assume correttamente, arriverà ad azzerare in pochi mesi  la carica virale nel sangue. Il soggetto con carica virale stabilmente negativa da almeno 6 mesi, non trasmette ad altri l’infezione. Il nuovo paradigma è  U=U che significa  Undetectable = Untrasmittable.

LA CASISTICA NAZIONALE

Secondo gli ultimi dati dell’ISS – Istituto Superiore di Sanità, nel 2019 sono state effettuate 2.531 nuove diagnosi di infezione da HIV, pari a 4.2 nuovi casi per 100.000 residenti. Numeri che collocano l’Italia lievemente al di sotto della media dei Paesi dell’Unione Europea (4,7 casi per 100.000 residenti). La fascia di età più interessata è quella tra i 25 e i 29 anni. Si registra un lieve calo delle infezioni nell’ultimo biennio: nel 2018 le nuove diagnosi da HIV erano 2847 e nel 2017 circa 4000. La riduzione di nuove diagnosi di HIV interessa tutte le modalità di trasmissione.

LA PREVENZIONE

La prevenzione si attua attraverso un’azione di informazione, formazione e educazione alla sessualità rivolta in particolare ai giovani proponendo l’uso corretto del preservativo.

  • Oggi i ragazzi, in particolare le ragazze, si vergognano a usare o a proporre il preservativo e invece va utilizzato consapevolmente per il rispetto di sè stessi e degli altri.

Sarebbe importante che queste campagne di informazione venissero condotte tutto l’anno, raggiungessero tutti i soggetti a prescindere dalla fascia di età e si concentrassero soprattutto nei soggetti più giovani e non ci si ricordasse di parlare di HIV/AIDS solo l’1 Dicembre, Giornata Mondiale dedicata alla lotta all’AIDS

 

 

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