Le parole dei reporter ucraini AP premiati con il Pulitzer
Le parole dei reporter ucraini – ‘’Qualcuno una volta mi ha detto che le guerre non iniziano con le esplosioni ma con il silenzio, il mio cervello vorrà disperatamente dimenticare tutto questo ma la telecamera continuerà a impedirlo’. Si apre così lo scioccante documentario ‘20 giorni a Mariupol‘ realizzato dal team di giornalisti ucraini dell’Associated Press insigniti ieri sera con il premio Pulitzer 2023, per il miglior giornalismo di servizio pubblico.
A fine aprile le immagini del trailer sono state mostrate in esclusiva al pubblico del Festival Internazionale del Giornalismo 2023 che ha ospitato a Perugia due dei premiati reporter ucraini, autori del reportage.
Mstyslav Chernov, Vasilisa Stepanenko hanno raccontato sul palco #ijf23 come per tre settimane, assieme a Evgeniy Maloletka (vincitore del World Press Photo ’23), sono stati gli unici fotoreporter di una testata occidentale rimasti sul campo a raccontare l’invasione Russa in Ucraina dallo scoppio della prima bomba, il 23 febbraio 2022.
Gli unici a fornire al resto del mondo le immagini crude, spaventose, senza filtri di ciò che stava accadendo in quella città isolata, senza acqua, luce, gas, internet, linee telefoniche e sotto assedio russo.
Potenti e illuminanti le testimonianze di Chernov e Stepanenko raccolte al Festival Internazionale del Giornalismo 2023.
‘Ci è stato subito chiaro – ha detto Mstyslav Chernov – il valore storico di quelle immagini che stavamo girando. Tutti elaboriamo le nostre opinioni sulla base delle notizie che vediamo e leggiamo sui giornali ma le generazioni future ricostruiranno il loro giudizio sugli eventi del passato da film e libri. Nessuno guarda i giornali di un secolo precedente o le notizie di 50 anni fa”.
Sul palco ijf23 i due reporter hanno ricordato i momenti concitati dell’inizio della guerra:
‘Eravamo in Donbass – prosegue Chernov – a documentare come le persone si stavano preparando per una possibile invasione. Era già abbastanza chiaro che Mariupol era una delle città chiave dal punto di vista tattico, strategico ed economico per la Russia. Non ci aspettavamo di essere circondati così in fretta, ma sapevamo che dovevamo andarci immediatamente, quindi abbiamo guidato nella notte appena prima dell’invasione e siamo arrivati verso le tre. Dopo un’ora è iniziata la guerra’.
‘Ho ricevuto molte chiamate dalla mia famiglia, dai miei amici – ricorda Vasilisa Stepanenko – piangevano. Guardavo le esplosioni dalla mia finestra e ho capito che l’unica cosa che potevo fare era continuare a lavorare. Subito dopo l’attacco all’Ospedale Ostetrico di Mariupol, siamo scesi per strada, abbiamo iniziato a trasmettere in diretta, a raccogliere le testimonianze dei civili, dei feriti’.
I tre giornalisti ucraini grazie a un telefono satellitare riescono trovare un flebile segnale a inviare le prime immagini in redazione. Le loro foto e i loro video rimbalzano immediatamente sui giornali di mezzo mondo e sui social. Scuotono l’opinione pubblica e lasciano senza fiato le scene di devastazione dell’ospedale della città e quelle della giovane donna incinta trasportata su una barella e morta poco dopo. Diventa virale la foto dell’influencer ucraina che in pigiama corre giù per le scale dell’ospedale.
La Russia bolla quelle immagini come false, i feriti come attori e i tre giornalisti ucraini ‘terroristi dell’informazione’.
A quel punto Mstyslav Chernov, Vasilisa Stepanenko, Evgeniy Maloletka
capiscono di essere gli unici giornalisti rimasti a Mariupol e di essere un bersaglio dei Russi.
‘La gente – ricorda la giovane Stepanenko appena 24enne – vedendo il giubbotto con la scritta ‘Press’ correva verso di noi, ci chiedeva informazioni, ma noi in quel momento non ne avevamo, eravamo isolati come tutti. In quel momento ho capito che l’informazione è importante per la sopravvivenza umana, quanto il cibo’.
‘Mariupol – prosegue Chernov – è un caso di studio importante, la prova che la società crolla in pochi giorni senza giornalismo, senza informazioni. Il nostro è un lavoro di ricostruzione storica importante’. In un’epoca dove fake news, manipolazioni e propaganda dilagano, la cronaca dei fatti, le immagini senza filtro sono fondamentali per la ricostruzione della memoria storica delle future generazioni. ‘Le immagini che abbiamo girato – prosegue Chernov – sono state mostrate sulle TV russe, europee, ucraine. E ovviamente sono state stralciate e raccontate in modo molto diverso tra loro. Ecco perché il nostro documentario, come i lungometraggi, sono documenti fondamentali per fornire il reale contesto in cui sono state girate le immagini. Quelle immagini rimarranno nella storia’.
Molti dei luoghi dove i tre giornalisti hanno fatto base per i loro reportage dal Donbass, Bakhmut e Mariupol non esistono più, sono stati rasi al suolo. ‘Nella maggior parte di questi edifici – conclude Chernov – sotto le macerie sono sepolte le vittime più deboli, gli anziani, i disabili, chi non è riuscito a fuggire. Attualmente sono in fase di demolizione o pianificati per la demolizione. Saranno trasformati in polvere che i russi usano per costruire le nuove strade con i resti delle persone e delle loro abitazioni”.

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