La ricerca internazionale accelera la diagnosi a Perugia
Perugia, 5-03-2026 – Parkinson e demenza a corpi di Lewy possono ora essere identificati con una precisione senza precedenti grazie a un nuovo metodo diagnostico. Uno studio internazionale di altissimo profilo, pubblicato sulla rivista Nature Medicine, ha svelato come l’analisi del liquido cerebrospinale permetta di rintracciare segnali precoci delle malattie neurodegenerative. La ricerca nasce dalla sinergia scientifica tra l’Università degli Studi di Perugia e il Dipartimento di Medicina di Laboratorio di Amsterdam, segnando un punto di svolta per la neurologia clinica globale. Al centro della scoperta risiede l’enzima DOPA decarbossilasi (DDC), i cui livelli risultano significativamente alterati nei soggetti colpiti da queste specifiche patologie cerebrali, come riporta il comunicato della Università degli Studi di Perugia.
L’indagine scientifica ha dimostrato che i pazienti affetti da patologie legate all’accumulo di alfa-sinucleina presentano concentrazioni di DDC molto più elevate rispetto a individui sani o affetti da altre forme di declino cognitivo. Questo enzima si comporta dunque come un indicatore altamente selettivo e accurato. In particolare, il contributo del team di Perugia è stato fondamentale per validare la correlazione tra l’aumento della DOPA decarbossilasi e la progressiva disfunzione del sistema dopaminergico. Grazie all’integrazione di competenze cliniche e analisi biofisiche avanzate, il gruppo coordinato dalla professoressa Lucilla Parnetti ha fornito le basi per un’applicazione rapida del test nella pratica medica quotidiana.
In prospettiva, l’adozione di questo biomarcatore liquorale potrebbe rivoluzionare i protocolli ospedalieri, sostituendo metodiche di imaging invasive come la DaT-Scan e la PET. Queste procedure tradizionali, pur essendo efficaci, richiedono l’impiego di radioisotopi, espongono i pazienti a radiazioni e comportano costi economici rilevanti. Al contrario, la misurazione quantitativa della DDC nel liquido spinale garantisce una sicurezza maggiore e una specificità superiore. Tale approccio permette di ottenere una diagnosi differenziale estremamente affidabile, facilitando il lavoro dei medici nel distinguere tra diverse sindromi parkinsoniane sin dalle fasi iniziali della sintomatologia.
L’introduzione di strumenti diagnostici così raffinati apre la strada a una gestione personalizzata della malattia. Esattamente come avvenuto per l’Alzheimer, la capacità di identificare tempestivamente le alterazioni biologiche consente di inserire i pazienti in percorsi terapeutici avanzati con maggiore appropriatezza. Inoltre, il monitoraggio costante dei livelli dell’enzima permetterà di valutare con estrema precisione l’impatto dei farmaci e delle nuove cure sperimentali. Il lavoro condotto dai ricercatori Bellomo, Chiasserini, Gaetani e Paolini Paoletti consolida il ruolo dell’Ateneo umbro come polo d’eccellenza nella lotta contro la neurodegenerazione, promettendo un futuro in cui la prevenzione e il controllo del Parkinson saranno realtà concrete e accessibili.

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