TERNI, MONS. ERNESTO VECCHI: OMELIA NOVENA DI SAN FRANCESCO AD ASSISI

Vescovo Ernesto Vecchi
Vescovo Ernesto Vecchi

(umbriajournal.com) TERNI – In occasione della festa di San Francesco, le otto diocesi dell’Umbria e i loro Vescovi hanno animato una giornata delle celebrazioni della novena di San Francesco. Giovedì 26 settembre è stata una numerosa rappresentanza della diocesi di Terni Narni Amelia a prendere parte alla solenne concelebrazione nella basilica di San Francesco ad Assisi presieduta dal vescovo amministratore apostolico mons. Ernesto Vecchi.

Di seguito l’omelia del vescovo Ernesto Vecchi:

“Siamo qui convocati dall’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, per celebrare l’Eucarestia in preparazione alla solennità di San Francesco d’Assisi, Patrono d’Italia. La Chiesa di Terni-Narni-Amelia, con questa Liturgia Eucaristica, vuole esprimere il suo ringraziamento al Signore, per i doni di grazia che San Francesco e la spiritualità francescana – per grazia di Dio – hanno suscitato in terra ternana, narnese e amerina.

Questa sera sono presenti anche l’Amministrazione comunale di Assisi guidata dal Sindaco e altre associazioni laicali, in occasione del 16° anniversario del sisma del 26 settembre 1997. Assieme ai parenti delle vittime, eleviamo al Signore la nostra preghiera di suffragio, perché questi nostri fratelli possano contemplare in pienezza il volto del Signore, accanto a San Francesco. Quest’anno l’Umbria è chiamata ad offrire l’olio per la lampada, che arde sulla tomba del Santo. Questo gesto pubblico, coinvolge anche le nostre persone, sollecitate a offrire il loro sacrificio spirituale gradito a Dio (Cf Rm 12,1). E’ l’atteggiamento che ci suggerisce San Paolo, nella prima lettura che abbiamo ascoltato.

Ciò che conta nella vita è l’ «essere nuova creatura»  (Gal 6,15). Ciascuno di noi, mediante il Battesimo, confermato con la Cresima, partecipa al mistero pasquale di Cristo. Nella Croce, Gesù ci presenta il suo altare, sul quale anche noi poniamo i nostri sacrifici personali e con la sua Risurrezione ci rende partecipi della gioia piena, riservata a quanti lo seguono, senza «se» e senza «ma». Indubbiamente, per entrare nella prospettiva di una piena realizzazione di sé, è necessario farsi «piccoli» (Mt 11,25) come Francesco: spogliarsi delle zavorre che appesantiscono la nostra esistenza e prendere sulle nostre spalle il «giogo» di Gesù: «Imparate da me, che sono mite e umile di cuore». Questa è la sola via per dare «ristoro alla nostra vita». (Mt 11,29).

Ma gli italiani per seguire Gesù, debbono riascoltare il magistero di San Francesco, uno tra i doni più grandi che il Signore ha fatto all’Italia. Per questo, se vogliamo ridare smalto al nostro paese, dobbiamo raccogliere la vera lezione di questo Santo, come ha fatto Papa Francesco, che ne ha assunto il nome per indicare la via della Chiesa nel XXI secolo.

Ma, su questo orizzonte, dobbiamo fare attenzione a non inquinare il messaggio di San Francesco. Tutti abbiamo bisogno di raccoglierne la lezione vera, quella che con chiarezza risuona dalle sue parole, dai suoi scritti, dalle antiche testimonianze. Non serve al bene del nostro paese un francescanesimo di maniera, svigorito in un estetismo senza convinzioni esistenziali; omogeneizzato (per così dire) in modo che tutti lo possano assumere senza ripulse e senza drammi interiori, stemperato in una religiosità indistinta che non inquieti nessuno. La dottrina e l’esempio di Francesco si possono accogliere o rifiutare; ma prima di tutto vanno conosciuti nella loro verità. (cf. Card. Biffi, omelia del 4-10-1984).

Quali sono gli insegnamenti che Francesco ci ripropone? Il primo è l’accoglimento del Vangelo sine glossa, senza riduzioni, come norma fondamentale della vita. Questa è la persuasione primaria che fonda tutta l’esperienza francescana. «La sua aspirazione più alta, il suo desiderio dominante, la sua volontà più ferma era di osservare perfettamente e sempre il santo Vangelo».

Il secondo insegnamento si riferisce alla Chiesa. Già nello straordinario colloquio, che sta all’inizio dell’avventura spirituale di Francesco, il Crocifisso di San Damiano gli indica la Chiesa come l’oggetto della sua missione e delle sue cure: «Ripara la mia casa». Da quel momento la Sposa di Cristo diventa la beneficiaria del suo amore appassionato e cortese, il fondamento di ogni sua fiducia. Egli ne parla solo in termini di affettuoso rispetto; per lui essa è sempre «la santa Chiesa cattolica e apostolica». Dalla sua bocca non esce mai nei confronti della Chiesa una frase aspra o malevola, una critica amara, un accento sdegnoso. Bella e commovente è la parola che gli ritorna sul labbro ogni volta che nelle difficoltà decide di sottoporsi al giudizio della Sede apostolica: «Andiamo dalla madre nostra».

Il terzo tema, che domina tutta la predicazione del Santo è quello evangelico della conversione. Il totale capovolgimento di mentalità è in lui l’inizio di una straordinaria esistenza, tutta contrassegnata da una grande docilità alla grazia dello Spirito; e questa stessa radicale mutazione dell’animo e del comportamento egli propone anche agli altri come il principio irrinunciabile di ogni vero arricchimento interiore.  «La mano del Signore si posò su di lui e la destra dell’Altissimo lo trasformò, perché, per suo mezzo, i peccatori ritrovassero la speranza di rivivere alla grazia e restasse per tutti un esempio di conversione a Dio». Il suo messaggio di pace, di letizia, di riconciliazione sarebbe del tutto frainteso, se ci si dimenticasse, pur se per un momento, che per lui pace, letizia, riconciliazione sono soltanto i frutti dolcissimi di quell’integrale mutamento del cuore che porta l’uomo dall’incredulità alla fede in Cristo crocifisso e risorto, e dalla fede inerte alla piena coerenza evangelica della vita.

Ma oggi noi vogliamo ascoltare anche quali siano le raccomandazioni particolari di Francesco alla nazione italiana in alcune delle sue componenti. Tra le sue lettere, ne troviamo una rivolta «a tutti i fedeli», una indirizzata ai sacerdoti e una terza che ha come destinatari i «reggitori dei popoli», cioè gli uomini politici. Sono ammonimenti che, nascendo dalla visione cattolica della vita accolta in forma piena e incontaminata, possono stupire e quasi provocare la nostra incredulità o la nostra fede rarefatta. Ma sarà bene almeno conoscerli nella loro autenticità.

A tutti i fedeli egli raccomanda soprattutto l’osservanza dei comandamenti di Dio e la preoccupazione di non morire in peccato mortale, lasciando situazioni di obiettiva ingiustizia. Con tutta la sua dolcezza, arriva a dire con la forza degli antichi profeti: «Coloro che non vogliano gustare quanto sia soave il Signore e preferiscono le tenebre alla luce, non volendo osservare i comandamenti di Dio, sono maledetti».  Ai sacerdoti ricorda più di ogni altra cosa il loro dovere di trattare con riverenza il «santissimo corpo e sangue del Signore nostro Gesù Cristo». Egli si rammarica che «il corpo [del Signore] è lasciato in luoghi indegni, è portato via in modo lacrimevole, è ricevuto senza le dovute disposizioni e amministrato senza riverenza». È un lamento che deve farci riflettere e ci invita a un esame del nostro modo di trattare l’Eucaristia in questi tempi contrassegnati da una disinvoltura liturgica, che non aiuta affatto il popolo a crescere nella fede.

Ai reggitori dei popoli dice testualmente: «Ricordate e pensate che il giorno della morte si avvicina. Vi supplico allora, con rispetto per quanto posso, di non dimenticare il Signore, presi come siete dalle cure e dalle preoccupazioni del mondo. «Obbedite ai suoi comandamenti, poiché tutti quelli che dimenticano il Signore e si allontanano dalle sue leggi sono maledetti e saranno dimenticati da lui.  «E quando verrà il giorno della morte, tutte quelle cose che credevano di avere saranno loro tolte. E quanto più saranno sapienti e potenti in questo mondo, tanto più dovranno patire le pene nell’inferno. «Perciò vi consiglio, signori miei, di mettere da parte ogni cura e preoccupazione e di ricevere devotamente la comunione del santissimo corpo e sangue del Signore nostro Gesù Cristo in sua santa memoria».

Poiché noi l’abbiamo ascoltato, ora ci ascolti lui. Ascolti la nostra fiduciosa implorazione:

– protegga la nostra patria, ottenga saggezza ai suoi governanti, ispiri concordia e spirito di collaborazione tra i cittadini;

– ridoni alla nostra gente il gusto e la fierezza del lavoro ben compiuto;

– ci salvi tutti dalla disgrazia nazionale di voler essere troppo furbi;

– persuada la famiglia italiana a ridiventare il luogo dove il patto nuziale si mantiene fino alla fine, dove l’amore diventa fecondo, dove l’egoismo dei genitori non prevale sul vero bene dei figli;

– soprattutto aiuti l’Italia a conservarsi in comunione vitale con la sua storia, che è per larga parte storia della fede in Cristo che progressivamente si è fatta nella nostra terra vita e cultura di un popolo”.

 

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