Prezzi carburanti: trasporti umbri al collasso per caro gasolio

Prezzi carburanti: trasporti umbri al collasso per caro gasolio

Le imprese umbre denunciano liquidità a zero, misure governo insufficienti

I prezzi dei carburanti stanno portando le imprese di trasporto umbre sull’orlo del baratro. La denuncia arriva dalla CNA regionale con toni netti e senza margini di ambiguità: le misure messe in campo dall’esecutivo non bastano, e il tempo stringe. Ogni giorno che passa, la liquidità di decine di piccole e medie aziende si assottiglia fino a rischiare di scomparire del tutto.

Lo sconto di 25 centesimi al litro disposto dal governo come risposta all’impennata del gasolio — valido per un arco di soli venti giorni — è già stato di fatto vanificato. L’aumento costante del prezzo del petrolio sui mercati internazionali, unito a comportamenti non sempre trasparenti di alcuni distributori, ha eroso il beneficio nel giro di pochissimi giorni. Il risultato pratico è che le aziende di trasporto si trovano a fare i conti con costi invariati, o addirittura cresciuti, a fronte di un provvedimento che avrebbe dovuto alleggerire la pressione.

Lo sconto che non ha alleggerito nulla

«Apprezziamo l’impegno dell’esecutivo», esordisce Marcello Volpi, presidente regionale di CNA Trasporti, scegliendo però parole che suonano più come un atto dovuto che come un reale apprezzamento. «Il taglio lineare delle accise con lo sconto alla pompa, di fatto, è già stato annullato dal costante aumento del prezzo del petrolio e da certi comportamenti dei distributori. In pratica lo sconto si è volatilizzato, ma nel frattempo ha fornito un alibi comodo a quei committenti che non intendono riconoscere il cosiddetto fuel surcharge».

Il fuel surcharge, scrive oggi il Messaggero, è la clausola contrattuale che prevede l’adeguamento automatico delle tariffe agli aumenti dei costi del carburante. Uno strumento che esiste sulla carta, ma che nella realtà quotidiana delle piccole imprese di trasporto viene spesso ignorato, complice uno squilibrio di potere contrattuale che penalizza sistematicamente i vettori più piccoli. Lo sconto governativo, paradossalmente, ha peggiorato la situazione su questo fronte: ha offerto ai committenti un argomento per non riconoscere l’adeguamento tariffario, scaricando così tutti i rischi sulle spalle degli autotrasportatori.

I numeri di una crisi che corre veloce

I dati elaborati dall’Unione Nazionale Consumatori su rilevazioni del Ministero delle Imprese e del Made in Italy fotografano una situazione già oltre la soglia critica. In Umbria il gasolio ha superato i 2 euro al litro in modalità self service, attestandosi a 2,006 euro, collocando la regione al diciottesimo posto nella classifica nazionale. La benzina, invece, si ferma a una media di 1,723 euro al litro, posizionando l’Umbria tra le regioni con i prezzi più contenuti su questo fronte.

A livello nazionale, la soglia simbolica dei 2 euro per la benzina è stata varcata in quasi tutte le regioni. Fanno eccezione soltanto le Marche, che si fermano a un soffio con 1,994 euro, e l’Abruzzo, esattamente sul confine con 2,00 euro tondi. In autostrada la situazione è ancora più pesante: il gasolio tocca i 2,08 euro al litro. Numeri che, tradotti in termini concreti, significano un aumento del costo di un pieno da 50 litri di 1,40 euro per il gasolio e di 60 centesimi per la benzina, calcolato solo nell’arco delle ventiquattr’ore tra il 23 e il 24 marzo.

Le richieste al governo: misure strutturali, non cerotti

Di fronte a questa situazione, CNA Trasporti non si è limitata a denunciare. Fin dall’esplosione della crisi, legata al conflitto in corso in Medio Oriente, l’associazione ha avanzato al governo un pacchetto articolato di richieste. Lo illustra Marina Gasparri, responsabile regionale del settore: «Abbiamo chiesto misure-urto per sostenere la liquidità delle imprese, sotto forma di credito d’imposta attingendo all’extra-gettito dell’IVA generato dagli stessi rincari. Abbiamo chiesto la sospensione temporanea dei versamenti fiscali e contributivi, l’utilizzo immediato del rimborso trimestrale accise e, sul piano normativo, il rafforzamento della clausola fuel surcharge con l’aggiornamento rigoroso dei costi medi di esercizio».

Il decreto approvato da Palazzo Chigi prevede effettivamente un credito d’imposta come rimborso per i maggiori costi sostenuti nell’acquisto di carburante nei mesi di marzo, aprile e maggio 2026. Tuttavia, l’entusiasmo si spegne subito quando si entra nel dettaglio dei tempi e delle modalità. La misura non è ancora operativa: manca un ulteriore decreto atteso per aprile, e non è escluso che sarà necessario attendere anche il vaglio dell’Unione europea. L’entità del rimborso resta indefinita, e nessuno sa con certezza quando il credito sarà concretamente esigibile.

Quando il tempo è l’unico nemico

«L’unica certezza», sottolinea con amarezza Volpi, «è che nel frattempo la liquidità delle imprese del comparto sarà evaporata». È questa la vera emergenza: non la mancanza di buone intenzioni da parte dell’esecutivo, ma il disallineamento tra i tempi della burocrazia e i tempi reali di un’impresa che deve pagare autisti, rate dei leasing, manutenzione dei mezzi e rifornimenti ogni settimana.

Le piccole imprese di trasporto, strutturalmente fragili e con margini già compressi prima della crisi energetica, non possono permettersi di aspettare mesi prima di vedere un rimborso. Molte di esse operano con liquidità ridotta al minimo, e un aumento prolungato dei costi operativi può tradursi rapidamente in insolvenza. Il settore, già alle prese con una debolezza strutturale cronica, si trova ora a fronteggiare uno shock esterno di proporzioni inedite.

La proposta che potrebbe cambiare le regole del gioco

CNA Trasporti individua nella clausola fuel surcharge il punto cardine di qualsiasi intervento davvero efficace. Prevista per legge ma sistematicamente elusa, questa clausola garantisce in teoria che i vettori possano adeguare le proprie tariffe agli aumenti del carburante senza dover rinegoziare ogni volta con i committenti. Nella pratica, però, il rapporto di forza squilibrato tra grandi committenti e piccoli vettori la rende spesso inefficace.

La proposta è tanto semplice quanto chirurgica: introdurre una norma che impedisca ai committenti inadempienti di scaricare fiscalmente la fattura del trasporto. In altri termini, chi non rispetta la clausola di adeguamento tariffario perde il beneficio fiscale connesso al costo del servizio. Una misura che non costerebbe nulla alle casse pubbliche, ma che darebbe finalmente alle piccole imprese uno strumento concreto per far valere i propri diritti contrattuali.

«Se le imprese di trasporto, adesso come in futuro, dovranno farsi interamente carico degli aumenti dei costi di esercizio, primo tra tutti quello del gasolio», concludono Gasparri e Volpi in coro, «non saranno certo degli sconti di pochi centesimi a garantirne la sopravvivenza». Un monito che suona come un ultimatum: senza interventi strutturali e immediati, il rischio non è la crisi. È la scomparsa.

 

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