Covid: Rasi, ‘ok terza dose a 6 mesi, ma anche prima se necessario’

Terza dose di vaccino anti-Covid al 18.38 per cento degli umbri

Covid: Rasi, ‘ok terza dose a 6 mesi, ma anche prima se necessario’

“La terza dose a sei mesi dalla seconda. Si è visto che così si ottiene il massimo aumento degli anticorpi. Ma quando l’epidemia cresce e c’è bisogno di protezione immediata – spiega a Repubblica Guido Rasi – anche tre mesi possono andare bene.


Fonte Adnkronos


Una pandemia ci costringe a ragionare senza schemi – dice l’immunologo dell’università di Tor Vergata, ex direttore dell’Agenzia europea per i medicinali, Ema, e consulente del Commissario straordinario Francesco Figliuolo – La terza dose, nei momenti di emergenza, ha un grande vantaggio: fa riaumentare gli anticorpi in modo rapido, anche due-tre giorni, e li riporta a livelli perfino superiori a quelli della seconda dose.

Quando abbiamo bisogno di proteggerci nell’immediato, è una scelta sensata. Uno studio ha mostrato che la distanza giusta per ottimizzare la risposta degli anticorpi è sei mesi dopo la seconda dose. La protezione tra tre e sei mesi infatti cala lentamente, resta pur sempre accettabile. È dopo sei mesi che il declino si fa rapido ed è opportuno correre ai ripari”.

“Con o senza Omicron, la decisione inglese serve a correggere gli errori fatti in passato – prosegue Rasi – Non è possibile puntare tutto sui vaccini come è stato fatto in Gran Bretagna. L’immunizzazione è il pilastro principale della strategia contro il Covid, ma ha bisogno di un edificio intorno. Distanze e mascherine restano essenziali, perché una parte dei vaccinati può sempre contagiarsi e contagiare, l’abbiamo sempre saputo. Una buona Fp2, portata bene e cambiata ogni poche ore, offre un’ottima protezione.

La terza dose è efficace anche come misura sociale per ridurre la circolazione del virus in una comunità. Limitarla al di sopra dei 40 anni è stato un altro errore degli inglesi cui si pone rimedio oggi, dopo aver visto che i contagi si stavano concentrando proprio al di sotto di quell’età. Anche i giovani vaccinati, si è visto, potevano essere colpiti dalla forma grave della malattia, anche se con una frequenza 12 volte minore rispetto ai non vaccinati. Ben venga, in questo senso, anche la scelta italiana di estendere la terza dose a tutti i maggiorenni”.

“Sui libri – spiega Rasi – studiamo che la prima dose offre una prima opportunità di incontro fra sistema immunitario e agente esterno. La seconda aumenta il numero di anticorpi e la terza rafforza anche la memoria immunitaria. Non abbiamo ancora prove che questo sia vero per il coronavirus, ma è ciò che ci aspettiamo. Dobbiamo misurare la capacità della Omicron di evadere dai vaccini e di provocare sintomi gravi. Senza questi dati chiacchieriamo in libertà. Dall’inizio della pandemia abbiamo assistito a 12mila mutazioni solo sulla proteina spike. Questa variante ne ha più di altre ed è giusto seguirla con attenzione.

Ma prima di parlare bisognerebbe capire quali sono gli effetti». Trova giusta la scelta inglese di offrire anche una seconda dose agli adolescenti fra 12 e 15 anni? «Un’altra scelta discutibile del passato cui oggi si pone rimedio. Non credo che arriveremo a somministrazioni ancora più frequenti. Comunque non c’è alcun rischio per la salute. La risposta immunitaria generata da un vaccino resta minima rispetto ai miliardi di anticorpi che produciamo ogni giorno al contatto con virus, batteri, lieviti, funghi e quant’ altro ci capita di incontrare nella vita quotidiana”.

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