Il lavoro non basta più, dicono i Vescovi dell’Umbria, dopo rapporto povertà

Il lavoro non basta più, dicono i Vescovi dell'Umbria, dopo rapporto povertà

Il lavoro non basta più, dicono i Vescovi dell’Umbria, dopo rapporto povertà

I vescovi umbri sul VI Rapporto regionale sulle povertà «Da alcuni anni la povertà assoluta è più diffusa tra i giovani e i giovanissimi che tra gli anziani, in Italia e ancor più in Umbria. Venticinque anni fa, il reddito medio dei giovani superava del 10 per cento quello degli anziani; oggi è inferiore del 20 per cento. Il lavoro non basta più: in Umbria 11 famiglie su cento con capofamiglia occupato, anche giovane, sono assolutamente povere».

Sono solo alcuni degli aspetti che il VI Rapporto sulle povertà in Umbria 2019 mette in risalto; uno studio curato dall’Aur (l’Agenzia di ricerca della Regione Umbria), in collaborazione con l’Osservatorio sulle povertà costituito nel 1995 con un protocollo d’intesa tra la Regione Umbria e la Conferenza episcopale umbra (Ceu).

Aspetti non poco allarmanti, che non possono non interrogare i Vescovi della terra dei Santi Benedetto e Francesco anche dinanzi a dati come quelli sulla povertà relativa, pari al 14,3%, in crescita rispetto al 12,6% dell’anno precedente. In valori assoluti il fenomeno povertà in Umbria interessa oltre 50 mila famiglie.

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Questo Rapporto di complessive 198 pagine, presentato a Perugia il 15 luglio scorso, che spazia dalle dimensioni alle rappresentazioni delle povertà, fino a indicare risposte alle povertà, ha tra le sue prefazioni quelle del cardinale arcivescovo di Perugia-Città della Pieve Gualtiero Bassetti, presidente della Cei, e dell’arcivescovo di Spoleto-Norcia Renato Boccardo, presidente della Ceu.

Fare rete, unire le forze. Tra gli apprezzamenti che il cardinale Bassetti fa al Rapporto, quello di essere «uno strumento che può essere utilizzato dalla Chiesa, dalle istituzioni pubbliche, dalla società civile: ciascuna in base alla propria peculiarità, ma tutte chiamate a fare rete, a unire le forze, perché nessuno – neppure la Chiesa – può vantare il monopolio dell’interpretazione della realtà sociale e delle soluzioni ai problemi contemporanei».

No a divisioni sui poveri. «Come ho detto in apertura del Consiglio episcopale permanente del gennaio 2019 – prosegue il presule – “sui poveri non ci è dato di dividerci, né di agire per approssimazione”. E ho aggiunto che, proprio per scongiurare quell’approssimazione, occorre un metodo per studiare i problemi da affrontare. Per questo studio dobbiamo chiedere aiuto a esperti, ricercatori, scienziati».

La forza salvifica dei poveri. «Ma il merito più grande di queste pagine – osserva Bassetti – è che pongono al centro i poveri.

Per il credenti essi non sono un problema fra tanti, non costituiscono i passivi destinatari di un solidarismo paternalista, utile a tranquillizzare la propria coscienza; invece in loro si rivela la sofferenza di Cristo; e dunque i poveri hanno una forza salvifica che li pone al centro della Chiesa stessa. Sicché anche una pagina di sociologia, una tabella, un grafico, se guardati in quest’ottica, possono divenire oggetto di una “lettura spirituale”».

No ad un clima di divisione sociale. «C’è un grande tema che forse non è stato sufficientemente tematizzato nel dibattito pubblico: gli effetti di lungo periodo della crisi economica nella società italiana – evidenzia il presidente della Cei –. Effetti dolorosi che hanno investito famiglie e imprese, giovani e anziani, territori e città, con ripercussioni profonde nel tessuto connettivo del nostro Paese. Effetti a volte devastanti che hanno contribuito a produrre un clima sociale per molti aspetti inedito, un vento grigio, pregno di indifferenza, acredine e diffidenza rancorosa verso l’altro ma soprattutto verso gli ultimi, verso coloro che Giovanni Paolo II chiamava gli “sconfitti della vita” e che Francesco ha definito come gli “scarti” del nostro sistema produttivo.

Per questo motivo, in nome del bene comune e dell’incalpestabile valore della dignità umana – fatta a immagine e somiglianza di Cristo – non si può e non si deve alimentare un clima di divisione sociale, fatto di confusione e di incertezza, rimuovendo quei valori di umanesimo cristiano che sono invece alla base della nostra civiltà. Dobbiamo avere la forza di andare controcorrente, vivendo con serenità questo difficile periodo come stagione di conversione, di rigenerazione, di speranza».

Un compito cruciale demandato alla politica. «Un ruolo fondamentale è affidato alla Chiesa, che dovrebbe essere esperta di umanità – conclude il cardinale Bassetti –. Ma un compito ugualmente cruciale è demandato alla politica: essa ha una vocazione altissima, quella di perseguire il bene comune, di costituire – come avrebbe detto La Pira – un “impegno di umanità e di santità”». L’Umbria, un territorio in grave sofferenza.

L’arcivescovo Boccardo, nella sua prefazione, parla di questo Rapporto come di «una attenta analisi della genesi e della evoluzione dei fenomeni di povertà», che restituisce «una immagine di territorio in grave sofferenza» evidenziata «da due fenomeni di rilevante portata: l’aumento esponenziale delle famiglie e delle persone in povertà assoluta che affollano ormai quotidianamente anche i servizi Caritas; la diminuzione significativa dei residenti. In meno di cinque anni la popolazione umbra è scesa di 14 mila unità.

Per avere una percezione reale della portata del dato, è come se nello stesso periodo di tempo un comune come Todi o Gualdo Tadino fosse scomparso dalla carta geografica». Una società che ruba speranza. Per questo, sostiene il presidente della Ceu, «abbiamo tutti bisogno di pensare e di progettare rimedi incoraggianti, capaci di invertire la rotta e traghettare ad approdi sicuri le generazioni che verranno.

Ogni iniziativa non può non avere come obiettivo primario quello di creare occupazione, in particolare per i giovani (molti di coloro che negli ultimi cinque anni si sono trasferiti fuori regione appartengono a tale fascia di popolazione) a cui la nostra società sta rubando la speranza di un futuro dignitoso». Un lavoro buono e dignitoso per uscire dalla povertà.

«Dare vita ad un lavoro buono e dignitoso – conclude monsignor Boccardo – è oggi una delle più alte forme di carità perché genera condizioni stabili per l’uscita dal bisogno e dalla povertà: le diocesi umbre sono impegnate ad utilizzare anche i Fondi 8×1000 della Chiesa cattolica, attraverso le Caritas diocesane, per sostenere la creazione di posti di lavoro mediante il finanziamento di tirocini extracurriculari presso aziende in grado di formare il lavoratore ed offrire una reale prospettiva di stabilizzazione. Sappiamo bene che non è che una goccia nell’oceano, ma se mancasse questa goccia l’oceano sarebbe comunque più povero». Com. stampa a cura di Riccardo Liguori per l’Ufficio stampa Ceu /

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