Sindacati contro la Regione: “Tpl umbro verso il tracollo”

Sindacati contro la Regione: “Tpl umbro verso il tracollo”

Filt Cgil e Faisa: “Rischio giungla nel trasporto locale”

I sindacati Filt Cgil Umbria e Faisa Cisal denunciano con forza le scelte della Regione Umbria in merito al futuro del trasporto pubblico locale, giudicate come una progressiva demolizione del sistema. Secondo i rappresentanti regionali delle due sigle, Ciro Zeno per la Filt e Cristian Di Girolamo per la Faisa, l’attuale orientamento della giunta ricalcherebbe fedelmente il cosiddetto “modello Melasecche”, giudicato un progetto fallimentare, ora riproposto con nuovi interlocutori ma con identiche impostazioni e attori già visti.

La Regione, accusano i due sindacalisti, starebbe portando avanti un’operazione che rischia di penalizzare duramente non solo i lavoratori del settore, ma anche l’utenza umbra. I sindacati evocano una strategia volta alla disgregazione del trasporto pubblico, attuata con modalità che comprendono la frammentazione del servizio in più lotti, la cessione gratuita a privati di asset pubblici e un uso massiccio del subappalto. Questa impostazione, sostengono, comprometterebbe la sostenibilità del servizio, la sua qualità e la tenuta occupazionale.

Tra i punti critici individuati vi è la divisione in quattro lotti territoriali, destinati a diventare cinque con l’autonomia rivendicata dal Comune di Spoleto. Tale articolazione, già prevista in precedenza ma ritenuta dannosa dai sindacati, determinerebbe la frammentazione delle competenze, la riduzione dei chilometri percorsi, un incremento dei costi per gli utenti e il rischio di esclusione per piccole realtà imprenditoriali locali. Secondo Filt e Faisa, questa suddivisione favorirebbe invece soggetti esterni che potrebbero non garantire continuità né qualità.

Il modello sarebbe inoltre privo di meccanismi trasparenti, lamentano Zeno e Di Girolamo. Le scelte sui criteri di costo non sarebbero mai state condivise, né spiegate con dati oggettivi. La presunta convenienza della suddivisione in lotti, rispetto alla gestione unificata, sarebbe sostenuta senza fornire dimostrazioni concrete. A ciò si aggiungerebbe il mancato aggiornamento del piano di bacino, che ancora risponderebbe a logiche risalenti a quarant’anni fa, inadeguate per rispondere alle attuali esigenze di mobilità.

Sul piano occupazionale, i sindacati sollevano l’allarme per i possibili tagli al personale, la mancanza di tutele per gli operatori dichiarati inidonei e l’assenza di garanzie sui contratti di secondo livello. Anche la gestione dei pensionamenti non prevederebbe percorsi di reinserimento o ricollocazione, determinando un ulteriore impoverimento delle professionalità del settore. Le prospettive per i lavoratori giovani appaiono, a detta dei rappresentanti, altrettanto incerte.

Un ulteriore elemento di criticità viene indicato nell’aumento delle tariffe per i cittadini. Il rischio, spiegano Zeno e Di Girolamo, è che le famiglie umbre si trovino a fronteggiare un servizio meno efficiente e al contempo più oneroso. La combinazione di riduzione dell’offerta e incremento dei costi – accompagnata dall’assenza di un piano strutturato di sviluppo – aprirebbe, secondo i sindacati, una fase di degrado per il trasporto regionale.

Nel mirino anche la politica regionale, colpevole – a detta delle due sigle – di non aver modificato sostanzialmente l’impostazione ereditata. Nonostante i segnali di dialogo avvenuti in recenti incontri con l’assessore ai trasporti e la presidente della Regione, i sindacati giudicano quei momenti come formali e privi di effetti reali. Le richieste sindacali, avanzate da anni, non sarebbero mai state concretamente accolte, né tradotte in scelte operative.

Le critiche investono tanto la precedente amministrazione quanto quella attuale, in un contesto che, secondo i sindacati, dimostrerebbe l’assenza di un vero cambiamento. Il centrodestra avrebbe elaborato un piano poi mantenuto, quasi integralmente, dall’attuale esecutivo. La continuità delle decisioni – dalle stazioni minori al progetto dei lotti – confermerebbe, per Filt e Faisa, una sostanziale mancanza di volontà politica di invertire la rotta.

La gestione del servizio “a chiamata”, promosso in alcune aree come Terni e previsto per il 30% del totale, viene indicata come un altro segnale di precarizzazione e incertezza, con modalità che, secondo le sigle, non garantirebbero né qualità del servizio né occupazione stabile. Il rischio, sottolineano, è che si moltiplichino esperienze locali scollegate fra loro, come già accaduto nel caso di Spoleto, alimentando uno scenario di caos nel Tpl umbro.

Filt Cgil e Faisa Cisal rivendicano il proprio ruolo di organizzazioni autonome e non schierate, interessate esclusivamente alla tutela del lavoro e dei diritti sociali. Denunciano la mancanza di coraggio da parte della politica, incapace – a loro giudizio – di interrompere un percorso ritenuto dannoso. E chiedono un rallentamento dell’iter amministrativo, ritenendo sbagliato procedere a una gara pubblica prima di aver definito un piano adeguato ai tempi e condiviso con le parti sociali.

Secondo i due segretari regionali, un’accelerazione imposta da soggetti esterni alla Regione rischia di generare un “disastro” nel medio termine. La competizione privata, così come impostata, non garantirebbe né qualità né sostenibilità per il sistema, mentre l’impatto sul tessuto occupazionale potrebbe risultare drammatico, con l’eventuale ricorso agli ammortizzatori sociali a rappresentare l’ultimo baluardo contro l’emarginazione professionale.

Zeno e Di Girolamo concludono sottolineando la necessità di proteggere un servizio pubblico fondamentale, che rappresenta per molti cittadini l’unico strumento di mobilità accessibile. La loro posizione si pone come un appello alla revisione delle politiche regionali, per evitare – dichiarano – la perdita di posti di lavoro, il decadimento del trasporto locale e l’aumento della pressione economica su utenti e comunità.

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